Specchietto per allodole

La guerra alla Droga. Chiariamo subito i malintesi: la parola “guerra” è opportuna quando si favorisce il proprio nemico? e per “droga”, esattamente, a cosa vogliamo riferirci? Sono passati ormai decenni da quando nel mondo occidentale si è propagata questa neo-santa inquisizione rappresentata dai dipartimenti di giustizia degli stati nazionali.

Negli anni 30 si consolidava il cosiddetto “proibizionismo”, con i tutti i suoi meravigliosi risultati. Permettetemi di elencarli: moltiplicazione delle organizzazioni criminali, arricchimento di persone “raccomandabili”, corruzione dilagante nella gestione pubblica e una pila bella spessa di cadaveri. Ma oggigiorno il proibizionismo delle “droghe” non provoca questi effetti. Infatti ha prodotto: moltiplicazione delle organizzazioni criminali, arricchimento di persone “raccomandabili”, corruzione dilagante nella gestione pubblica e una pila bella spessa di cadaveri. Ah no, aspetta…

Cominciamo dal principio. Questo fenomeno di matrice governativa volge da funzione d’anticorpo ai batteri sociali degli effetti della “droga”. I governi ufficialmente cercano di prevenire il male sociale che verrebbe consequenzialmente prodotto dalla libera circolazione di tale merce. Parlo di merce in quanto non è nient’altro che pura e semplice merce. La domanda si riduce al perché di tale accanimento contro tali prodotti. Infatti, senza usare generalizzazioni, si potrebbero inserire nella categoria “droga” prodotti come cacao, tabacco e alcool (i quali oggigiorno hanno migliaia di prodotti derivati) proprio perché come morfina e cocaina provocano due effetti tipici: dipendenza e affetti dannosi per un periodo prolungato di tempo. Su questo nulla da obiettare, no?

Qui entrano in gioco fattori molteplici, perché come tutti sappiamo la storia è il prodotto complessivo di una serie di azioni multiple e contrastanti. Facciamo un esempio. Negli anni 30 una grossa impresa petrol-chimica (e i suoi consociati, perché bisogna avere la correttezza storiografica di non relagare ad uno soltanto la causa di un evento) chiamata Du Pont, insieme alla catena Hearst, mise in piedi una forte campagna di demonizzazione sugli effetti della canapa. Per quanto tali mezzi di persuasione fossero influenti sull’opinione pubblica, questa decisione doveva passare per il congresso e tutt’ora si discute sul fatto che fosse propriamente costituzionale come proibizione. I veri protagonisti ed artefici della lotta alla Droga furono Henry Anslinger, ispettore del Federal Bureau of Narcotics, e il suocero, l’allora ministro del tesoro Andrew Mellow. Anslinger ottene dal suocero una clausola per l’FBN per poter operare in modo restrivvivo contro la canapa, rendendola non subito illegale, quanto economicamente svantaggiosa tassandone in maniera sanguinaria la produzione e la compravendita. Nel 1937, dopo un bella demonizzazione di massa, il presidente Franklin D. Roosevelt (per il quale, scusatemi, ho sempre provato storiograficamente una antipatia atroce) firmò il “Marihuana Tax Act” emanato dal congresso, impedendo effettivamente la produzione della Marihuana.

Secondo un calcolo economico, la catena Hearst, che era una della maggiori consumatrici della carta, fu costretta ad indebitarsi per l’alzarsi progressivo dei costi di produzione. In pratica una delle maggiori fautrici della lotta alla canapa era consapevole del danno economico che avrebbe provocato a sé stessa, potendo escludere parzialmente il solito complotto delle lobbies economiche (dico parzialmente perché affittivamente la Du Pont ci guadagnò parecchio). Resta quindi evidente una cosa, cioè che a fare la differenza fu il governo stesso.

