Non di sola economia vivrà l’uomo. Quali lezioni dai filosofi tedeschi per i governanti di oggi?

Kant_SchaeubleNegli scorsi giorni ed ore, l’Europa tutta ha vissuto la tragicità delle trattative che si sono svolte a Bruxelles per concedere alla Grecia, a rischio default, nuovi aiuti con cui riuscire a dare una boccata d’ossigeno al sistema bancario, in crisi di liquidità, e contestualmente onorare i debiti più prossimi. In cambio, però, sono state chieste serie e incisive riforme strutturali, da approvare in questi giorni, che pongano fine a tutta una serie di distorsioni peculiarmente proprie del tessuto economico-sociale greco. Molti media hanno riportato all’attenzione i due blocchi quasi contrapposti all’interno dell’Eurogruppo: i cosiddetti “falchi” e le cosiddette “colombe”, i primi rappresentati principalmente da Germania e Finlandia, le seconde da Francia, Spagna e Italia. E in effetti, la Cancelliera Merkel, assieme al suo ministro delle Finanze Schäuble, non si possono proprio definire, se non altro per le ultime fasi di trattativa, dei mediatori: la prima ha spiegato che non ci sarebbe stato «un accordo a tutti i costi» poiché «la valuta più importante che si è persa è la fiducia»; il secondo, per il quale le proposte di riforma di Tsipras non erano sufficienti, ha spinto diverse volte verso un “Grexit”, quantunque temporaneo.

Si è sentito molto parlare, riguardo a questa vicenda, dell’importanza della Grecia per l’Europa. Oltre a problemi di ordine economico-politico in senso stretto – cosa avrebbe causato un’uscita della Grecia dall’UEM? – v’è chi, non del tutto a torto, ha posto la questione delle radici culturali dell’Europa. Benché gli stessi Greci Antichi non si considerassero affatto Europei – e difatti per loro l’Europa occidentale era Erebos, l’ombra, la tenebra –, molti hanno fatto notare che proprio in Socrate, Platone e Aristotele affondano le radici della filosofia europea, e che la culla della “democrazia” è stata proprio Atene. Insomma: una parte consistente dell’identità dell’Europa di oggi, si potrebbe dire a grandissime linee, viene da lì. Dico a grandissime linee perché, ovviamente, bisogna tener conto di tanti fattori: ogni Stato europeo ha una storia a sé; inoltre, gli sviluppi storici dell’area balcanica, sotto l’influsso della Cristianità prima, e sotto il giogo ottomano poi, sono stati tali da dover indurre a considerare con cautela questi discorsi. Resta il dato incontrovertibile: senza Grecia, l’Europa non sarebbe quella di oggi. Al di là di questa questione, che meriterebbe ben più di poche righe per essere dibattuta, salta alla mente dei più attenti un altro retaggio filosofico, proprio però di un differente protagonista delle vicende odierne: la Germania. Patria di grandissime menti, la Germania ha partorito personalità che sono ancora oggi pietre miliari del pensiero filosofico: Kant, Hegel e Goethe, Schleiermacher, Marx, Nietzsche, Weber, e più vicini a noi Fromm, Marcuse, Heidegger, Habermas, Gadamer solo per citarne alcuni.

Alla luce di quello che sta succedendo in questi giorni, su un filosofo in particolare vorrei soffermarmi: Immanuel Kant, grande illuminista e padre dell’idealismo tedesco. Con rammarico mi chiedo di quante sue lezioni abbiano fatto tesoro i governanti tedeschi che in questi giorni rappresentano la Germania a Bruxelles. Ritornano, attuali più che mai, le speranze di una vera e profonda giustizia internazionale che si trovano in Per la pace perpetua: verrebbe da chiedersi quanto l’odierna Unione monetaria europea stia costruendo sul serio le condizioni per una pace perpetua, all’interno dell’Unione stessa e fuori i suoi confini. Non basta certo un accordo sui modelli macroeconomici tra alcune decine di Stati per formare un’Unione che persegua come obiettivo finale la pace. La mancanza di un’unione anche politica e sociale rimane uno dei vulnus più importanti dell’Unione Europea. In ogni caso, vorrei andare un attimino più a fondo. La lezione più importante della filosofia kantiana risiede infatti nella costituzione di una morale definitiva, autonoma, imperativa: l’imperativo categorico. Kant ne formulò diverse definizioni, tutte strettamente connesse. La più bella, a mio avviso: «opera in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo». Sorge spontanea la domanda: nell’Europa di oggi l’umanità è un fine? Nell’Europa dei pareggi di bilancio e dell’inflazione da tenersi sotto il 2%, quanto si parla di umanità come fine? O piuttosto i popoli europei sono divenuti  il mezzo degli obiettivi economici?

Non si vedano queste mie righe come una sterile critica contro l’austerity, i pareggi di bilancio o lo statuto della BCE. Mi rendo ben conto di quanto un’economia virtuosa sia di per sé molto più utile al bene di un popolo rispetto a un’economia viziata, con una Pubblica Amministrazione ingombrante e sprecona, con imprese poco competitive e per nulla dinamiche, con meccanismi pensionistici insostenibili, con clientelismi e distorsioni non accettabili. Ma non per questo la vita di un intero popolo deve essere rovinata per inseguire obiettivi di bilancio “perentori”. Il pareggio è importante, il pagamento dei creditori pure, ma a questi non si deve sacrificare il benessere psico-fisico di milioni di persone. Né si possono ignorare le evidenze empiriche connesse alla crisi che ci sta ancora attanagliando: molti economisti sono concordi nell’affermare che, ferme restando le ovvie differenze tra il continente americano e quello europeo, il rilancio dell’economia statunitense si è avuto grazie a un forte intervento dello Stato nella spesa e a una politica monetaria portata avanti dalla Federal Reserve di tipo espansivo. Con tutto ciò, il PIL statunitense è cresciuto dal 2009 con un tasso annuo medio di circa il 4%, e a maggio la disoccupazione toccava il 5,5%, un valore quasi frizionale. Ribadisco ancora: a livello macroeconomico, Europa e America sono estremamente differenti, e le peculiarità dell’Eurozona non consentono né un’analisi né una prognosi di tipo comparato tra il sistema statunitense, che pure nel suo recente sviluppo desta perplessità tra diversi analisti, e quello greco – o europeo in generale. I dati danno comunque una suggestione di tipo metodologico, che è stata evidenziata da molti commentatori: la sola austerità non può bastare per affrontare una crisi.

Al netto di tutto, in ogni caso, la Grecia per ora resta nell’Euro. L’auspicio vero è che faccia serie riforme strutturali e riordini decenni di vizi. Ma il popolo greco, così come qualsiasi altro popolo, non può e non deve diventare il mezzo dell’economia europea. Quanti milioni di persone prossime alla povertà serviranno per raggiungere in breve tempo il pareggio di bilancio? Forse l’unico che potrebbe rispondere è Schäuble. Il quale però non credo possa rispondere a chi chiedesse: un pareggio di bilancio quanti uomini rende autenticamente felici?

Filippo Benedetti

Triestino di nascita, dopo aver frequentato il Liceo linguistico a Trieste s'iscrive alla facoltà di Scienze politiche e relazioni internazionali alla LUMSA (Roma). Attualmente frequenta il secondo anno.

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