Tra fantascienza e economia: le startup.

Mi auto condanno per stare qui a scrivere l’ennesimo articolo sulle startup ma il mio slancio di scrittura viene da una necessità di sincerità e schiettezza in risposta proprio all’aria trasognante dei libri e articoli di imprenditorialità che ultimamente leggo in giro.

Gli Steve Jobs, i Mark Zuckerberg, Richard Branson e Coco Chanel sono un faro per le speranze giovanili, soprattutto in tempi come questi dove la gloria sembra lontana più che mai. E va benissimo sognare ad occhi aperti, credere nei miracoli o leggere libri motivazionali sulla leadership, ma l’entusiasmo non basta: una buona ricetta di biscotti al cioccolato da sola non può farci credere di essere, invece che una casalinga ventenne, Debbi Fields.

startup-di-merda-2 E questo è quello che la matassa di giovani startupper mi sembra non abbia ancora capito. La cosa disarmante è che non servono manuali tecnici o i consigli di un business angel per capirlo, basterebbe un po’ di…quella parola…strana…poco conosciuta… buon senso.
Ecco quindi alcuni miei spunti sul tema, derivati dalla mia piccola esperienza quotidiana.

Riflessione numero 1: il tempo delle mele
Avete una buona idea? Ottimo. Ma chi ha detto che sia una buona idea?
Il rischio più grande che si corre in questi casi si chiama “autoinnamoramento compulsivo”. Quasi sempre le idee presentate dai neoimprenditori sono introdotte con:
– Scoperta rivoluzionaria;
– Cosa che cambierà il mondo;
– Idea geniale.
È meraviglioso vedere trasudar passione, però, se vi serve un finanziamento e dovete convincere qualcuno della validità del vostro progetto, lasciate a casa gli aggettivi e portate non i numeri, ma un modo di pensare vincente.
Perché dico non numeri?

Riflessione numero 2: 1+1 = dipende dai criteri di valutazione di bilancio.
Perché l’imprenditorialità non è matematica. Se da una parte condanno i filosofi, che si sentono il Copernico del 2015 senza aver mai pensato alla contestualizzazione e alla fattibilità della loro idea, dall’altra una categoria forse più pericolosa è quella dei convinti della dimostrabilità scientifica della loro intuizione, che sventolano Business Plan come prova oggettiva dell’insindacabilità del loro successo futuro.

Riflessione numero 3: Il Business Plan è come la Bibbia, contiene grandi, grandissime verità universali, sempre che tu creda che l’abbia scritta Dio.
Peccato però che il Padre Eterno sembra essere impegnato in altro piuttosto che nella redazione dei conti profitti e perdite, e le assunzioni di crescita della maggior parte dei piani industriali da me visionati aumentano esponenzialmente nel giro dei famosi 3 o 5 anni di riferimento.
Quando va bene, e l’imprenditore è particolarmente giudizioso, si applicano metodi pseudo scientifici per stimare le vendite, ad esempio applicando percentuali irrisorie al volume totale del settore (locale ma anche MONDIALE) per ottenere il risultato della nostra azienda. Che fondamento abbiano questi numeri lo lascio commentare a voi. Gli studi fatti dallo startupper prima di scrivere il numerino nel Business Plan credo che, se siamo fortunatissimi, si fermino a Google.
Ma voglio essere propositiva, non disfattista: cosa serve dunque?

Riflessione numero 4: per fare un tavolo ci vuole il legno, o plexiglass, vetro, alluminio, compensato,…non tutto è perduto
Due cose: più modestia e una buona squadra.
La modestia aiuta a non passare per venditori di fumo. Bisogna essere determinati, convinti, passionali, ma metterci sempre in discussione. Il “come” l’imprenditore riflette è quello che attrae un investitore.
La squadra è essenziale, così fondamentale che un buon gruppo a volte vale più dell’idea in sé.
Un venture capitalist da poco mi ha detto: “Sai perché a volte finanzi un progetto solo per la squadra? Perché, se vale, è riutilizzabile”.
Lavorare in team è una competenza rara e il vero vantaggio competitivo delle imprese: il capitale umano e il tempo sono le uniche risorse realmente non riproducibili.

Riflessione numero 5: diffidate dei commenti da bar.
Durante il caffè si parla di donne (o uomini), sport o vacanze. Un’altra costante è infatti la frase: “La mia idea vale, lo dicono anche i miei amici.”
Volete opinioni sincere?
Assicuratevi che state parlando con persone che, se pensano che l’idea faccia schifo, ve lo dicano. Sappiate riconoscere un giudizio vero da uno dovuto.

Riflessione numero 6: l’erba del vicino, è del vicino.
Evitate i confronti con le aziende leader, quindi sono vietati frasi:
“Soppianteremo Mc Donald’s!” o “Costruiremo un colosso come la Apple”oppure alla Jovanotti: “Altro che la Buitoni”.
Ci fate solo brutta figura. Lasciate gli altri dove stanno e preoccupatevi di competere innanzi tutto con voi stessi e poi con il mercato che più vi sta vicino.

Riflessione numero 7: “Vuolsi così colà dove si puote…” eh no. Dovete essere convinti voi.
Cimentatevi con la sfida chiedendovi se davvero volete impegnarvi in quell’animale strano che è l’azienda, guardatevi allo specchio e interrogatevi su quanto tempo libero avete prima e SE il progetto partirà, su quali risorse potete contare e quali riuscite a rimediare, sulla libera professione, su cosa volete dalla vita.

Riflessione numero 8: andate e fate impresa.
Se avete una buona risposta per tutti questi arrovellamenti, sì…magari è un buon segno. Magari no. Perché c’è una regola che sta alla base del fare imprenditorialità e arriva dopo tutte le riflessioni, i piani e i consigli: fregarsene.

 

P.s. Per le stratup innovative segnalo il sito del Registro delle Imprese, fatto molto bene (quando si comportano bene glielo riconosciamo).

Chiara Bastianelli

Consulente aziendale - BacktoWork24 Sole24Ore. Laureanda nel corso specialistico in Management dell'Alma Mater Studiorum di Bologna e precedente Laurea in Economia Aziendale. Ex attivista e coordinatrice dei Gruppi Tematici di Fare per Fermare il declino. Appassionata di politica, fotografia e viaggi. Innamorata della libertà, della gentilezza e della determinazione. Co-fondatrice del blog Immoderati. Immoderatamente liberale!

1 risposta

  1. umberto

    Brava Chiara, complimenti per l’articolo e per il sito. Credevo che i liberali fossero estinti ma per fortuna non è cosi’; tieni duro, la nostra italietta ha bisogno di giovani come te. Speriamo di arrivare presto ai nostri Steve Jobs e Zuckerberg dove fare impresa diventa una cosa realizzabile anche in Italia. Fare impresa ora è la cosa piu’ difficile del mondo, ma puo’ lasciare un mondo di esperienza, l’importante è sempre non farsi male; il business plan dovrebbe servire a quello. Quando non ci sarà piu’ l’unione sovietica italiana gli imprenditori sopravvissuti saranno pronti per qualsiasi sfida

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