Renzi-Achille Lauro: usa i soldi pubblici per comprarsi il consenso dei cittadini

In principio fu il bonus degli 80 euro, costato 9,5 miliardi. Poi vennero il bonus bebè, il bonus pensionati (4,5 miliardi), il bonus insegnanti. Come se non bastasse, altri soldi dilapidati (12 miliardi in 3 anni) in sgravi alle imprese che assumono con il nuovo contratto a tutele crescenti, con risultati irrisori (29.000 nuovi posti di lavoro in più rispetto all’anno passato).

Il “Benefettore di Rignano sull’Arno” annuncia ora di voler estendere gli 80 euro alle forze dell’ordine e di voler destinare 300 milioni, cioè 500 euro ciascheduno (come per gli insegnanti), a 555.000 studenti in procinto di compiere 18 anni per spese culturali (?).

Perché i diciottenni, e non invece i quattordicenni, quindicenni, sedicenni?

Semplice: perché solo i primi hanno l’età acconcia per votare (non è trascurabile poi, e Renzi lo sa bene, che i ragazzi compresi nella fascia d’età tra i 18 ai 24 anni votano in prevalenza il Movimento 5 Stelle). Si spera, perciò, che elargendogli una mancia elettorale votino diversamente, segnatamente chi gliel’ha assicurata.

“C’è da rispettare un patto dell’umanità che vale più del patto di stabilità”, ha spiegato Renzi senza timore di apparire ridicolo.

Il tutto incrementando la spesa pubblica di ulteriori 2 miliardi, finanziati attraverso la cosiddetta flessibilità europea, che altro non è se non la richiesta di deficit aggiuntivo rispetto a quello previsto. Se originariamente nella legge di stabilità il bilancio tra nuove spese e gli esigui tagli (lineari) alla spesa era di 2 miliardi, a quanto ammonterà adesso il saldo?

L’Italia è l’unico paese europeo a pretendere dalla Commissione Europea – i “burocrati” che secondo Renzi non dovrebbero impicciarsi nelle nostre scelte in materia di politica fiscale e che però devono assecondarne i desiderata – tre diversi tipi di deroghe al patto di stabilità per l’anno venturo: quella sugli investimenti, quella sulle riforme e quella sugli immigrati.

Per quanto riguarda quella sugli immigrati – siamo gli unici in Europa a farne richiesta insieme all’Austria – si tratta di una colossale presa in giro: nel 2015 per far fronte all’esodo massiccio di immigrati abbiamo speso 1 miliardo circa; questa vale il triplo – 3,3 miliardi – e giacché non è realistico che il governo stimi di dover spendere tre volte tanto rispetto al 2015 per la crisi immigrazione, quei soldi servirebbero in realtà a coprire la riduzione dell’Ires sulle imprese, annunciata per il 2016 poi procrastinata al 2017 (tranquilli, non c’è fretta).

Ieri lo stesso Renzi ha stanziato 50 milioni per nuove borse di studio, e questo è un provvedimento che certamente non può che essere guardato con favore.

Chi avversa Renzi talvolta – è il mio caso – non lo fa per acredine personale, ma semplicemente perché disapprova le sue politiche pubbliche, che sono le classiche politiche di deficit spending, che se l’economia non cresce rischiano seriamente di portare allo sfascio dei conti pubblici, la sua gestione del potere, accentratrice e irrispettosa dell’equilibrio dei poteri, che è il fondamento delle moderne liberaldemocrazie, il suo modo di fare tracotante e smargiasso, la sua retorica fatua.

Il premier italiano ha ormai superato ogni livello di decenza: è diventata un’esecrabile abitudine quella di utilizzare i soldi pubblici, o meglio, dei contribuenti, per fini elettorali, cioè per conquistare i voti di alcune categorie sociali. Renzi rincorre sul loro terreno preferito, quello della più bieca demagogia, i grillini: i bonus, cioè le regalie elettorali, sono la risposta renziana al nefasto reddito di cittadinanza che loro propugnano ossessivamente come la soluzione a tutti i mali italiani (si tratta di una sorta di reddito minimo senza coperture esteso a tutta la popolazione che non lavora – fondamentalmente si sussidiano le persone per non lavorare dal momento che l’incentivo è ingentissimo!).

La stampa, e i media in generale, dovrebbero stigmatizzare questo genere di neoclientielismo; e invece sono ammaliati da Renzi, pressoché tutti, e versano in uno stato di penoso asservimento nei suoi confronti.

È interessante soffermarsi di più sul bonus degli 80 euro, che è il provvedimento simbolo della renzinomics.

Fu Gutgeld, il suo consigliere economico (nonché nominato responsabile alla revisione della spesa, sinora abortita) a suggerirgli, in prossimità delle elezioni europee, questa mossa.

Nelle intenzioni del governo doveva servire a risollevare i consumi, stimolando la domanda aggregata, o almeno in tal modo fu propinata. Così non è stato: secondo gli economisti i suoi percettori non li spendevano, non avendo la certezza che fosse permanente.

Quindi, essendo infimo il suo impatto sui consumi, la si è fatta passare per una scelta di “politica redistributiva”.