Qui siamo in una fase diversa della lotta alla droga rispetto agli ultimi decenni: non c’era piena comprensione ancora della correlazione fra proibizionismo e aumento della corruzione degli apparati amministrativi, siamo nella fase che definirei della “devianza”. Riprendendo il discorso del sociologo Durkheim che fece decenni prima, quando la società assume un aspetto caratteristicamente individualistico e di conflitto sociale (immaginate gli Stati Uniti assurbiti all’interno di un ciclo di lotte di classe fra borghesia industriale e i primi movimenti sindacali) esiste un modo per ricompattare la coesione sociale, cioè la “devianza”. Un comportamento deviante, in tal senso, è tale quando la società nella sua interezza lo assume per tale, cioè quando viene condannato e punito dal complesso sociale. Ora, seguendo tale ragionamento si capisce il perché delle politiche proibizionistiche con l’alcool prima e la droga dopo: infatti, secondo i propugnatori, se si fosse lasciato che la droga fosse un problema “clinico” o “medico” si sarebbe lasciato al singolo la gestione di una sfera personale propria che non avrebbe trovato una contrapposizione sufficiente forte di “buon costume”; criminalizzandola, si crea un “outsider” o “deviante”, il quale non viene punito in quanto consumi droga, poiché abbiamo già detto che esistono prodotti con effetti simili perfettamente legali, quanto l’atteggiamento di consumare droga, il quale è condannato e rifiutato dal corpo sociale. L’obiettivo era risaldare la coesione sociale senza dover essere obbligati a dover usare la forza, era una forma di controllo implicita che risintonizzava la frequenza d’onda fra stato e società, in quanto lo stato interveniva a proteggere quest’ultima dagli “outsiders”.

Negli Anni 60-70 invece nasce un forma di proibizione diversa. La guerra in Vietnam apre gli Stati Uniti, ma anche il mondo occidentale in generale, al mercato dell’eroina. Sono decine di migliaia i soldati statunitense che ne fanno uso durante la guerra; i giornali ne riportano la notizia e il governo interviene. Ma nessuno si è mai accorto che il flusso della droga quando il governo intervenne non diminuì ma aumentò esponenzialmente? Era nato un nuovo fenomeno, riscontrabile con la mentalità della “mano nera” durante il proibizionismo dell’alcool, cioé il carattere redditizio del proibizionismo. Non voglio affermare che TUTTO il complesso governativo statunitense fosse informato e collaborasse a ciò, ma è innegabile il coinvolgimento degli apparati governati, fossero su scala nazionale o statale o locale, coinvolgendo anche centinaia di membri delle forze armate. I commercianti della droga poterono permettersi di comprare la loro collaborazione perché dato che si trattava di commercio illegale non c’era motivo di agire legalmente con i concorrenti e quindi gli incassi erano stratosferici e i costi minimi.

La guerra alla droga che nacque con tale fenomeno portò al disastro. Gli Stati Uniti con Nixon e Reagan, arrivando fino ad oggi, aumentarono la rigidità legale criminilizzando in maniera esponenziale lo spaccio e la detenzione di stupefacenti. Gli effetti furono molteplici: il numero dei carcerati aumentò esponenzialmente, rendendo poi ancora più difficile il reinserimento in società dei soggetti, incrementando statisticamente l’inclinazione a commettere altri reati; i trafficanti moltiplicarono la rete dello spaccio, reclutando migliaia di persone in un giro pericoloso d’affari con ramificazioni nella prostituzione e nel gioco d’azzardo, e  i loro contrasti, aumentando così i decessi per scontri fra bande e organizzazioni criminali, arrivando lo spaccio nella realtà dei giovani dei ghetti locali e incitandone l’inclinazione alla violenza; un aumento dei casi di brutalità della polizia, confermato dal numero di omicidi e abusi da parte di agenti in servizio in operazioni anti-droga o anche semplici controlli di routine, oltre che il danneggiamento di proprietà private, arresti spesso ingiustificati e azioni sproporzionate, violando i principi dell’Habeas Corpus.

Inoltre la guerra alla droga costò e costa tutt’ora in modo spropositato ai risultati. Nel 2005, cinquecento economisti americani (tra i quali Milton Friedman) firmarono una lettera indirizzata al governo statunitense per condannare la guerra alla droga, la quale secondo Friedman stesso era un sussidio virtuale del governo al crimine organizzato e i suoi costi ammontavano a 7,7 miliardi di dollari statunitense annui per il solo proibizionismo della marihuana.

La mia condanna non riguarda solamente la criminalizzazione della marihuana, ma per tutti i generi di stupefacenti. Non è competenza del governo né il consumo di tale sostanze né tantomeno la produzione o la regolazione. E qualora un individuo dovesse avere un problema legato al consumo, il carattere del problema non è collettivamente “sociale”, ma individualmente “medico”.

 

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