La verità sul genocidio in Ruanda

Vi sono due storie sul genocidio in Ruanda, un paese abitato principalmente da due gruppi etnici, gli Hutu e i Tutsi. Vi è la storia ufficiale, difesa con le unghie dal presidente Paul Kagame e accettata da tutti i capi di Stato che con Kagame scendono a patti, e poi vi è la storia vera.

La prima storia, quella che si racconta ai bambini, è di un salvatore. Si dice infatti che Paul Kagame e le sue truppe Tutsi del Fronte Patriottico Ruandese entrarono in Ruanda dall’Uganda e fermarono il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu. La maggior parte di quelli che morirono nel 1994 furono Tutsi e, grazie a questo intervento, la carneficina cessò. Kagame ha dunque pienamente meritato di diventare Presidente. D’altronde non potrebbe essere diversamente: Kagame è ancora al potere, non ha subito alcun processo, molti capi di Stato lo stimano, è stato rieletto, è un uomo buono. Bambini, ora andate a dormire, perché devo raccontare un’altra storia.

La storia che vi voglio raccontare è quella di un uomo profondamente frustrato, rifugiato e cresciuto in Uganda dopo che gli Hutu avevano preso il potere con la forza uccidendo migliaia di Tutsi nel 1959. Quest’uomo si chiama anch’egli Paul Kagame, è anch’egli di etnia Tutsi, ma è un uomo totalmente diverso da quello descritto nella fiaba per bambini. Quest’uomo non riesce ad accettare il fatto di essere cresciuto in un campo profughi in Uganda; quest’uomo decise che era arrivato il suo momento. In Uganda si preparò, mise insieme il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e lo armò. Arriviamo al 6 Aprile del 1994, giorno in cui l’aereo del Presidente Hutu Habyarimana venne abbattuto da un missile. Fu la scossa che ruppe il vaso di Pandora.

This file picture taken 20 July 1994 in Kigali shows then Rwandan vice-president President Paul Kagame, the Tutsi-led RPF (Rwandan Patriotic Front) commander saluting. Rwanda has filed a complaint with the UN's highest court over a French judge issuing arrest warrants against associates of President Paul Kagame, Rwandan officials told AFP 18 April 2007.  AFP PHOTO / FILES ALEXANDER JOE (Photo credit should read ALEXANDER JOE/AFP/Getty Images)

Paul Kagame, Presidente della Repubblica del Ruanda

Il governo Hutu, ritenendo i Tutsi responsabili dell’uccisione del Presidente, iniziarono a disporre il massacro sistematico di ogni appartenente all’etnia Tutsi. L’origine reale del missile però, rimane un mistero. Ed è proprio su questo punto che le due storie iniziano a divergere. Secondo la versione successiva agli eventi, diffusa dal governo di Kagame, sarebbero stati gli Hutu stessi ad uccidere il proprio Presidente, costruendosi il casus belli per sterminare i Tutsi. Altre voci invece affermano che l’origine del missile sia ignota, in modo da lasciare almeno il beneficio del dubbio. Una voce, però, esce dal coro. È la voce della guardia del corpo di Kagame durante il 1994, che ora si nasconde in Francia. Egli afferma di aver partecipato ad una riunione in cui Kagame preparò ed approvò il piano per distruggere l’aereo del Presidente. Secondo Luc Marchal, sorvegliante dell’ONU in Ruanda durante quel periodo, l’abbattimento dell’aereo costituiva la prima mossa nel piano dell’RPF per prendere il controllo del paese. Jean-Louis Bruguière, giudice francese che indagò sul caso, è totalmente convinto che l’attentato sia stato messo in atto dall’RPF. Ancora più interessante è la testimonianza di colui che con questo giudice ha parlato, si tratta del generale Kayumba Nyamwasa (segnatevi questo nome, perché tornerà nella nostra storia). Egli era il comandante dell’esercito di Kagame negli anni del genocidio e anche nei seguenti, fino alla guerra in Congo. La guerra in Congo fu infatti motivo di disaccordo tra i due e costrinse Nyamwasa, che ora si trova in esilio in Sud Africa, a lasciare il paese. L’ex generale è stato condannato per crimini di guerra ed ha stretto un accordo con il giudice francese in cui accetta di testimoniare che Kagame fu l’artefice dell’omicidio di Habyarimana. Kagame ha sempre smentito queste accuse. Bisogna chiedersi, se l’aereo non fosse stato abbattuto, il genocidio sarebbe avvenuto? Probabilmente no, quindi è già possibile sospettare una responsabilità di Kagame nel massacro della sua stessa etnia. Ma il coinvolgimento di Paul Kagame nella morte di milioni di persone è solo all’inizio.

