Cercando di sciogliere il nodo gordiano strategico dopo Parigi

Il grande dolore e la rabbia provati in tutto il mondo civilizzato per la tragedia parigina viene intensificata dalla consapevolezza che questa volta l’azione terroristica era apertamente genocida, lanciata indiscriminatamente contro tutti noi cittadini europei, e il nostro stile di vita.

Cerchiamo di tenere il cuore caldo e la mente fredda, e ragionare con lucidità e perspicacia, tirando il nostro pensiero fuori dal tumulto delle grida addolorate e rabbiose dei primi giorni. Le guerre si vincono con chiarezza mentale e compostezza.

Lo Stato Islamico attenta alle nostre vite e può provocare più tragedie nel futuro, ma deve essere chiaro che non rappresenta una minaccia strategica. Esso non dispone neanche lontanamente dei mezzi e risorse necessari per sfidare un’armata vera, e al contrario può venire annientato senza grandi difficoltà non solo dagli americani, gli europei e i russi, ma già dalle forze dei paesi musulmani vicini, soprattutto il potente esercito turco. Nonostante ciò, e data l’estrema complessità della situazione, riuscire a effettuare un intervento veramente risolutivo è un compito problematico e incerto.

A parte quanto già discusso (vedi qui, qui e qui) ritengo che dobbiamo prendere decisamente in considerazione due dati: il primo è che grande parte dell’opinione pubblica musulmana sostiene o accetta lo Stato Islamico e le pratiche terroristiche, mentre al contrario i casi in cui viene espressa avversione verso di essi sono piuttosto rari e isolati. La mancanza di manifestazioni di solidarietà per il popolo francese e in genere i popoli occidentali, o di condanna per la bestialità dell’ISIS e le altre azioni criminali effettuati da terorristi islamici, insieme ai risultati delle ricerche statistiche, non lasciano dubbi su questo punto.

Lo Stato Islamico, le sue convinzioni e le sue azioni non rappresentano un gruppo isolato e marginale bensì un fenomeno centrale, un movimento religioso e politico di massa che esercita un’attrazione notevolissima ai fedeli dell’Islam. Continuare a sminuire l’importanza e il peso del fenomeno parlando di “organizzazione terroristica” nel senso del terrorismo tradizionale, o evitare completamente l’argomento per paura della Sacra Inquisizione della correttezza politica, ripetendo banalmente ovvietà insignificanti del tipo “non sono tutti i musulmani terroristi”, ormai non è solo ingenuo e inutile, ma anche dannoso. L’ISIS consiste in un passo di qualità rispetto a tutto quello che avevamo affrontato finora, Al-Qaeda compresa, e questo fatto segnala l’esistenza di dinamiche e processi che devono essere individuati e studiati a fondo.

Il secondo punto fondamentale che vorrei evidenziare è che, contrariamente a quanto uno si aspetterebbe sentendo le opinioni secondo cui l’ISIS sarebbe in qualche modo connesso agli USA, l’analisi strategica sull’evoluzione della guerra siriana dimostra che sono stati proprio l’Occidente e l’opposizione anti-Assad a vedere le loro posizioni deteriorarsi a causa dell’avvento dello Stato Islamico. Invece quest’ultimo ha favorito enormemente il presidente Assad e la Russia.

Grazie all’orrore provocato dall’attività dell’ISIS, il regime di Assad ha potuto uscire dall’isolamento diplomatico e il mirino occidentale, apparendo come il “male minore” agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, e riuscendo così a sopravvivere, quando prima veniva accusato da tutte le parti per i suoi crimini, e sembrava pronto a crollare. Putin da parte sua ha trovato grazie allo Stato Islamico la leggittimazione necessaria per appoggiare decisamente l’alleato Assad, e ha messo piede nella regione senza incontrare reazioni particolari, proponendo all’Occidente collaborazione, e presentandosi perfino come leader e prottetore dell’Europa contro i terroristi. Procedendo su questa linea diplomatica, il presidente russo è stato il primo a parlare di intervento coordinato massiccio contro lo Stato Islamico, solo poche ore dopo il massacro di Parigi.

Ancora più importante per il Cremlino è stato il fatto che l’apparizione puntuale dell’ISIS nel 2014 ha messo in secondo piano la questione ucraina, la quale rappresenta l’obiettivo fondamentale della grande strategia russa in questo momento. L’ISIS ha dato alla diplomazia russa l’opportunità di abbassare la tensione relativa all’Ucraina e confondere ulteriormente l’Europa divisa, presentandosi come alleato contro il nemico comune terrorista, nel momento in cui l’UE stava cercando una reazione compatta e unita contro l’offensiva russa in Ucraina.

Guardando tramite questo prisma prendono un senso nuovo alcuni punti apparentemente strani della vicenda siriana, come il fatto che Assad continua perfino ora a comprare petrolio dallo Stato Islamico, avendo evitato sostanzialmente a reagire durante i primi mesi dell’avanzata di quest’ultimo, cosa che ha permesso la sua veloce espansione critica. Lo stesso vale per i bombardamenti russi, che a quanto risulta finora hanno colpito piuttosto l’opposizione che lo Stato Islamico.

L’evoluzione della situazione in Siria negli ultimi due anni ha aumentano l’influenza russa e rafforzato la posizione di Assad, mentre ha scardinato la politica americana e danneggiato i patrioti siriani, i quali combattono contemporaneamente contro la teocrazia cannibale dell’ISIS e la dittatura criminale di Assad. La strage di Parigi pochissimi giorni dopo l’abbattimento dell’aereo russo al Sinai e l’attentato di Beirut completa il quadro, spingendo la leadership occidentale a colpire in collaborazione con il Cremlino e il regime sciita iraniano, sostanzialmente anche con Assad, in contrapposizione coi piani precedenti e a favore dei loro interessi.

Gli attentati sembrano mirati a fomentare una reazione furiosa immediata, e già questo fatto sarebbe piuttosto una ragione per evitarla. Un attacco effettuato prevalentemente da parte occidentale e russa annienterà l’ISIS, ma non stabilizzerà la regione, e possibilmente finirà a rinvigorire l’irruenza della jihad, in quanto sarà visto e presentato come una “crociata”. Bisogna invece senz’altro coinvolgere i paesi e i popoli musulmani dell’area, affinché idealmente l’ISIS venga eliminato prevalentemente da loro stessi.

L’annichilimento dell’ISIS è indispensabile, ma non basta. E appunto perché esso gode, come detto, di un’approvazione alta all’interno del mondo islamico ed esprime sue dinamiche e tendenze interne, ha per noi un’importanza fondamentale collaborare e sostenere le fazioni laiche, patriotiche, filoccidentali e filo-democratiche del mondo islamico, come i curdi e l’opposizione siriana – che andrebbero appoggiati più intensamente di quanto si è visto finora –, ma anche la Turchia kemalista, ammesso che essa collaborerà a trattenere le onde di profughi e assumerà un atteggiamento ostile attivo contro lo Stato Islamico. Bisogna infine smascherare il ruolo del governo rossobruno e filorusso greco, che crea intenzionalmente problemi all’Europa, tanto con la sua politica economica quanto con quella migratoria.

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l’Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

1 risposta

  1. Dario Bortoluzzi

    Ancora una volta sono d’accordo al 100% con te: sì alla lotta all’ISIS, ma nessun cedimento ai ricatti di Putin e di Assad. Giusto anche rimarcare che la crisi migratoria, che ora più che mai si intreccia con la guerra al terrorismo, è stata consapevolmente favorita dal governo greco e in parte da quello italiano.

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