Ciò che è morto non muoia mai

Il re è morto, viva il Re!

Così recita l’antica formula delle dinastie assolute alla morte del sovrano a cui succedeva l’erede diretto, cosicché il Re, l’ideale, l’emissario di Dio in terra, avesse il diritto di continuare a vivere in eterno attraverso la dinastia, surrogato di carne della volontà del cielo. Nel nostro paese il nostro Re è morto da tempo ormai, prima che io venissi alla luce, senza che abbia garantito una discendenza diretta e lasciando in eredità casate cadette di basso rango.

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Sen. Giovanni Malagodi

Il nostro Re era l’universo liberale, la sua dinastia gli uomini che formavano le galassie subordinate ai dogmi fisici di questa dimensione politica, la volontà del cielo rappresentava il diritto naturale dell’uomo ad essere libero. Scomparsi i nostri Cavour, i nostri Croce, i nostri Einaudi e Malagodi abbiamo vagato alla cieca, come se fossimo stati trasportati in un nulla cosmico, come se l’universo di cultura che in decenni uomini di carattere avevano edificato fosse crollato come un castello di sabbia al sopraggiungere della marea.

Ho presenziato a qualche convegno, a qualche dibattito, a qualsiasi cosa mi desse la speranza che fosse sopraggiunto un messia, un inviato dal cielo il quale fosse illuminato dalla divina provvidenza a condurci verso la riedificazione di una strada maestra da tempo abbandonata, ma non c’è, non esiste. In queste esperienze ho visto solo vecchi e meno vecchi signori, insoddisfatti e delusi per come lunghi anni si sono susseguiti fra un disincanto elettorale e l’altro, e ragazzi della mia età (pochi a dire il vero), disorientati come me, constatare che quelli che dovrebbero essere gli adulti temprati e motivati alla lotta politica in realtà sono più smarriti dei successori.

In questo frammentato universo, spoglio residuo di una cultura precedente, ho visto liberali classici, libertari, miniarchisti, anarco-capitalisti, liberalconservatori, conservatori liberali, tutti disposti a darsi addosso per ogni  singola virgola, nessuno disposto a cedere di un millimetro sulla propria integrità ideologica.

Non sarebbe un problema dal punto di vista concettuale in quanto l’integrità ideologica è una qualità apprezzabile, tuttavia dove finisce tutto questo rigore quando la propria libertà viene messa costantemente in discussione da leggi e atti liberticidi? Forse è più importante discorrere in infinite discussioni online su quanto uno sia più coerentemente liberale dell’altro? È vero che siamo gente votata al culto del razionalismo, che i nostri valori si rispecchiano nei principi dell’empirismo, del contrattualismo e dell’utilitarismo, secondo i quali concetti come “rivoluzione” o “sollevazione” sembrano più i risultati analitici di scimmie irrazionali e incivili, ma dobbiamo comprendere che non si tratta di lottare per gli altri, non si tratta di beneficenza, si tratta di lottare per noi stessi e per il diritto inalienabile a disporre della nostra vita, dei nostri risparmi e di ciò che ci siamo costruiti senza che una massa indistinta sotto l’ombra di tenebra dello stato conduca una lotta cieca contro questi valori.

Bisogna risvegliare in noi il senso della responsabilità, soprattutto nell’ottica della nostra democrazia liberal democratica, nella quale fin dalla prima repubblica siamo stati assopiti dalla rassegnazione verso un sistema di governo controllato dal partitismo. Questa non è la questione maggiormente preoccupante, in quanto è naturale per un stato con ampi poteri di discrezionalità giungere a divenire strumento di abuso per partiti o gruppi d’interesse, quanto proprio la nostra sonnolenza ad accettare tale ingerenza di collettivismo. Dobbiamo risvegliare la nostra fede nel progresso umano, il quale non può attuarsi in tali condizioni di soggezione, ritornando al brodo primordiale da cui è scaturita tutta la cultura liberale degli ultimi secoli, cioè combattere il Leviatano.

1 risposta

  1. Franco Puglia

    Caro Gregorio, voi giovani che non vi riconoscete nella cultura socialista, o marxista, o cattocomunista che dir si voglia, siete orfani di una cultura che non ha saputo resistere al logorio del tempo rigenerandosi e sapendosi imporre come cultura viva, capace di interpretare la modernità, il cambiamento, la trasformazione della società.
    La liberalismo, liberismo, capitalismo sono parole assunte come sinonimi, ma voglioni dire davvero le stesse cose ? Io credo di no.
    Nel nostro ambiente si parla, ad esempio, di “capitalismo di stato” (con riferimento a quelle imprese che di stato campano, quando non è lo stesso stato a fare impresa) ma a nessuno verrebbe mai in mente di parlare di “liberalismo di stato” !
    La cultura liberale viene spesso contrapposta a quella sociale, come se il liberale non fosse interessato al sociale, ma fosse espressione di un individualismo Niciano. Il liberismo viene associato alla finanza d’assalto.
    Tra quanti si sentono liberali forse non ne troviamo due che condividano le medesime idee, al 100%. Allora è forse meglio dirci “non socialisti” , per distinguerci dai socialisti, perchè ogni altra definizione rischia di non essere compresa.
    Ne consegue che, se i socialisti hanno valori che sono loro propri, i non socialisti debbono stabilire quali siano oggi i loro valori, e se questi vengono considerati liberali da qualcuno, va bene, ma andrebbe bene anche se venissero definiti semplicemente “civili”, o “moderni” o “avanzati” o in qualsiasi altro modo.
    Occorre rendersi riconoscibili per quello che si dice e si fa, non per come ci si definisce.
    Inoltre, siamo tutti europei e parte del cosidetto mondo occidentale ; potremmo scoprire di avere molti valori condivisi tra “socialisti” e “non socialisti” mentre su altri valori saremo certamente in dissenso.
    Io credo di intravvedere oggi, ad esempio, una confluenza di interessi tra quanti fanno parte del mondo del lavoro privato, siano essi titolari d’impresa o lavoratori dipendenti, in contrasto con gli interessi di quanti fanno parte dei poteri pubblici, elettivi e burocratici, e di quanti campano di denaro pubblico.
    Intravvedo una potenziale “lotta di classe” tra questi due mondi che spariglierebbe le carte della tradizionale divisione tra destra e sinistra, tra padroni ed operai, reintroducendo elementi di cultura liberale dimenticati da molti, e quindi reinterpretando in chiave moderna l’eredità culturale dei pensatori che si espressero nel loro tempo in tale direzione, eppure avvalorando, pare un paradosso, un modo di pensare marxiano (la lotta di classe) che ha portato tanti esseri umani ad esprimersi politicamente attraverso la visione socialista.
    Noi tutti dobbiamo interpretare e governare la complessità sfuggente dle mondo moderno, e voi giovani siete chiamati a viverla ed a proiettarla nel futuro.

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