Ripensare i finanziamenti europei: dal più spesa al meno tasse

Originariamente pubblicato da Leoni Blog

Quando si fa già una gran fatica a difendersi da un Leviatano tricolore tutto spendi&tassa, non esiste un incubo peggiore di un Leviatano sovranazionale che segua la stessa linea. Nell’accezione mediatica e – di conseguenza – popolare, il lato positivo dell’adesione italiana all’Unione Europea è da sempre rappresentato dai cd “Fondi Europei”, categoria eterogenea che comprende una serie di sigle, ma che in sostanza concerne la grande forma di finanziamento dell’Unione nei confronti degli Stati Membri. Anche in costanza di recessione – o di crescita microscopica come nella fase attuale – i Fondi Europei hanno continuato a godere di buona fama e del favore della vox populi.

Per il periodo 2007-2013 sono stati destinati all’Italia circa 28 miliardi di euro, mentre per il periodo 2014-2020 la cifra sale a quasi 33 miliardi di euro. A queste somme vanno ovviamente aggiunte quelle derivanti dal cofinanziamento nazionale, ammontate a circa 27 miliardi per il periodo 2007-2013 e previste in circa 20 miliardi di euro per quello in corso. Siamo già sulla soglia dei 120 miliardi. La maggioranza delle risorse è andata (e andrà) alle regioni del Mezzogiorno – Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia – che rientrano nella fascia delle “regioni meno sviluppate”.

Ma quali sono stati fin adesso i risultati di tali ingenti investimenti pubblici? Sarebbe retorico e stantio citare i dati macroeconomici del meridione d’Italia. Per chi ne ha pazienza e voglia (meglio se non meridionale al fine di evitare lacrime di disperazione), i rapporti SVIMEZ offrono una panoramica dettagliata di un disastro perpetuo.

Con tutti i distingui del caso, sostanzialmente il tutto – almeno per quanto concerne l’Italia – appare come una Cassa del Mezzogiorno all’europea. Tuttavia il favore mediatico/popolare nei confronti dei fondi resta inalterato.

Le colpe per il mancato o errato utilizzo dei finanziamenti vengono equamente ripartite tra politica incapace e corrotta, criminalità organizzate e cittadini disonesti. Tutto giusto, tutto vero e incontrovertibile. Ma non è in fondo il triste destino della quasi totalità della spesa pubblica “per lo sviluppo”? Cambia la fonte, comunitaria anziché nazionale, ma il modus operandi e il risultato è analogo: sprechi, inefficienze, burocrazie che si moltiplicano all’impazzata.

Possiamo biasimare all’infinito furbetti di quartiere o di loft in centro per il fallimento di tali politiche europee, ma un fallimento resta un fallimento non solo a valle, ma anche a monte, dove forse gli incentivi non sono stati allocati nel modo più appropriato.

Quando i risultati attesi non arrivano, è opportuno trovare o quantomeno riflettere a soluzioni alternative. Non si potrebbe pensare a un uso diverso di queste risorse europee e nazionali? Se è vero che il progetto di coesione sociale europeo richiede misure ad hoc per aree sottosviluppate, vogliamo procrastinarlo all’infinito anche in caso di risultati pessimi o al meglio esigui? Son già trascorsi 21 anni dall’inizio di tale tipo di programmazione!

Ad esempio, per il settennato 2021 – 2027 si potrebbe ripensare l’utilizzo dei fondi in un’ottica di agevolazioni fiscali mirate alle regioni sottosviluppate. Riduzioni di Irap, Ires, cuneo fiscale, IMU (o quel che sarà) su immobili aziendali o a uso commerciale, che sicuramente avrebbero un maggior impatto sulla crescita in territori come il Mezzogiorno italiano. Un sollievo per le imprese già in loco, un incentivo determinante per le imprese che verranno e per chi ha voglia di investire nel Sud. Anche qualche fenomeno migratorio di delocalizzazione da Nord a Sud di certo non sarebbe dannoso.

Ovviamente questo aprirebbe un annoso dibattito da clima secessionista, ma chi marcerebbe sulla diatriba? I cittadini del Nord potrebbero reagire negativamente. Tuttavia si tratterebbe di fondi che in ogni caso già adesso privilegiano le regioni meridionali per evidenti ragioni socio-economiche.

Le contestazioni campanilistiche appaiono quindi sormontabili. Altre obiezioni giungerebbero da chi ritiene che utilizzare i fondi europei per ridurre la pressione fiscale a tempo determinato in zone sottosviluppate rappresenterebbe una discriminazione non in linea con i Trattati.

Eppure il fondamento giuridico dei fondi strutturali e di coesione si rinviene nell’art. 107, terzo comma lettere a e c, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, il quale recita che

Possono considerarsi compatibili con il mercato interno: a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione, nonché quello delle regioni di cui all’articolo 349, tenuto conto della loro situazione strutturale, economica e sociale; (…) c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse

Perché un aiuto sottoforma di agevolazioni fiscali temporanee dovrebbe rappresentare una violazione dei Trattati alla luce delle richiamate deroghe? È arduo comprenderlo. La Corte di Giustizia potrebbe avere un’opinione contraria, ma bisognerebbe adirla per saperlo.

Una battaglia europea da tentare, cercando sponde in altri Stati Membri. Ma un cambio radicale in questi termini della prospettiva di medio-lungo termine dell’intervento europeo all’interno delle economie nazionali sarebbe visto con occhi avversi, soprattutto dalla classe politica che dovrebbe invece sostenerlo. Perché? Semplicemente perché una mera riduzione della pressione fiscale decisa a Bruxelles o a Roma eliminerebbe tout court piccoli e grandi centri di potere che tali politiche hanno creato. La programmazione, la gestione, il controllo sull’utilizzo dei Fondi Europei richiede una macchina amministrativa e burocratica di ingenti dimensioni che opera a svariati livelli, dalle istituzioni europee fino al singolo comune calabrese.

Una miriade di uffici, centri di sviluppo, corsi di formazione, costi di monitoraggio ex ante ed ex post che, salvo casi di associazioni non a scopo di lucro, sono a carico del contribuente. Il tutto a beneficio di chi? Dei politici, che arricchiscono consensi e portafogli, di criminali organizzati e non, di cittadini furbetti abili a interagire con il mondo politico (a chiusura del circolo vizioso). Ovviamente fare di tutta l’erba un fascio è ingiusto e mistificatorio: tante buone opere sono venute alla luce, tanti cittadini hanno potuto dare vita a investimenti duraturi, tanti progetti meritevoli hanno trovato i necessari capitali.

Ma cosa accadrebbe nel caso di abbassamento temporaneo della pressione fiscale in sostituzione dei finanziamenti? Chi ne trarrebbe i maggiori benefici? Sicuramente le imprese già attive sul territorio, assediate da Stato e mafie, che potrebbero aumentare gli investimenti e creare nuova occupazione. Anche i giovani sarebbero senz’altro tra i beneficiari, avendo più possibilità di dare sfogo alle proprie idee nella terra d’origine. Chi studia e lavora lontano dall’ex Regno delle Due Sicilie potrebbe decidere di tornare per approfittare di un conveniente regime fiscale. In generale, tutte le persone che hanno voglia di investire e lavorare, ma che non sono in grado di costruirsi il futuro tramite collusioni politiche. Perché un’agevolazione fiscale erga omnes va a vantaggio di chiunque abbia voglia di mettersi in gioco, a prescindere dai protettori.

Chi ne trarrebbe i maggiori svantaggi? Politici, mafiosi, cittadini disonesti.

Ecco perché resterà un’utopia.

Francesco Bruno

Avvocato, LL.M in Law and Economics.

Scrivo su Econopoly, blog del Sole 24 Ore http://www.econopoly.ilsole24ore.com/author/francescobruno/

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