Perché credo di stare a destra.

Domenica scorsa la mia città è stata al centro del dibattito politico italiano: quella che doveva essere una manifestazione contro il governo Renzi si è tramutata, leggendo i tanti titoli di giornale a riguardo, nella “rinascita del centrodestra”. Io, che ritengo di essere un cittadino di centrodestra − ovvero vedo nella libertà il diritto più inalienabile dell’uomo −, non ho però avvertito in me alcun impulso a scendere in piazza per ascoltare quello che, ad oggi, sembra essere l’astro nascente di questa fazione: Matteo Salvini. Perché?

Da sempre ho avuto difficoltà ad esprimere il mio pensiero politico in patria. La nostra storia nazionale fa spesso ritenere ad anziani − e meno anziani − che un ragazzo, dichiarandosi “di destra”, sia un giovane balilla. Altri ti vedono come un piccolo borghese proveniente da una famiglia berlusconiana che ha, come unica aspirazione nella vita, arricchirsi ed evadere il fisco. Altri ancora pensano che tutti i momenti liberi della giornata vengano spesi ad ascoltare Radio Padania inneggiando ad uno stato inesistente. Ebbene, io non sono né fascista, né berlusconiano, né tantomeno leghista. Che sono quindi?

I morti ritornano davvero?

Quando il socialista Benito Mussolini − perché quella era la sua formazione − prese il potere, l’Italia non solo era appena uscita dalla guerra, ma era anche stata guidata per decenni da governi deboli, precari e transitori. Le intenzioni iniziali del Duce erano quelle di “mettere ordine” e rivoluzionare il paese: egli sognava una repubblica anticlericale dominata da una politica pragmatica, lontana dai dogmi del passato. Su questa visione dello stato convergevano diversi ceti sociali ed intellettuali di qualsiasi parte politica: tra questi spiccava Bendetto Croce, che vedeva nel fascismo «un ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale». Ben presto però la violenza prese il sopravvento e gli italiani si ritrovarono in uno stato fortemente militarizzato e trasformato in senso autoritario.

C’è ancora qualcuno, oggi come oggi, che rimpiange i “bei tempi andati”? Sì. C’è una porzione assolutamente minoritaria della popolazione che auspica un ritorno ad un regime di estrema destra, c’è però anche chi vorrebbe una democrazia liberale basata sui tre pilastri fondamentali di quella stagione politica: Dio, Patria e Famiglia. Massima rappresentante di questa tendenza è Giorgia Meloni, la quale gode sempre più di un non così minoritario consenso. Personalmente, in quanto cattolico, italiano ed intenzionato a mettere su famiglia, questo motto non mi infastidisce per niente. Se devo però ragionare in termini nazionali, tutto diventa più complicato: in un paese liberale, ad esempio, non può esistere una religione di stato. Penso sia assurdo, come spesso ho sentito dire dalla Meloni, che non si festeggi più il Natale in alcune scuole elementari − tutto per paura di infastidire un bambino di fede differente. Trovo il Natale parte integrante della nostra cultura, quindi penso sia giusto festeggiarlo, ovviamente senza obbligare il bambino a convertirsi. D’altro canto non condivido affatto l’onnipresente sceneggiata in difesa dei pensionati come categoria. Si sa che non tutti hanno contribuito in passato quanto stanno ricevendo oggi, e ridurre a quest’ultimi la pensione − tra l’altro in nome di un aiuto alle giovani generazioni − è semplicemente giusto: perché lo stato (ovvero gli altri cittadini) dovrebbe pagare per qualcuno che non ha contribuito a sufficienza per il bene comune? Dove è finita la libertà individuale? Sono voti persi, ma bisogna riconoscerlo, soprattutto se ci si vende come una paladina della responsabilità e della giustizia.

Condivido a pieno il pensiero di Margaret Thatcher, donna liberalissima, che a riguardo sosteneva: «Odio gli estremismi di ogni tipo. Sia il comunismo che il Fronte Nazionale cercano il dominio dello stato sull’individuo. Credo che entrambi schiaccino il diritto del singolo. Per me, quindi, sono partiti simili. Ho combattuto tutta la mia vita contro la proibizione del comunismo o di altre organizzazioni estremiste perché, se lo si fa, loro agiranno clandestinamente e questo porterebbe un eccitamento che non avrebbero se fosse loro permesso di perseguire le loro politiche apertamente. Noi li batteremo con le idee».