Il successo di Kagame come politico dipende soprattutto dalla convinzione radicata in Ruanda e all’estero che egli sia colui che, con le truppe dell’RPF, ha impedito che il genocidio continuasse. Due professori dell’ Università del Michigan però, Christian Davenport ed Allan Stam, hanno dimostrato il contrario. Essi si sono recati in Ruanda nel 1998 e hanno iniziato a intervistare gli abitanti. La risposta che ottenevano era sempre la stessa; la versione fornita dalle persone non mutava mai neanche nei particolari: Kagame ha salvato il Ruanda. Questo li ha fatti insospettire, una versione dei fatti incontrastata è sempre sintomo di mancanza di pensieri propri, è sintomo di un’imposizione esterna. I due professori iniziarono perciò ad indagare più a fondo, e quello che scoprirono cambia il fondamento stesso di tutte le nostre convinzioni sul genocidio in Ruanda. Davenport e Stam, sviluppando mappe dettagliate, hanno dimostrato che le truppe di Kagame erano giunte nei luoghi del massacro sempre e solo immediatamente dopo che la carneficina era stata compiuta. Non hanno mai fermato il genocidio, non hanno mai salvato delle vite Tutsi. Il passo successivo è quindi chiedersi: se non stava fermando la mattanza, cosa faceva l’RPF nella sua avanzata? Qui si trova la chiave di tutta la storia ed è qui che la versione radicata sul genocidio in Ruanda viene capovolta.

Scheletri ammassati al Murambi Genocide Memorial Centre, una ex scuola dove numerosi Tutsi furono massacrati

Diversi testimoni che hanno assistito all’avanzata dei soldati di Kagame affermano che ciò che in realtà l’RPF faceva era uccidere tutti gli Hutu che incrociavano, militari e civili, colpevoli ed innocenti. Anche il generale Nyamwasa concorda con questa versione dei fatti, e molti affermano che perfino le Nazioni Unite ne erano al corrente. Ma la prova più grande di questo rovescio della medaglia non è nelle testimonianze, ma nei numeri. Allan Stam afferma infatti che la cifra più aggiornata dei morti nel genocidio è di 1 milione. Questo esclude senza l’ombra di dubbio che la maggioranza fosse Tutsi. Semplicemente perchè non vi erano abbastanza Tutsi in Ruanda: 500.000 erano i Tutsi presenti, 300.000 sopravvissero. Quindi ora abbiamo 800.000 cadaveri che non erano Tutsi, perchè erano Hutu. Hutu uccisi senza distinzione dall’RPF. Ecco il vero scopo di Kagame, sterminare più Hutu possibili.

