L’attentato di Parigi e la reazione dell’Occidente

1255810290I colpi di mitra, le bombe, il sangue, il fumo e tanta, tanta paura. Una scena di guerra in centro, affollato come tutti i venerdì sera da persone comuni che volevano godersi l’inizio del fine settimana. Scene purtroppo quotidiane in Africa e in Medio Oriente, ma stavolta il retroscena è la Ville Lumiére, e l’Occidente sperimenta un nuovo “salto di qualità” nella guerra globale contro il terrorismo islamico. Le prime reazioni sgomente hanno presto lasciato il posto alla determinazione, incarnata dalla Marsigliese spontaneamente intonata dall’Assemblée Nationale, e alla volontà della Francia e di tutto il mondo di impedire il ripetersi di questa barbarie e di assicurarne le menti alla giustizia.

Ci vorrà del tempo perché le autorità competenti chiariscano tutti gli elementi del caso, ma già sono cominciate a levarsi le voci di chi crede di aver trovato facili soluzioni al problema, serissimo, della nostra sicurezza nazionale. È importante in una situazione del genere non perdere di vista mai  quella che è la realtà delle cose, di non farsi prendere, sull’onda della rabbia, da pulsioni che violano il nostro stesso modo di vivere democratico e liberale. È opportuno quindi analizzare a mente fredda le risposte che l’Occidente può dare nei tre ambiti che riguardano questa strage, ovverosia quello della sicurezza interna, quello della sicurezza delle frontiere e quello della sicurezza internazionale.

Noti politici – italiani ovviamente, visto che in Francia la campagna elettorale è stata sospesa e i leader dei partiti hanno conferito con Hollande – e pseudointelletuali hanno subito identificato la colpa di questo orrore nelle comunità islamiche che vivono nei nostri paesi e hanno cominciato a proporre sbrigative soluzioni: “perquisizioni a tappeto” “espulsioni di massa” “niente più moschee” e altri slogan che facilmente aizzano le folle. Sebbene non si possa negare che il problema risieda (anche) nelle comunità musulmane, semplificare una questione complessa come quella dell’integrazione culturale con poche parole è riduttivo e sciocco. Un conto è mantenere un buon livello di guardia contro quelli che sono potenziali rischi per la sicurezza, un altro è predicare l’odio contro un intero gruppo sociale semplicemente per la religione che professa. Non possiamo contemplare neanche lontanamente l’idea che la paura possa farci abbandonare i valori della democrazia liberale che ci separano dal resto del mondo. Ci abbasserebbe al livello degli attentatori, ci farebbe diventare tali e quali a quello Stato Islamico a cui vogliamo contrapporci. Non dimentichiamoci che 80 anni fa un ex caporale austriaco andava in giro per la Germania, predicando che la causa di tutti i mali del Reich risiedesse negli ebrei tedeschi, segreti sostenitori di un vasto “complotto giudaico-bolscevico” volto a distruggere il Volk tedesco e ad “asiatizzare” l’Europa. Tanti, troppi, hanno dato retta a quell’ex caporale, incluso un ex maestro di scuola italiano socialista, divenuto Capo del Governo, e insieme decisero di marchiare gli ebrei, di privarli della loro cittadinanza, dei loro beni e diritti, di espellerli e, iniziata la Seconda Guerra Mondiale, di sterminarli. Prima di seguire certi demagoghi ricordiamoci di quando abbiamo dato retta ad Adolf Hitler e a Benito Mussolini e abbiamo rinunciato ai nostri valori. Essere democrazie liberali implica concedere delle libertà e dei diritti ai propri cittadini, diritti inalienabili nel tempo. Un conto è sostenere l’esistenza di problemi complessi prodotti da società multiformi e variegate, un altro è credere che cestinare le conquiste ottenute dall’Illuminismo in poi possa essere una soluzione contemplabile.

Se possiamo dire che la persecuzione cieca del “nemico interno” è illiberale, controproducente e inutile, altrettanto non può essere detto del “nemico esterno”. Mai più di ora risulta importante il tema dell’immigrazione e della difesa delle frontiere. Se fosse vera la notizia che uno degli attentatori sia entrato in Grecia fingendosi un profugo, allora sarebbe chiaro che l’intero impianto della libera circolazione in Europa si trovi a rischio. Da liberale vedo le frontiere come una barriera che allontana gli uomini, che esacerba le differenze e impedisce l’evoluzione della società umana. Eppure, se la posta in gioco è la sicurezza, cosa dovrebbero fare i governi? Di certo non continuare con politiche vacue e scoordinate, che fino ad ora hanno causato migliaia di morti  nel Mediterraneo e un giro d’affari per i trafficanti umani. C’è bisogno di severità nei criteri di ammissione dei migranti economici, o volontari, tenendo conto le possibilità di lungo termine del loro inserimento nelle nostre società. Questo non vuol dire sbarrare le porte ai migranti involontari, ai profughi tutelati da trattati internazionali e identificati come tali. Non possiamo dimenticarci che molti di quelli che ora provano ad entrare in Europa sono in fuga dallo stesso terrore che ha insanguinato Parigi. Potremmo definirci liberali, potremmo definirci civili se chiudessimo le porte in faccia a tutta questa gente? La soluzione non risiede nelle frontiere chiuse, nei muri. Risiede nell’aumentare i controlli – e qui l’Italia è colpevolmente in ritardo –, nell’espandere la cooperazione europea e con i paesi di partenza, e nel monitorare ancora più strettamente le partenze dei soggetti “a rischio” verso luoghi in cui possano radicalizzarsi e addestrarsi. È un compito difficile, ma è l’unica via possibile per conciliare sicurezza e una società aperta. Chi preferisce l’alternativa, la società chiusa, murata e paranoica, può averne un assaggio facendo una gita in Corea del Nord o in Bielorussia, dove in nome della sicurezza dal mondo esterno sono state sacrificate tutte le libertà personali che noi diamo per scontate.