L’agognata “rivoluzione liberale”.

Dopo la traumatica esperienza fascista, la destra, di qualsiasi orientamento, praticamente scomparve dal Belpaese. Ovunque in Europa si crearono vere e proprie forze conservatrici: anche in Germania, paese che aveva alle spalle una storia paragonabile alla nostra, nacque l’Union, la quale inizialmente somigliava alla Democrazia Cristiana, ma che nei decenni successivi prese una strada diversa. Mentre in Italia, dopo gli anni sessanta, i democristiani guardavano sempre più verso sinistra, in Germania essi facevano opposizione ai socialisti, collocandosi così sempre più su posizioni liberali.

Nei primi anni novanta stravolse la scena Silvio Berlusconi, uomo estraneo alla politica, che, sotto l’insegna di una “rivoluzione liberale”, raccolse intorno a sé tutti i “moderati” d’Italia ­− dai democristiani un po’ più conservatori ai liberali, dai missini ai socialisti. Questo nuovo contenitore, che sembrava alquanto frammentato e ideologicamente poco credibile, resistette fino a qualche anno fa convincendo buona parte della popolazione che l’Italia potesse diventare un vero paese liberale. Nei fatti, però, questo non accadde: nonostante la “Cura Berlusconi”, l’Italia è uno dei paesi occidentali in cui il cittadino è più tassato, la spesa pubblica non ha fatto altro che aumentare sotto la sua guida ed il paese non è stato pervaso da quella rivoluzione prima filosofica che economica, che è fondamentale per cambiare realmente una nazione. Insomma, tra i numerosi governi Berlusconi e le destre europee c’è pochissimo in comune.

D’altronde non c’è da stupirsi. Il Cavaliere non solo non è stato capace di modificare lo stato delle cose − e forse non ha voluto −, ma ha anche governato per anni con politici con visioni radicalmente diverse da quelle che inizialmente egli millantava: i suoi sostenitori, come già detto in gran parte democristiani, socialisti e missini, credevano in uno stato corporativo e statalista. Era quindi possibile la rivoluzione? Direi proprio di no. Però per vent’anni, nessuno ha detto niente.

Non nascondo che il programma che Berlusconi presentò nel ’94 mi piace molto, ma sostenerlo tutt’ora mi sembra altrettanto fuori luogo: che sia stata colpa dei sindacati, dei magistrati o delle sinistre, non è stato realizzato veramente niente.

Furia verde, furia rossa.

Ed eccoci ai giorni nostri. La Lega Nord guidata da Matteo Salvini è diventata la prima forza politica “di destra” del paese. È forse la mia destra? Proprio no.

Condivido però parte delle battaglie storiche della Lega: mi trovo d’accordo, ad esempio, su una visione federale dell’Italia. Quest’ultima, per la sua storia e non solo, è forse il paese d’Europa con più differenze al suo interno, prenderne atto è doveroso. Fare leva sulle difficoltà di alcune di queste realtà territoriali e sulle virtù di altre può, a mio parere, favorire una maggior responsabilizzazione delle stesse. Inoltre può migliorare il servizio al cittadino: se i soldi, al posto di venire da Roma, vengono ora da Catanzaro, ora da Venezia, forse vi sarà più premura nello spenderli nel miglior modo possibile. Perlomeno s’inizierà a lavorare per far perdere a questa grande nazione disordinata, quale è l’Italia, quel centralismo che poco di buono ha prodotto negli ultimi tempi – frutto di quest’ultimo è anche il fallito regionalismo.

La sicurezza è un’altra questione chiave che la Lega ha sempre avuto il merito di mettere sul tavolo dei giochi: essa è sempre stata e sempre sarà un problema centrale per il nostro paese. A pene più certe e, talvolta, più dure nei confronti dei criminali e delinquenti di ogni tipo − dal semplice ladro o evasore, al politico corrotto, magari anche mafioso − sarò sempre favorevole. Purché si rispetti la libertà personale.

