Renzi va All-in (con i nostri soldi)

La politica italiana continua a essere un susseguirsi di dejà-vu, presentandosi come vera novità solo per chi tende per le prime volte le orecchie a uno dei tremila talk show in onda settimanalmente o gli occhi a un quotidiano cartaceo o digitale.

Sembra ieri quando Silvio Berlusconi esortava gli italiani a spendere, a non risparmiare, a investire, per respingere quella crisi che stava navigando velocemente dall’Atlantico con direzione Vecchio Continente.

Cos’è cambiato in questi ultimi anni? Molte cose ovviamente, ma non le modalità con cui i politici di spicco affrontano i temi più cocenti di politica economica.

C’è del Berlusconismo in questa bozza della legge di stabilità, inutile negarlo, senza fare Travaglismi. Un’attenzione spasmodica alle prossime elezioni piuttosto che alle prossime generazioni (eh, caro Alcide…), la volontà di puntare su tutto ciò che è popolare, il dare la sensazione che stiamo andando verso un nuovo miracolo italiano.

L’IMU e quei maledettissimi 80 euro sono l’emblema di una classe dirigente incapace di resistere alla tentazione del consenso, completamente avulsa alla direzione i cui viaggia l’economia mondiale nel 2015. La ratio politica è molto semplice: se non perseguo il consenso, perdo il potere. In tutto questo il ruolo delle opposizioni diventa essenziale, perché una minoranza che ti incalza su argomenti seri ti obbliga a essere serio, mentre un’opposizione che ti attacca solo su tematiche da Bar dello Sport (anzi, da “La Gabbia” o “Quinta Colonna”) ti costringe a essere più cicala e meno formica. E a quanto pare al Presidente del Consiglio non dispiace cantare.

A prescindere dalle singole misure – già oggetto di illustri e approfondite analisi – colpisce l’incertezza e la fragilità delle coperture, una tantum o in deficit. Ma non ci sarebbe da preoccuparsi a quanto dicono slides e tweets, perché le coperture non devono più essere trovate da qualche burocrate di Via Venti Settembre, ma verranno ex post grazie alla fiducia ritrovata degli italiani. L’accompagnamento alla porta di Roberto Perotti dopo quello di Carlo Cottarelli è un chiaro segnale della strada imboccata.

Ma se è teoricamente probabile che una maggior fiducia potrebbe spingere l’economia a recuperare più velocemente i punti di PIL persi, quello che sfuggiva a Silvio e pare sfuggire anche a Matteo è che la fiducia si ripone nelle persone, nel nostro caso nei politici. Perché una persona razionale dovrebbe fidarsi di un politico? Chi gli assicura che l’IMU tolta quest’anno non tornerà con altro nome e altra veste tra qualche anno? È già capitato, recentissimamente, impossibile non ricordarlo. Ma anche se non dovesse ricapitare, qualcuno dovrà pagare prima o dopo quel mancato gettito. Ecco allora che da un punto di vista razionale, non basta auto-convincersi che le cose domani andranno meglio di oggi per risparmiare meno e consumare/investire di più. Sostituire i tagli di spesa programmati – erano 10 miliardi, adesso sono meno di 6 e consistono solo in riduzioni di spese programmate in precedenza per il 2016 – con un’operazione fiducia è come non fare i compiti a casa e sperare che la maestra non ti chiami alla lavagna, perché per la prossima volta sarai preparato.

Si dovrebbe smetterla con le illusioni, le strade sono sempre due quando i conti non tornano: si riduce la spesa o si aumentano le tasse! Non esistono alternative, non esistono “pasti gratis”. È difficile credere che questa volta andrà diversamente.

Dietro gli show, la propaganda, le beghe indecenti, resta la realtà, fatta di numeri. Prima o poi qualcuno dovrà fare i conti con 34 miliardi di clausole di salvaguardia (14 nel 2017, 20 nel 2018) per evitare aumenti di IVA e tanto altro. Chi? Basta avere uno specchio in casa per vederlo..

Abbastanza patetica poi la retorica della sfida epocale all’Europa, del cambio di rotta, dei burocrati di Bruxelles etc etc. Ha stufato! Sarebbe interessante chiedere al premier se avrebbe potuto vantarsi del debito pubblico che (forse) tornerà a scendere dal prossimo anno senza gli aiuti di stato (diamo il giusto nome alle cose) della BCE. La Commissione potrebbe anche approvare il testo (così dicono le indiscrezioni), la Merkel potrebbe tacere visti i suoi problemi interni, ma il conto salato, alla fine, non arriverebbe sulle loro tavole, ma sulle nostre (mi raccomando, sempre belle piene altrimenti l’economia non riparte).

Il 2016 diventa dunque l’anno in cui l’Italia va All-in: abbiamo una mera e ambigua coppia di 9, ma sentiamo che sia la mano giusta.

Si, certo, i segnali di ripresa ci sono, innegabili, ma sembrano davvero poco solidi ed è difficile ignorare la matrice internazionale degli stessi. E se gli scenari esterni dovessero mutare, chi è più debole strutturalmente rischia molto di più. Non perché arriverà un nuovo imbroglio dello spread, ma perché è semplicemente la proiezione della vita quotidiana in ambito nazionale: vi fidereste di un debitore cronico che vi promette che pagherà i debiti pregressi grazie a una mano di poker?

Ridurre le tasse in deficit è in fondo semplice, chiunque sarebbe in grado di farlo. Intendiamoci: è chiaro che con una pressione fiscale mostruosa, appare un po’ da “gufi e rosiconi” obiettare su una manovra che tenta di abbassarla (anche se e se…). Ma si ha come la sensazione che la crescita attesa non potrà venire dai tagli di imposte, bensì solo ed eventualmente grazie all’operazione fiducia di cui sopra.

Possiamo tifare affinché l’ultima carta ci regali un 9. Lo faremo, brinderemo tutti insieme. Magari diremo anche noi che “chi osa vince” e altre cose da link motivazionali su Facebook, beneficiando tutti di una crescita finalmente superiore agli 0,…

Ma se foste un padre che vede un figlio giocarsi tutti gli averi con due 9 in mano, ne sareste felici?

Forse non ci servono nuovi padri fondatori, ma solo buoni padri di famiglia. Gli All-in lasciamoli allo show-business.

Francesco Bruno

Avvocato, LL.M in Law and Economics.

Scrivo su Econopoly, blog del Sole 24 Ore http://www.econopoly.ilsole24ore.com/author/francescobruno/

1 risposta

  1. umberto

    ci vorrebbe l’araba fenice, la spending review; ma sia Renzi che i suoi predecessori hanno ampiamente dimostrato che non hanno nessuna voglia di tagliare il ramo su cui sono seduti. Il taglio di tasse di questa finanziaria oltretutto è risibile, considerato che 16,8 miliardi sono mancati aumenti di tasse. Interessante l’innovazione in politica: al posto del taglio di tasse che non riescono a fare causa mancata spending review, si adotta il mancato aumento di tasse. Ti prometto un aumento, ma poi all’ultimo minuto te lo tolgo, sbandierando la riduzione delle tasse. Del Resto Padoan ha detto che il 42,4% di pressione fiscale -non è un problema- (bontà sua). Aspettiamo sant’inflazione come strategia per abbattere il debito, magari facendo qualche danza della pioggia…

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