Quando Stam e Davenport presentarono i loro risultati, dovettero lasciare il Ruanda perché accusati di “negazione del genocidio”. Questa è l’arma con la quale il regime di Kagame assicura che la versione del governo sia l’unica presente, chiunque contraddica la ricostruzione dei fatti fornita dal Presidente viene accusato di “negazione del genocidio”, la pena è di diversi anni di prigionia. Kagame quindi rimane immune dalle accuse che provengono dall’interno del suo Stato. Ciò che sconcerta, però, è che manchi un’accusa da parte della comunità internazionale. Il tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare la responsabilità nel genocidio, ha condannato 63 persone. Tutte queste 63 persone erano Hutu. Non è un’esagerazione ammettere che coloro che hanno perso la guerra siano stati puniti, e coloro che l’hanno vinta siano rimasti impuniti. Abbandonando gli ideali di giustizia, la bilancia pende solo da una parte. La giustizia però, come a volte accade, viene udita grazie ad uno spiffero, un sussurro che però è limpido e sonoro, e coglie immediatamente l’attenzione. Molte volte questo spiffero è talmente chiaro che i potenti del mondo devono subito correre a chiudere la finestra, affinché non troppe persone lo percepiscano. In questo caso lo spiffero proviene proprio da un magistrato svizzero assegnato al tribunale internazionale: Carla Del Ponte. Ella è sicura della responsabilità dell’RPF ed ha accusato direttamente Kagame. Ed ecco che i potenti vanno a chiudere subito la finestra: alcuni Stati si oppongono alla sua versione dei fatti (tra cui ovviamente il Ruanda, ma anche gli Stati Uniti), viene accusata di rallentare il processo e il suo mandato non viene rinnovato. Impunità quindi, questa impunità ha causato un’altra montagna di cadaveri, molto più alta rispetto a quella del genocidio del 1994. La politica di sterminio degli Hutu da parte di Kagame continua, ed ancora le Nazioni Unite ne sono testimoni.

Dopo che il genocidio terminò, migliaia di Hutu si concentrarono in un campo profughi nel sud del Ruanda, assistiti dai Peace Keepers (potremmo discutere sull’ironia di questa definizione) delle Nazioni Unite. Chiariamoci, ora la situazione dovrebbe essere più serena, la carneficina è terminata, Kagame è al potere. Qui però accadde l’impensabile: dopo che il governo rifiutò a questi profughi il permesso per tornare nei loro villaggi, le truppe di Kagame circondano il campo profughi…è ancora un massacro. Qual era lo scopo di questa mossa militare, se non la pulizia etnica degli Hutu? Questi sono migliaia, come arriviamo ai milioni? La risposta è semplice: la politica di Kagame si estese al Congo. A 2 anni dal genocidio infatti, troviamo che molti ruandesi si sono rifigiuati in diversi campi profughi in Congo. Tra questi profughi, bisogna ammetterlo, vi erano alcuni Hutu che avevano responsabilità nel genocidio. L’RPF però usò questo pretesto per invadere il Congo ed uccidere sistematicamente i rifiugiati. Le Nazioni Unite scoprirono 600 zone di massacro. 1 milione fu il numero di morti nel genocidio, 5 milioni fu quello che seguì all’invasione del Congo. Fu stato proprio il massacro in Congo a convincere Nyamwasa, fino a quel momento fedele comandante delle truppe dell’RPF, a disertare e a confessare gli orrori commessi assieme a Kagame. Come abbiamo visto la testimonianza di Nyamwasa, ora rifugiato in Sud Africa, è stata fondamentale per questa storia, ma quello che corrobora ancora di più questa versione è ciò che seguì alle sue dichiarazioni. Un killer a contratto fu contattato dal governo ruandese per uccidere Nyamwasa, egli però non solo rifiutò l’incarico, ma decise di confessare di essere stato ingaggiato per questo scopo. Da allora Nyamwasa è sopravvissuto a 4 tentativi di omicidio. L’ex capo dell’ intelligence di Kagame, invece, non è stato così fortunato. Anche lui in esilio in Sud Africa, è stato ucciso in una camera d’albergo.

Io vi ho parlato di fatti, testimonianze, studi e opinioni. Ognuno è libero di credere ciò che preferisce, ma arriva per tutti il momento di smettere di leggere Songs of Innocence, per passare a Songs of Experience.

Nota: ringrazio Filippo Massari che mi ha indirizzato verso l’argomento e mi ha fornito materiale prezioso. Questa ricerca è anche sua.

 

 

 

 

 

 

Claudio Fiorini

Sono studente di Giurisprudenza a Bologna, ho frequentato per un anno la University of Westminster di Londra dopo aver vinto la borsa di studio Erasmus. Durante lo stesso anno ho partecipato come volontario ad Amnesty International UK. Attualmente sono visiting researcher presso la Georgetown University di Washington DC. Nel tempo libero suono il pianoforte.

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