Deficit bestia nera?

imagesQuesta legge di stabilità va bene o no?

Alcune cose certamente no (vedi canone Rai in bolletta), altre invece meritano un dibattito.

Ora come ora, essendo tutto in fase di discussione, possiamo basarci soltanto sulle linee di indirizzo generale e non certo avere la pretesa di dare un quadro completo, per cui mi concentrerò su alcuni aspetti di fondo.

Intanto sembra che il Governo voglia ridurre le tasse, in parte con tagli alla spesa pubblica (o bloccando la crescita di quelle voci di spesa che sarebbero cresciute per effetto di politiche passate) e soprattutto col deficit spending.

Quest’ultimo aspetto ha provocato forti polemiche in ambito liberale, perché si dice che il deficit diventerà debito sulle spalle delle future generazioni, quindi tasse di domani.

Se il deficit va a finanziare ulteriore spesa pubblica non stiamo neanche a discuterne e guai a chiunque proponga manovre del genere, ma se il deficit serve a coprire la riduzione delle tasse si dovrebbe tenere a mente l’insegnamento della curva di Laffer: se le tasse sono troppo alte, come nel caso italiano, una loro riduzione porta a una crescita del reddito che porta maggior gettito per le finanze pubbliche, compensando la riduzione delle aliquote.

L’eventuale indebitamento per coprire il taglio delle tasse sarebbe solo temporaneo, nell’attesa che l’effetto della curva di Laffer (per esser più precisi, del trovasi sul tratto discendente della curva di Laffer) si manifesti.

La crescita economica così prodotta avrà anche l’effetto di compensare l’aumento dello stock del debito pubblico (che come abbiamo detto, sarebbe limitato e non continuo nel tempo) con un aumento del PIL, contenendo il rapporto debito/PIL.

È forse bene ricordare che questa filosofia fu una delle colonne dell’azione di Reagan ed è applicata anche nel Regno Unito di Cameron.

Questo modus operandi non è però del tutto indolore, perché al crescere delle dimensioni di un’economia aumenta anche la richiesta di spesa pubblica, dunque il Governo deve comunque imporre un suo contenimento, ma è sicuramente meno gravoso dell’andare a tagliare quella spesa pubblica che è già in essere.

Allora il punto diventa un altro, non più scandalizzarsi per il maggiore deficit che Renzi trasferisce sulle spalle delle nuove generazioni, ma chiedersi se questa riduzione delle tasse è in grado di produrre un effetto positivo come quello descritto sopra.

Il governo sembra intenzionato a tagliare alcune imposte sugli immobili, cosa che sicuramente può rilanciare il lato della domanda, dato che sono più soldi in tasca ai contribuenti. Ma quello che conta è il lato dell’offerta, non quello della domanda. Se la domanda aumenta ma l’offerta non riesce a stare al passo, quei soldi in tasca al contribuente non serviranno a comprare più prodotti italiani e se ne andranno altrove, oppure finiranno in speculazioni sterili. Trattandosi di consumi, non si genera alcunché.

Se invece è l’offerta ad aumentare, questa, tramite il suo processo produttivo va a crearsi una domanda (pagando lavoratori e fornitori), che sostiene così la nuova offerta. La vera ricchezza sta nei beni e nei servizi che materialmente si producono e che stanno sul lato dell’offerta, mentre su quello della domanda c’è solo moneta che può esser spesa per comprare merci già prodotte.

Eliminare la tassa sulla prima casa stimola l’offerta, cioè l’investimento produttivo? Molti sarebbero portati a dire di no, la prima casa non produce nulla ed è vero.

Guardiamo però ad un caso classico, ovvero la tassazione sui redditi: molti liberali ne sostengono la riduzione ed il livellamento perché una tassazione del reddito personale via via più alta disincentiva le persone a lavorare, impegnarsi, studiare e creare, per il semplice motivo che i frutti di tutto questo lavoro vengono sempre di più confiscati dallo Stato, facendone cessare la convenienza. Si rendono così più poveri tutti questi individui, mentre con una tassazione più leggera e livellata li si incentiva a produrre di più.

Ora, una prima casa non può essere anch’essa il frutto del lavoro, dell’impegno, della conoscenza e della creatività di milioni di italiani che hanno deciso di riporre lì buona parte dei loro guadagni? E se questa prima casa è tassata pesantemente, le persone sono meno incentivate a lavorare duramente per raggiungere il traguardo di una casa di proprietà che poi diventerebbe solo un costo gravoso.

Senza balzelli sulla casa, invece, si è più motivati a raggiungere l’obiettivo della casa di proprietà, anche a costo di impegnarsi un po’ di più sul lavoro e quindi produrre di più. In realtà, un piccolo o grande effetto sul lato dell’offerta esiste, nonostante fosse meglio ridurre le tasse sui redditi (da lavoro e da impresa).

Ma l’entità di questo taglio fiscale è tale da indurre questi meccanismi in modo significativo?

Qui mi fermo, lascio questo interessante interrogativo ai posteri ed alle menti certamente più brillanti di me nel campo dell’econometria.

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all’ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all’Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

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