Ed è qui che per la Lega di oggi ho ribrezzo. Non c’è niente di meno liberale delle proposte che Salvini ribadisce quotidianamente in televisione. Penso al sistema economico, a metà tra liberismo miope e socialismo, che suggerisce: accompagnare ad una fantasiosa aliquota fissa del 15% − che già di per sé diminuisce le entrate dello stato − ad un aumento delle spesa pubblica − mi raccomando però, in maniera intelligente, solo spesa produttiva −, il tutto con qualche nazionalizzazione di imprese strategiche. Quanta ipocrisia. Se si vogliono abbassare le tasse, si deve contemporaneamente spendere di meno − in maniera intelligente −, magari attraverso qualche privatizzazione, oppure con il licenziamento di personale non efficiente. Il costo elettorale non è indifferente, ma la politica non si dovrebbe basare sul mero consenso.

Altra battaglia è la reintroduzione della leva obbligatoria, con il fine di diffondere alle giovani generazioni “il senso dell’onore e della patria” − come se, in quell’anno di servizio militare, si potesse imparare ad amare questo paese così complicato da apprezzare nella sua interezza.

 

L’Italia è un paese bello, facile da amare, ma malato, gravemente malato. Io faccio parte di una destra che vuole concorrere alle elezioni e vincerle non per contribuire al declino, ma per fermalo. Per cambiare rotta. Credo che ci sia lo spazio per rivoluzionare realmente tutto ciò che d’illiberale c’è nel nostro paese. Serve solo buona volontà, volontà di fare politica vera. A destra come a sinistra si vedono politici sempre più attenti a crescere in popolarità, perché nessuno vuole crescere in stima? La stima che una popolazione riserverebbe al suo leader ed alla sua classe dirigente se risolvesse dei problemi che da secoli attanagliano una comunità. Non mi arrenderò a dare il voto a qualcuno che, spacciandosi “di destra”, vuole mantenere uno status quo che “di destra”, di liberale, di onesto, non ha niente.

Giulio Tommasini

Diciannovenne. Frequento il primo anno della facoltà di Fisica dell’Università di Bologna. Scout con una grande passione per la chitarra e la politica.

10 Risposte

  1. Gianuario Cioffi

    Per non tacere dei diritti civili : oggi solo un ignorante ( e tra questi NON ci sono Meloni, Berlusconi, Maroni e Salvini) potrebbe affermare che l’omosessualità sia una malattia, che i bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso ( o da genitori trans, o da un genitore single) vivano con un qualche disturbo mentale, e che godano in media di meno benessere di quelli nati da coppie eterosessuali.
    Qualcuno direbbe che questi bambini vivrebbero male perché sarebbero discriminati – ma cosa è più liberale, combattere le discriminazioni o “prevenirle” negando a degli adulti il diritto ad essere genitori e a dei bambini il diritto ad avere dei genitori , QUALUNQUE ESSI SIANO (perché gli unici requisiti di un genitore devono essere l’amorevolezza, la maturità e la capacità di mettere il bene dei figli davanti al proprio, davanti ai propri desideri e spesso davanti ai desideri dei figli stessi) ?

    E che dire del testamento biologico? Io studio Medicina, vi posso assicurare di quante malattie incurabili colpiscano persone nel pieno della propria capacità di intendere e volere, perché qualora queste persone non riescano a sopportare le sofferenze, devono essere costrette ad un umiliante “fai da te”?

    La cittadinanza ai cittadini stranieri sulla carta ma italiani nel cuore (e nelle tasse che pagano), la legalizzazione di droghe e prostituzione (che in un Paese che combatte la mafia dovrebbe essere data per scontata) : questa destra di liberale non ha proprio nulla !!

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  2. Paolo Da Lama

    Caro Giulio,

    straordinaria disamina.
    Bravissimo.
    A parte il tuo pensiero sul Servizio Militare, che reputo assolutamente necessario e imprescindibile per la formazione del carattere dei giovani, soprattutto italiani, perchè è una palestra, assieme a famiglia e scuola, dove si apprendono tante cose, soprattutto nei rapporti sociali, che nella vita avverranno in seguito, mi trovo d’accordo con tutto ciò che scrivi.
    In Italia non esiste una vera formazione Liberale, nè come partito nè come cultura. Quindi noi siamo degli isolati, degli esclusi e ci siamo “attaccati” per anni a Berlusconi, quello che più si avvicinava al nostro concetto di società. Ma si avvicinava solo. Non capisco come nessuno abbia mai pensato a formare una vera formazione politica Liberale. Penso ai Porro o ai Giannino, i primi che mi vengono in mente. Credo non vi sia la volontà e a tutti fa comodo stare così. Oppure, semplicemente, non esiste un Berlusconi Liberale. Saluti.

