Jeremy Corbyn, il boia del Labour

Ci avevano abituato bene i Laburisti inglesi, forse ci avevano viziato un po’ troppo, a partire da quel lontano 21 Luglio 1994, quando, con una maggioranza amplissima, Tony Blair assunse la leadership del partito. Per i Labour era iniziata una “storica svolta”.

Blair partì da quelli che erano stati i due errori fondamentali del partito: l’eccessivo peso politico concesso ai sindacati ed il dispendiosissimo “welfare”, avviato da Clement Attlee tra il 1945 e il 1946, i quali avevano portato i Laburisti ad un vertiginoso crollo di consensi e avevano consegnato il Regno Unito ai Tories ed alla straordinaria epopea della “Lady di Ferro”, che li contenne e li ridimensionò. Da queste premesse egli inaugurò la svolta del Nuovo Laburismo, la Terza via, una soluzione di compromesso tra il massiccio interventismo statale, promosso dalla vecchia dottrina keynesiana, ed il pensiero neo-liberista, i cui principali alfieri furono proprio la già citata Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Tale soluzione, che valse a Tony Blair l’accusa di aver spostato l’asse labour troppo a destra, ebbe molto successo tra i principali partiti di centrosinistra europei e ricompensò i Laburisti con tredici anni di esecutivo (dal 1997 fino al 2010), guidati dallo stesso Blair fino al 2007 e quindi dal successore, Gordon Brown.

L’idillio nei confronti del “nuovo laburismo” si è tragicamente concluso il 25 Settembre 2010 con l’affermazione politica di Ed Milliband che in breve tempo è riuscito ad avvolgere il centro-sinistra inglese in una patina di ambiguità: sia lui che il fratello David si sono definiti socialisti un particolare trascurabile (se si ignora che i due sono figli di Ralph Miligan, un noto teorico marxista britannico) visto e considerato che, a partire dal 1956 , il socialismo occidentale si è confermato, una volta per tutte, riformista e socialdemocratico. Nel corso della sua campagna elettorale, Ed ha, inoltre, attaccato fortemente i tagli alla spesa pubblica del governo Cameron, accusandolo – addirittura – di apartheid sociale.

La pessima campagna elettorale di Ed Miliband ha completamente stravolto lo scenario politico attuale. Durante le ultime elezioni generali del 7 Maggio, che hanno sancito la vittoria dei Conservatori di David Cameron con il 36,9% dei consensi, 331 seggi e la maggioranza assoluta, i Laburisti hanno perso la bellezza di 26 seggi, ottenendo solamente il 30,4 % dei consensi, e crollando in Scozia, territorio che ha assistito alla grandissima vittoria del Partito Nazionalista Scozzese guidato da Nicola Sturgeon, la quale è riuscita a portare a Westminster 56 parlamentari (sui 59 seggi disponibili in Scozia).

Il tracollo dei Labour ha però raggiunto l’apice poco più di due mesi e mezzo fa, il 12 Settembre, quando Jeremy Corbyn è diventato il nuovo leader del partito, raggiungendo il 59,5% alle primarie.

C’è da dire che la vittoria di Corbyn puzza terribilmente di vecchio (e non c’entrano i suoi 66 anni). Come i Miliband anch’egli si è definito socialista. Ma non solo: durante il The Andrew Marr Show, noto talk show britannico targato BBC, egli ha affermato che il Regno Unito avrebbe potuto imparare molto da Karl Marx, concetto ribadito dal delfino John McDonnel, il quale al congresso laburista ha festeggiato, sostenendo che il filosofo di Treviri sia tornato di moda. Quello di Corbyn è semplicemente il vecchiume stantio di Attlee e dello statalismo dissennato.

Ma di questo, gli elettori Labour avrebbero già dovuto rendersene conto, vista l’ammirazione di Corbyn nei confronti di Varoufakis e del resto dell’allegra masnada neo-keynesiana composta da Thomas Piketty, Joseph Stiglitz e Mariana Mazzucato.

Lo si sente vociare contro i tagli alla spesa pubblica, farneticare di togliere la sanità ai privati, di statalizzare nuovamente il settore ferroviario e le compagnie energetiche. Questo piccolo quadretto nostalgico di un Fabianesimo morto e sepolto ha fatto scendere una lacrimuccia ai sindacati che lo hanno elevato a loro paladino sobillandolo alla riapertura delle miniere (ebbene si, quelle chiuse dalla Thatcher).