Rimane la questione, legittima, di fare giustizia alle vittime, di punire il nemico. Anche qui, è necessario procedere con cautela e non seguendo i roboanti proclami del “bombardiamoli tutti indiscriminatamente”. Bisogna tenere conto che i rapporti tra mondo islamico e Occidente sono complessi e condizionati da una storia lunga, che conviene ricordare per sommi capi, dividendola in tre fasi.

Nella prima fase, quella della Conquista, sotto i Califfi la mezzaluna ha minacciato di travolgere l’Europa, inghiottendo il Mediterraneo orientale e il plurimillenario Impero Bizantino – incidentalmente, quando il sedicente Califfo cita Maometto minacciando Roma, non tiene conto che per il Profeta, Rûm era Bisanzio, una metonimia dell’Impero d’Oriente – fermandosi in Francia dopo la battaglia di Poitiers, subendo il contrattacco temporaneo delle Crociate, ma rimanendo una minaccia per l’Occidente fino all’assedio di Vienna del 1683. Da lì è iniziata la fase dell’imperialismo europeo, che in breve ha sottomesso economicamente e militarmente il mondo arabo, isolato la Persia e distrutto l’impero Mughal, capovolgendo la situazione dei precedenti dieci secoli. Anche la fase imperialista è giunta al termine, con la fallita spedizione di Suez del 1956, e l’influenza del mondo Occidentale è scemata.

Il mondo islamico non fu più visto come un unico blocco, ma come un insieme di pezzi da giostrare nel terribile gioco di potere che è stata la Guerra Fredda, gioco che ha posto le fondamenta di molti degli avvenimenti che ci dilaniano ora. L’Occidente ha commesso errori in questa fase? Certo, ma nella logica del confronto con l’URSS, era forse sbagliato destabilizzare regimi sensibili a Mosca? Era sbagliato sovvenzionare i mujahideen afghani quando lottavano contro un invasore infinitamente più potente? Era sbagliato vendere armi all’Iraq in guerra contro l’Iran rivoluzionario? Era sbagliato sovvenzionare alcuni dei regimi più illiberali del pianeta? La risposta è negativa a tutti questi interrogativi. Ogni decisione presa rispondeva alla necessità di contenere “l’Impero del Male” e applicarvi ragionamenti fatti con il senno del poi ignorerebbe quale fosse all’epoca la priorità per la sicurezza occidentale.

Inoltre, dopo la fine della Guerra Fredda, l’Occidente si disinteressò al mondo islamico: emblematica fu la prima Guerra del Golfo, in cui il Presidente Bush si rifiutò di rovesciare il regime di Saddam nonostante ne avesse sia i mezzi che la giustificazione. Si può fare tutta la dietrologia che si vuole, ma negli anni ’90 l’intromissione occidentale fu minima, reagendo solo alle occasionali pulsioni, come la no-fly zone imposta sul Kurdistan iracheno o i raid di risposta ai primi attentati al World Trade Center. Fu accettato perfino il crollo della Somalia nel caos, dopo che era diventato chiaro che un’operazione di polizia internazionale avrebbe comportato un gigantesco dispiegamento di uomini e mezzi.

Poi venne l’undici settembre, gli aerei, le Torri, il Pentagono e migliaia di morti causati dalla follia di un uomo che vedeva la violenza come unica risposta alla “invasione occidentale”. Quale invasione occidentale vedeva Bin Laden? C’era stata una guerra parallela alla Guerra Fredda, uno scontro silenzioso e involontario, che il mondo islamico stava perdendo. Era una guerra culturale. Senza perderci in apocalittiche visioni di “scontro di civiltà”, appare evidente che elementi sempre maggiori della cultura occidentale stavano penetrando nel mondo islamico: il cibo, la moda, la musica, il cinema, ma anche il ruolo delle donne, i valori di una società libera, laica e democratica, così come secoli prima gli arabi avevano portato in occidente la matematica, l’astronomia, la scienza e la riscoperta della filosofia. Questo fenomeno nell’Islam ha generato in molti una reazione di diniego, di chiusura; così è stato in Iran, dove Khomeini ha deciso che solo il suo regime teocratico potesse salvare spiritualmente i suoi concittadini; Bin Laden invece ha pensato di rispondere a questa invasione culturale con una guerra santa di martiri esplosivi.

L’Occidente è stato scosso alle sue radici e ha risposto invadendo l’Afghanistan dove si rifugiava Bin Laden, per esigere vendetta. Sconfitti i talebani, la coalizione si è imbarcata nel tentativo impossibile di creare uno stato democratico e funzionante. Le lezioni del Vietnam non erano state recepite, così come non era stata recepita l’esperienza sovietica, della sconfitta dell’Armata Rossa, che di certo non si faceva gli scrupoli delle forze occidentali. Ma se l’Afghanistan era una guerra di reazione a un attacco vile, così non fu l’Iraq, un futile tentativo di “esportare la democrazia”, consegnando ai predicatori dell’odio e dell’intolleranza islamici un’immagine perfetta dell’Occidente invasore e impelagandoci in un conflitto che al giorno d’oggi si è esteso alla Siria e minaccia di travolgere il Libano, e che ora arriva nel cuore delle nostre città. La guerra dell’Iraq, va detto, non fu, come la si è semplicisticamente definita, un’avventura di Bush. Aveva il supporto di una “coalizione di volenterosi” e di un’ampia maggioranza parlamentare, inclusa, tra gli altri, l’allora senatrice Hillary Clinton. Inoltre, nessuno sano di mente avrebbe affermato che Saddam non fosse un dittatore sanguinario e pericoloso, che tormentava il suo popolo e sterminava la minoranza curda irachena. Il grande errore della guerra irachena non fu la scelta del bersaglio, ma fu di pensare che si potesse costruire uno stato democratico dove né uno stato, né una democrazia sono mai esistiti, che bastasse eliminare un dittatore orribile perché la situazione si risolvesse.

Questo excursus storico aveva il compito di ricordare, molto sommariamente che i nostri rapporti con il mondo islamico sono dettati da una storia più che millenaria, che parlare di “colpe” dell’Occidente come fanno certi predicatori è sterile, ma che le nostre azioni nel passato hanno ripercussioni nel presente. Abbiamo visto che le nazioni non si costruiscono con la forza, che le nostre armi più temute, e quindi più potenti sono la nostra cultura, la nostra libertà, la nostra democrazia. Non vi è bisogno di invasioni e guerre dall’esito incerto perché i nostri valori prevalgano. Se davvero la pensassimo così, allora la Guerra Fredda si sarebbe dovuta concludere in un olocausto nucleare. Se davvero pensassimo sia necessario “distruggere l’ISIS” senza se e senza ma, ricordiamoci che potrebbe significare dover fare buon viso ai regimi autoritari che prima hanno contribuito a crearlo e ora lo temono. Potrebbe significare doverci alleare con lo Zar Putin e il Sultano Erdoğan. Potrebbe significare arrivare al punto di collaborare con il presidente siriano Assad, le cui mani sono lorde del sangue di 200’000 suoi concittadini. Significherebbe sacrificare i nostri valori senza avere la garanzia di successo. Alcuni potrebbero notare come nella Seconda Guerra Mondiale le potenze occidentali si allearono all’URSS contro Hitler. Vero. E quell’alleanza risultò in mezzo secolo di dominio sovietico sull’Europa orientale. Inoltre, paragonare i nazisti allo stato islamico denoterebbe non avere chiare in mente le proporzioni dello scontro in atto.

Un conto quindi è continuare a svolgere l’azione di contenimento, l’azione aerea, che ha stabilizzato il fronte iracheno e ha dato ai curdi una possibilità di sopravvivere. Un conto è lanciare dei raid punitivi, come avvenne nel 1986 con l’Operazione El Dorado Canyon, lanciata da Reagan contro la Libia di Gheddafi. Un altro conto è prospettare una guerra su larga scala, condotta sull’onda della rabbia e con alleati dubbi con obiettivi diversi e contraddittori. I bombardamenti sono soluzioni di rimessa, lo so, ma se si analizza la situazione si vede che ogni altra azione intrapresa alla leggera rischierebbe di distruggere ulteriormente i delicati equilibri della regione, ulteriormente tesi dall’inizio di una nuova intifada contro Israele e dalle manovre iraniane per ottenere l’atomica. La guerra che è in corso non si vincerà con le bombe, ma con le idee, dimostrando che non bastano il terrore e gli esplosivi a piegarci, che la nostra civiltà non permetterà di sacrificare le nostre libertà per sconfiggere un nemico che proviene da un passato remoto e buio. Le idee occidentali, i nostri valori di libertà, di dignità umana, di uguaglianza e prosperità vanno contrapposte alla brutale barbarie, ricordandoci che le idee sono a prova di esplosivo, che bisogna soltanto creare terreno fertile e aspettare che germoglino. Può sembrare poco, tenendo conto delle alternative è sempre meglio di niente.

Andrea Bonicatti

Italo-americano, appassionato di storia, politica e affari internazionali. Liberale con la “L” maiuscola.

4 Risposte

  1. Gianuario Cioffi

    Hey, c’è un refuso:

    “Alcuni potrebbero notare come nella Seconda Guerra Mondiale le potenze occidentali si allearono all’URSS contro Stalin.”

    mi sa che intendessi “contro Hitler” !!

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