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    • Franco Puglia

      Caro Paolo, hai fatto il servizio militare ? Io si, anche se da privilegiato, e di formativo non ha mai avuto proprio nulla. Se proprio vogliamo costruire un “momento formativo” per le giovani generazioni, allora meglio un servizio civile, magari obbligatorio, magari breve, ma esteso nel tempo, perchè la formazione non è mai un episodio isolato nel tempo ma un continuo persistente.
      Quanto ad una VERA formazione liberale, c’è chi ci sta lavorando, o almeno ci prova.
      Ed anche qui è forse meglio mettere sotto traccia questa parola abusata : meglio cercare di agire avendo ben chiaro in mente il “pensiero liberale” che dirsi liberali per avere un’etichetta che si avvicini al proprio pensiero.
      In Italia ci sono milioni di liberali inconsapevoli, che non sanno darsi un’etichetta, ed è meglio che sia così, perchè le etichette sono “gabbie” mentre la LIBERTA’ è espressione di un sentire onesto, sincero, quindi libero e, se vuoi, liberale.
      Bisogna organizzarsi per produrre una proposta politica NUOVA, su BASI NUOVE, che parli a milioni di persone e che sia capace di offrire almeno una speranza credibile di futuro, per ora totalmente assente.

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    • Giulio Tommasini

      Grazie mille.
      È vero, in Italia non esiste una vera formazione liberale; ma credo che in futuro non si potrà far altro che andare in quella direzione. Non mi riferisco esclusivamente ai diritti civili ma anche all’economia. L’attuale governo è l’ennesimo che sacrifica il benessere dei nostri conti pubblici e della nostra situazione economica in nome del puro consenso. Non potremo andare avanti così all’infinito. Prima o poi ci sarà bisogno di libertà, di liberalismo. Per ora non possiamo far altro che sperarne la comparsa.

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  3. Franco Puglia

    Mi piace quello che scrivi, Giulio Tommasini, e condivido il contenutodi questo articolo. Ti chiedi se stai a destra : forse stai semplicemente con i piedi per terra, e basta. Io mi sono fatto spesso la medesima domanda. Io sono certo di non essere di sinistra, ma non mi sento neppure di destra. Penso con la mia testa, come sembri fare tu, e prendo il buono dove lo trovo, lasciando perdere o combattendo il resto.
    Sei sulla buona strada …

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    • Giulio Tommasini

      Grazie mille.
      Anche io mi sono chiesto mille volte non solo se mi trovassi a destra, ma anche se avesse più senso sentirsi di qua o di là. La tendenza generale è quella di superare queste antiche posizioni ideologiche: leader politici e politologi di ogni colore ne parlano quotidianamente.
      Mi sono poi convinto (come ho scritto in due precedenti articoli su questo stesso sito) che la causa di questo generale disinteresse per la politica da parte della popolazione e di questa difficoltà imperante a sentirsi rappresentati venga anche da lì: a forza di superare queste ideologie, abbiamo perso del tutto le idee, i progetti. Nessuno si candida più alle elezioni per vincere e cambiare il paese secondo un dato principio. Ora come ora − e non solo in Italia − si concorre alle elezioni, le si vince e si cerca di mantenere quel consenso ottenuto, senza preoccuparsi della direzione che si sta seguendo. Così però, il paese piano piano muore e la popolazione lo sente.
      Cercando quindi di ricondurmi a principi primi mi sono detto di stare a destra, principalmente perché credo che la libertà sia la prima esigenza di ogni individuo, e, come tale, deve avere la precedenza su tutto. Questo crea non pochi disagi in Italia, in quanto un movimento con tale base ideologica è veramente difficile da trovare. Da qui questo articolo e la mia critica alla “destra” italiana.