Corbyn non ha risparmiato proprio nessuno, nemmeno in politica estera, decidendo di disseppellire la carcassa del terzomondismo dichiarandosi amico di Hamas ed Hezbollah, filo palestinese ed anti-sionista. Insomma, non si è fatto mancare proprio nulla. Certo, i cari lettori potrebbero rammentare che anche Bettino Craxi, autore della svolta LibLab all’interno del Partito Socialista Italiano, fosse un filo-arabo, a tal punto da rischiare l’incidente diplomatico con gli USA durante la crisi di Sigonella. Egli, però, era fermamente atlantista, l’incidente diplomatico si risolse con una ri-appacificazione tra lui e Reagan ed è anche giusto ricordare che solo due anni prima si era trovato l’accoro per la base NATO a Comiso. Corbyn, invece, ha paventato anche l’ipotesi di un’ ipotetica uscita del Regno Unito dalla NATO.

Pare inoltre che la corrente Liberal, sostenitrice della Terza Via, erede di Blair e che dal 12 Settembre fa una strenua opposizione ai “corbyniani”, rischi insieme ai suoi leader, Peter Mandelson e Mark Leonard in primis (il secondo dei due ha avanzato, riportato da il Il Foglio, l’ipotesi di un golpe all’interno del partito) l’esilio.

La follia rossa che dal 2010 a questa parte ha investito i Laburisti sembra essere inarrestabile.

Il rischio (ormai trasformatosi in certezza) è che il partito Laburista tornerà a propugnare politiche troppo incentrate su un Welfare eccessivo, su un aumento del deficit e del debito e sul rapporto clientelare con i sindacati.

Fortunatamente questo potrebbe non avvenire. Il 2020 probabilmente sarà l’ennesimo fiasco per il centrosinistra britannico che, sulla sua strada, ha trovato un Charles-Henri Sanson che ha reciso il capo alla svolta moderata del ’94. Solo una soluzione può salvare i Labour, l’espulsione del partito dall’Internazionale socialista, che al buon Jeremy probabilmente è già diventata stretta. E’ una doccia fredda per uno dei maggiori baluardi del progressismo occidentale poter anche solo immaginare d’essere allontanato dall’organizzazione internazionale, presieduta attualmente da Papandreou, che raccoglie tutti i partiti socialdemocratici e laburisti e di cui i Labour sono sempre stato membro d’eccezione. Se ciò accadesse, gli elettori ringrazino quel boia che, sull’altare neo-keynesiano, ha sacrificato la New Left e la terza via a discapito degli “Old Labour”.

Graziano Davoli.

Graziano Davoli

Nato a Genova il 22 Dicembre 1994, vive e studia a Firenze, alla facoltà di Scienze Politiche, curriculum in Studi in Comunicazioni, Cesare Alfieri. Collabora, oltre che con gli Immoderati, anche con Toc Toc Firenze. Appassionato di arte, letteratura, poesia, cinema, sport, teatro e soprattutto di storia, spera, un domani, di conseguire un dottorato in Storia Contemporanea, facendo della storia elettorale della prima repubblica, il suo campo di studi. Interessato alla politica sia interna che estera, egli è profondamente ed intimamente un conservatore. Viscerale anticomunista e fervente antislamico, convinto atlantista e filo israeliano, difensore del libero mercato e antistatalista, egli tuttavia crede che, come disse Jefferson, lo Stato sia necessario, esso deve garantire che la libertà di un individuo non danneggi quella di un altro e tramite governi forti, ai quali deve essere concesso di governare da maggioranze stabili, debbano fare quello che una destra serie farebbe, essere il freno della democrazia (come disse Montanelli), per evitare che essa degeneri in demagogia e anarcume.

A proposito dell'autore

Nato a Genova il 22 Dicembre 1994, vive e studia a Firenze, alla facoltà di Scienze Politiche, curriculum in Studi in Comunicazioni, Cesare Alfieri. Collabora, oltre che con gli Immoderati, anche con Toc Toc Firenze. Appassionato di arte, letteratura, poesia, cinema, sport, teatro e soprattutto di storia, spera, un domani, di conseguire un dottorato in Storia Contemporanea, facendo della storia elettorale della prima repubblica, il suo campo di studi. Interessato alla politica sia interna che estera, egli è profondamente ed intimamente un conservatore. Viscerale anticomunista e fervente antislamico, convinto atlantista e filo israeliano, difensore del libero mercato e antistatalista, egli tuttavia crede che, come disse Jefferson, lo Stato sia necessario, esso deve garantire che la libertà di un individuo non danneggi quella di un altro e tramite governi forti, ai quali deve essere concesso di governare da maggioranze stabili, debbano fare quello che una destra serie farebbe, essere il freno della democrazia (come disse Montanelli), per evitare che essa degeneri in demagogia e anarcume.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata