All aboard the Democratic primary train

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Presidenziali USA 2016, finalmente la macchina delle primarie democratiche sta per partire. Dopo mesi passati a parlare solo di Donald Trump, i democratici stanno per occupare i riflettori. Sebbene in entrambi i partiti le primarie ed i caucus non inizino prima di febbraio, il 13 di ottobre i candidati democratici si incontreranno per il primo dibattito televisivo. Prima di descriverli, ricordiamo le regole per ottenere la nomination.

Ognuno dei 50 stati, Washington DC, Puerto Rico, i territori, e gli americani all’estero, saranno rappresentati alla convention da un certo numero di delegati. I metodi di elezione e ripartizione dei delegati variano enormemente, in quanto sono i rami locali del partito a scegliere le proprie regole. A questi 3636 delegati eletti, si devono aggiungere 704 superdelegati, scelti per statuto tra i maggiorenti del partito, e tutti insieme alla convention voteranno il candidato Presidente e il candidato Vice Presidente. Ai candidati quindi non basterà avere la maggioranza dei voti popolari, ma necessiteranno anche di un certo supporto nell’establishment, che non sempre segue gli elettori: basti pensare che nel 2008 la maggioranza dei superdelegati era schierata con la Clinton nonostante la vittoria di Obama fosse chiara da mesi. Come accennato prima, le primarie per i delegati inizieranno a febbraio e si dovrebbero concludere a fine giugno, un mese prima della convention di Philadelphia del 25/28 luglio.

Dal 2009 era certa la candidatura di Hillary Rodham Clinton, al punto da guadagnarsi il soprannome di «candidata inevitabile». Tutti gli analisti davano per scontato che l’allora Segretario di Stato, sconfitta da Obama, intendesse candidarsi. Le sue dimissioni nel 2013, l’intensa attività con la Clinton Foundation, il libro di memorie, tutto insomma indicava che intendesse ritentare l’avventura e la sua conferma ufficiale è stata poco più di una formalità. I requisiti d’altro canto non le sono mai mancati: era dai tempi di Bush Sr. che non si vedeva un candidato Presidente con un curriculum così imponente. Hillary è stata uno degli avvocati più influenti d’America, First Lady dell’Arkansas prima e degli Stati Uniti poi – la prima con una laurea – Senatrice per due mandati dello stato di New York, la prima donna con una possibilità di ricevere la nomination in uno dei partiti maggiori e per quattro anni Segretario di Stato. Insomma, di certo non qualcuno a cui si possano rimproverare mancanza di esperienza o carenza di ambizione. Oltre all’esperienza istituzionale, ha grandi capacità elettorali: piace a quei segmenti di popolazione che hanno dato un sostegno decisivo a Obama nel 2012, come latinos, donne e afro-americani; conserva il supporto di una parte considerevole di Wall Street; e, non meno importante, ha dalla propria il più influente degli statisti democratici, cioè Bill, il che non può guastare, visto soprattutto come i sondaggi confermino che rimanga l’ex Presidente in vita più popolare. Le sue posizioni politiche, che sono diventate sempre più liberal negli anni, sono chiare in quasi tutti i campi e la differenziano da Obama, senza criticarlo troppo apertamente, un cosa che molti Democratici al Congresso si sono trovati a dover fare per essere eletti. In diverse circostanze da Segretario di Stato ha mostrato un suo pensiero indipendente, come sulla Siria, la Russia, la Keystone Pipeline e le controverse trivellazioni nell’Artico. Memore degli errori della campagna del 2008, quando si trovò al verde nelle primarie di Marzo – e dovette prestare alla sua campagna qualcosa come 13 milioni di dollari – Hillary ha avviato una formidabile campagna di donazioni, che attira sia i piccoli donatori che i super PAC multimilionari.

Nonostante questi fattori positivi, Hillary non è un corazzata inaffondabile. Innanzitutto è una figura polarizzante, che suscita ammirazione o odio con poco spazio per il compromesso. È anche vero che la crescente estremizzazione della politica americana in generale non aiuti, ma con Hillary è particolarmente evidente. Se la maggioranza dei repubblicani la odia, molti democratici la guardano con scetticismo se non con sconforto: l’ala sinistra del partito, in particolare la considera troppo conservatrice in politica estera e troppo sensibile agli interessi della finanza. Resta anche il fatto che Hillary stenta a risultare “simpatica”, e anche quando va in TV per programmi scherzosi, come da Stephen Colbert o al Saturday Night Show, appare a tratti forzata e innaturale, e gli americani diffidano dei candidati artificiali, dei politici puri, preferendo il carisma e la genuinità; d’altronde, il Presidente deve saper guidare, più che legiferare. Ci sono infine questioni spinose che la metteranno in difficoltà sia nelle primarie che in una eventuale elezione generale: il suo voto favorevole alla guerra in Iraq e al PATRIOT Act, la debacle di Bengasi e soprattutto lo scandalo del server e-mail per cui potrebbe rischiare addirittura una imputazione per ostruzione alla giustizia.

Tutti questi problemi per Hillary potrebbero essere dimenticati grazie sia alla sua esperienza e alla sua formidabile macchina elettorale, se fosse l’unica candidata di peso alle primarie. Tuttavia, si è aggiunto alla corsa democratica il politico più eterodosso – e l’America ne ha di politici al di sopra degli schemi – di questa generazione: il Senatore Bernie Sanders del Vermont. Sebbene molti avrebbero difficoltà a trovare il Vermont su una mappa, Sanders è ben noto per essere l’unico politico nazionale a professarsi apertamente progressista e ammiratore del socialismo democratico dei paesi scandinavi. Bisogna tenere conto che in America ormai sia diventato un insulto politico anche il termine liberal; definirsi socialista – per gli americani socialdemocrazia e socialismo reale sono la stessa cosa – equivale quasi a proclamarsi nazista in Germania o gay in Russia. Eppure Bernie, come in campo repubblicano Ron Paul, ha un notevole seguito, di giovani agguerritissimi su internet, di persone comuni che affollano i suoi comizi e ispira un vasto fronte che include no-global, antinuclearisti, ecologisti, pacifisti, attivisti LGBT e i pochi socialisti che non sono agenti dell’FBI in incognito, un fronte che rimane orfano di candidati nelle elezioni nazionali. Il Vermont sarà uno stato piccolo, ma Sanders vi è stato eletto con il 71% di voti, la percentuale più alta di un indipendente in oltre 150 anni e ha raccolto almeno tanti soldi quanti Hillary esclusivamente in piccole donazioni. Il messaggio che proietta è semplice, populista, anti-casta (non importa che lui sia a Washington dal 1991), e include quello che in Europa potrebbe essere il programma di un partito social-democratico: welfare per tutti, pacifismo e internazionalismo, riduzione della povertà tramite spesa pubblica, eliminazione della discriminazione razziale, tasse alte sui ricchi, una economia più ecologica e regolamentata, controlli severi sulla finanza e sui paradisi fiscali e eguaglianza totale per la comunità LGBT. Queste posizioni, che nel resto del mondo appartengono ai partiti di sinistra tradizionali, e pefino ad alcuni partiti di destra, sono semplicemente rivoluzionarie in America e per questo generano interesse e il supporto molto rumoroso da una parte piccola dell’elettorato, specialmente nel progressivo New England, ma anche forte preoccupazione nel resto degli americani. Il fatto che Sanders non sia ufficialmente un Democratico aiuta la sua figura di outsider, ma lo penalizza tra i maggiorenti del partito. Resta il fatto che ad oggi nelle primarie in Iowa e in New Hampshire, che si svolgeranno l’1 e il 9 Febbraio, si trovi testa a testa con Hillary e sembrerebbe in grado di fermare la «candidata inevitabile», anche se va visto alla prova nei dibattiti, dove non sempre da il meglio di sé.

Speranze molto inferiori, se non proprio assenti, le hanno i contendenti minori: il Governatore del Rhode Island, Lincoln Chafee, il Governatore del Maryland, Martin O’Malley e l’ex Senatore della Virginia Jim Webb: la loro quasi anonimità al grande pubblico si traduce in un complessivo 5% nei sondaggi dell’Iowa, abbastanza per liquidarli come ininfluenti.

Vista così sarebbe la perfetta corsa a due, ma c’è un potenziale terzo incomodo: il Vice Presidente Joe Biden. Biden, Senatore del Delaware dal 1973 al 2009 e Vice Presidente da allora, è il perfetto democratico mainstream. In linea con il partito su quasi ogni posizione, ha una vastissima esperienza legislativa, è apprezzato in entrambi gli schieramenti per i suoi modi garbati, e attira simpatia per una sua certa propensione per le gaffe. Le voci di una sua corsa alla nomination sarebbero dovute sia alla normale aspirazione di ogni Vice Presidente a una promozione, sia alla commovente richiesta del figlio Beau, subito prima che un tumore al cervello lo spegnesse a maggio. L’evento, oltre a generare forte simpatia per il già affabile Biden, ha fatto nascere un movimento, «Draft Biden», per incoraggiarlo a correre. Sebbene lo scheletro organizzativo di una campagna elettorale sia pronto, il Vice Presidente non ha ancora sciolto la riserva. I sondaggi ad ogni modo hanno cominciato a considerarlo in corsa e concludono che sarebbe solidamente al terzo posto, potenzialmente sottraendo più voti a Hillary che a Sanders. Non sembrerebbe avere molte possibilità di insidiare né l’una né l’altro, e molti dei sondaggi potrebbero essere falsati dal fatto che gli intervistati preferiscono dichiararsi a suo favore per simpatia. Come scriveva Philip Elliott su Time, “nessun candidato ha mai avuto così tanti amici in Iowa e così pochi elettori.”

Questi sono i candidati e, sebbene fare previsioni sicure a così tanta distanza dall’inizio delle primarie sia impossibile, e prima ancora che abbiano fatto concrete proposte di policy, si possono fare delle considerazioni. Innanzitutto, i tre candidati minori dovrebbero risultare ininfluenti. In secondo luogo, i democratici hanno tutto l’interesse nel nominare un candidato che abbia buone possibilità di vincere a novembre e di governare con un Congresso repubblicano. Partono svantaggiati, in quanto il Presidente uscente è democratico, e nell’ultimo secolo a un Presidente con due mandati pieni sono succeduti compagni di partito solo due volte: Truman con FDR e Bush Sr. con Reagan. Sarebbe quindi logico per gli elettori e soprattutto per i superdelegati favorire Hillary, meno estremista di Sanders e infinitamente più carismatica di Biden.

Questo pensiero strategico ha delle radici storiche: dopo l’imbarazzante sconfitta dell’88, in cui il candidato Dukakis riuscì solo a coprirsi di ridicolo, il partito ha sempre più rinunciato alla purezza ideologica o al curriculum in favore di candidati vincenti; la stessa Clinton fu accantonata dagli elettori quando Obama iniziò la sua campagna. L’idea di favorire un candidato estremista come Bernie Sanders o uno simpatico ma sostanzialmente mediocre come Joe Biden sarebbe troppo rischiosa. È già avvenuto nella storia recente: i Repubblicani ci provarono nel 1964 con l’estremista Barry Goldwater e nel 1996 con l’uomo-partito Bob Dole rimediandoci sonore sconfitte. Quando ci provarono i democratici finì in una ecatombe. Nel 1972 candidarono George McGovern, un esponente del’ala sinistra, pacifista e anti-nuclearista, soprannominato “Mr. Liberal” – usare liberal come insulto partì da li – e persero in 49 stati, la peggior sconfitta elettorale fino ad allora, per di più contro Richard Nixon, non esattamente il politico più popolare della storia. Nel 1984 candidarono Walter Mondale, ex Vice Presidente di Carter ed ex Senatore del Minnesota e la sua sconfitta fu così rovinosa che i commentatori TV, ad urne ancora aperte, si chiedevano se sarebbe riuscito a vincere almeno nel suo stato – ci riuscì, ma per meno di 4,000 voti.- Ovviamente, correre contro Ronald Reagan non lo aiutava, ma comunque fu la peggiore sconfitta elettorale nella storia d’America.

I parallelismi con il 1972 e con il 1984 sono evidenti e ai democratici non basta sperare nella scarsa qualità dei candidati repubblicani per sentirsi al sicuro. Devono puntare sul candidato vincente e questo al momento è senza dubbio la Clinton. Inoltre, Hillary sarebbe aiutata anche dal fattore anagrafico: il Presidente più anziano di sempre al suo primo mandato è stato Reagan, che spense 70 candeline due settimane dopo l’inaugurazione; nel 2017, dopo l’inaugurazione, Hillary compirà 70 anni, mentre Joe Biden ne compirà 75 e Sanders 76, una differenza non indifferente per affrontare il lavoro più stressante al mondo. Infine, i democratici avrebbero l’incentivo a tifare per la Clinton, non fosse altro per vedere di nuovo Bill nella Casa Bianca nell’inedito ruolo di First Gentleman.

Andrea Bonicatti

Italo-americano, appassionato di storia, politica e affari internazionali. Liberale con la "L" maiuscola.

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