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      • Fabrizio Bercelli

        Caro Giulio e caro Franco,
        chiarisco la mia posizione, che avevo espresso in modo troppo sintetico e provocatorio nel mio breve commento precedente, il novembre scorso.
        Giulio dice che è di destra perchè dà priorità alla libertà. Sono d’accordo che la libertà, in particolare la libera iniziativa privata, è importante, tanto più in italia dove è soffocata da un immane e assurdo eccesso di burocrazia e di norme, che è prioritario rimuovere.
        Questa però è solo una parte della libertà. Per un bambino che nasce in condizioni molto svantaggiate, libertà è anche avere quel minimo accesso a beni primari — sussistenza decente e istruzione — senza dei quali la libertà di cui parla Giulio è, per quel bambino, inutilizzabile.
        Mi considero di sinistra perché quest’altra componente della libertà è per me non meno essenziale. E sono un liberista di sinistra perché penso, semplificando, che il liberismo produca prosperità e con essa le risorse per garantire pari opportunità a tutti, inclusi i bambini più svantaggiati. Cosa che può essere garantita meglio da uno Stato minimo, piuttosto che dallo Stato pletorico e oppressivo che ora abbiamo.

        Il mio punto è che chi, come me, è fortemente sensibile a valori di sinistra, può essere favorevole a politiche liberiste, anzi in una situazione come quella italiana DOVREBBE esserlo. (Una tesi simile è stata sostenuta da Alesina e Giavazzi nel 2007, e criticata da Boldrin, vedi http://noisefromamerika.org/articolo/liberismo-non-sinistra — ho espresso in modo articolato la mia posizione nella parte finale della discussione).

        In conclusione, sarei d’accordo con Franco: almeno nella situazione italiana, distinzioni fra destra e sinistra sono poco utili, forse controproducenti, nonostante la pur valida ragione contraria che Giulio dice nella sua replica.
        Ho partecipato con entusiasmo a Fare per fermare il declino, ma certi toni “immoderati” di Giannino secondo me erano infelici perché non potevano e non possono fare presa sui molti italiani che pure sono favorevoli a politiche liberiste. Ammiro anch’io, caro Giulio, la Thatcher, ma penso tuttora, come pensavano Bisin e Boldrin 9 anni fa, che all’Italia serva piuttosto un “Cavaliere bianco” (http://noisefromamerika.org/articolo/cavaliere-bianco-cercasi-causa-persa).

      • Franco Puglia

        Non direi che la LIBERTA’ stia a destra o a sinistra. da destra la libertà è stata spesso stracciata, come anche a sinistra. Quindi non è un criterio sufficiente.
        Tipicamente la sinistra nasce come espressione del bisogno di affrancamento delle categorie sociali più deboli dallo strapotere di quelle più forti. Per raggiungere questo obiettivo condivisibile sono stati usati strumenti anche liberticidi, ed una ideologia senza basi economiche sostenibili. Il marxismo ha fallito più per la sua insostenibilità economica che non perchè limitasse la libertà, cosa che alla gente interessa, ma molto meno della pancia.

  4. Fabrizio Bercelli

    Caro Giulio, sono d’accordo con quasi tutto quello che dici, anche se ho il vezzo di ritenermi di sinistra, una sorta di comunista liberista, come forse sai. Ma è appunto un vezzo. Ha ragione Franco Puglia, puoi lasciare tranquillamente perdere destra e sinistra. O meglio, è una distinzione che può avere ancora un po’ di senso, ma poco, abbastanza marginale, come ho cercato di argomentare altrove (credo tu abbia ricevuto il mio scritto). Per dire, fra i partiti politici oggi esistenti, non ho dubbi che il più vicino alle tue posizioni sia il PD di Renzi.
    Se e quando vorrai, ne potremo discutere. Ciao

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    • Franco Puglia

      L’abbinamento comunista-liberista è stridente e privo di significato. Perchè tentare di trovarsi un’etichetta ? Il pensiero umano è spesso contraddittorio, mentre altre volte è monolitico e per questo pericoloso. La contraddizione può evolversi, trasformarsi ; il pensiero monolitico può soltanto frantumarsi, o non evolvere mai.
      Il PD è l’evoluzione “post moderna” della vecchia DC. Piccoli interventi parziali, mai organici, mai progettuali, senza visione d’insieme, mirati più che altro ad allargare una base di consenso che porta potere, con piccoli regali ora qui ed ora la, in perfetta tradizione democristiana. Il panem et circenses dei Romani, in chiave moderna. Meglio pensare a qualcosa di assolutamente nuovo ed avanzato. C’è chi umilmente ci sta lavorando, ed io, tra questi, cerco di dare il mio contributo.
      Fatelo anche voi e lasciate alla Storia ciò che diventerà presto soltanto un oggetto di storiografia politica.

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