Una scelta di politica economica mal congegnata, iniqua e molto dispendiosa. Iniqua perché lo sgravio Irpef è stato concesso solo ai lavoratori dipendenti, cioè al ceto medio-basso che già un reddito, seppur modesto, lo aveva, escludendo in tal modo incapienti, pensionati, lavoratori autonomi (nonostante Renzi, in una delle sue solite, mirabolanti promesse elettorali, ne avesse prospettato l’estensione, che invece non è mai stata realizzata). E un Premier che si professa di sinistra, non può ignorare le fasce più deboli della società (precari, incapienti, disoccupati).

È molto dispendioso perché ne hanno beneficato 10 milioni di percettori per un costo totale di 9,5 miliardi.

Il bonus figurava come aumento di spesa perché conteggiarlo come sgravio avrebbe comportato l’incostituzionalità del provvedimento (anche se poi è vero che nei fatti equivaleva ad una riduzione delle tasse).

Il problema di questo tipo di operazioni prettamente demagogiche è il solito: è estremamente facile concedere un privilegio; molto più difficile, se non impossibile, revocarlo.

Sull’onda di quel provvedimento, Renzi ottenne un successo ragguardevole alle elezioni europee (il voto del 40.8% degli elettori effettivi; 11 milioni di voti in termini assoluti). È impossibile stabilire una correlazione; certo è che una misura siffatta rappresentava un incentivo non da poco a votarlo.

In confronto a Renzi, il Berlusconi che alle elezioni del 2013 prometteva di restituire di suo pugno a tutti i cittadini l’Imu versata, appare un dilettante.

Renzi ha abbondantemente superato Berlusconi nella capacità di imbonimento degli italiani, perfezionandone le tecniche comunicative e sfoderando una capacità propagandistica eccezionale, sicché la politica è oggi ridotta a mero marketing, guadagna voti non il politico più serio e preparato, col miglior programma politico, ma quello più bravo a vendere nel mercato elettorale il suo prodotto, il suo marchio, quasi sempre di scarsa fattura. Difatti uno come Renzi, che altrove non avrebbe alcuna chance, è stabilmente alla guida del paese e si appresta a rimanerci a lungo dal momento che le principali alternative politiche sono persino peggio.

Per Berlusconi come per Renzi la realtà non conta o non interessa; ciò che importa è ripetere all’inverosimile gli stessi concetti semplificati tanto prima o poi il cittadino gonzo, buggerato dalla propaganda accattivante, finirà per convincersi, predicare un ottimismo stucchevole e di maniera, delegittimare gli avversari con slogan puerili (i comunisti di berlusconiana memoria sono divenuti in epoca renziani i “gufi”)

Renzi, però, è l’unico a sinistra ad aver appreso una lezione fondamentale, che finora nessuno dei leader di quella parte politica aveva ancora compreso: Berlusconi non vinceva le elezioni perché titillava gli istinti più retrogradi degli italiani (quella che con un’espressione orrenda si definiva la “pancia” degli italiani”), ma perché ne solleticava l’affezione al “portafoglio”. Di fronte a una sinistra che ogni volta prometteva nuove tasse, che annunciava di voler espropriare i ricchi, considerati tutti reprobi evasori, la destra al ceto medio vessato da una tassazione insostenibile assicurava di voler ridurre il carico fiscale. E pazienza se poi Berlusconi non ha mai inverato “la rivoluzione liberale”; se sotto i suoi governi abbiamo perso sette punti di reddito pro capite; se abbiamo rischiato il default a causa della sua iniziale sottovalutazione della crisi del debito sovrano e della conseguente incapacità a fronteggiarla.

Resto convinto che ciò che più ha contribuito alla sconfitta di Pierluigi Bersani alle elezioni nazionali del 2013 non sia stato il sostegno alle politiche del governo Monti né l’eccessiva ed atavica indeterminatezza ideologica del Pd e nemmeno i limiti delle sue capacità comunicative.

Esiziale è stata l’insistenza con cui Bersani, durante la campagna elettorale, ha seguitato a ventilare (o a minacciare?) la possibilità di realizzare una’altra patrimoniale, dopo quella ordinaria introdotta da Monti con l’imu, una volta giunto al governo del paese.

Concludendo, l’Italia ha in Europa il mesto primato della tassazione più elevata sui profitti delle imprese, ma questa non rappresenta una priorità per Renzi e il PD.

Non lo è neppure la soppressione della tassa più aborrita ed ingiusta, l’Irap congegnata da Visco (si legga in proposito l’articolo del nostro Giovanni Caccavello).

Ciò che serve all’Italia per ripartire non è, come sostiene il berluschino Renzi, l’estinzione della Tasi, sulla cui abolizione peraltro dissentono la quasi totalità degli economisti di qualsiasi orientamento; tuttalpiù la si può ridurre e semplificare, renderla più equa realizzando la riforma del catasto.

Perché l’Italia torni a crescere è necessaria una riduzione consistente della tassazione sul lavoro finanziata attraverso tagli permanenti alla spesa pubblica corrente.

Non è mai troppo tardi per capirlo.

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

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