Mo basta

Dopo giorni di panzane, sparate retoriche, argomentazioni senza argomenti, allucinazioni ideologiche, buonismi da anime belle, commenti da bar è forse ora di mettere in fila qualche dato di fatto sulla crisi greca. Così, tanto per tornare con i piedi per terra, almeno per cinque minuti e cercare di diradare questa coltre nauseabonda alzatasi dopo il referendum ellenico.

La Grecia è un paese che per decenni ha vissuto al di sopra delle proprie capacità. Si tratta di un paese dominato da parassitismo e assistenzialismo, dotato di un apparato pubblico insostenibile e sistema produttivo privato assolutamente mediocre e totalmente dipendente dal bubbone pubblico. È un paese che si è scavato la fossa da solo e che sarebbe fallito da tempo se non fosse per coloro che oggi il governo Tsipras e soci hanno amorevolmente definito “terroristi”, quei creditori (prima privati poi, dal 2010, pubblici) che hanno buttato nelle casse dello Stato greco e nelle banche elleniche una valanga di soldi (talvolta elargiti molto generosamente) che probabilmente non riavranno mai indietro. E questo perché le autorità greche non hanno mai messo in campo nessuna riforma degna di nota che potesse riportare la Grecia non sulla via del risanamento, ma almeno su quello della razionalità. E la situazione non è cambiata di una virgola.

Oggi non pochi ellenici si trovano in una sorta di sindrome di Stoccolma di massa. Dopo i ladri e i corrotti, una parte non piccola della opinione pubblica ellenica si è innamorata di una banda di avventurieri e demagoghi che vorrebbero farci credere che nel paese sia in atto una riscossa democratica. La realtà è che è in atto un suicidio collettivo. Negli ultimi mesi, con un gioco delle tre carte indegno, Tsipras e compagni (e camerati) sono andati alla ricerca di un accordo impossibile: ottenere ulteriori risorse e una ristrutturazione del debito ellenico senza fornire alcuna garanzia. Le istituzioni europee, il Fondo Monetario Internazionale e i creditori hanno tenuto, per una volta, la barra dritta e hanno rimandato al mittente le richieste greche. Per tutta risposta l’esecutivo ellenico ha indetto un referendum farlocco, organizzato con la velocità con cui si organizza una partita di bocce, fondato su un quesito ballerino, il cui significato politico oscillava un giorno sì e l’altro pure. Un referendum che altro non è stato che un plebiscito su Tsipras, con cui il nostro bellimbusto ha ottenuto carta bianca per continuare i suoi magheggi, ammesso che qualcuno continui a dargli retta. Sta di fatto che oggi, dopo questa truffa elettorale spacciata per un nobile colpo di reni democratico, e il sacrificio del ministro dell’economia più figo del bigoncio, la situazione è da capo a dodici. La Grecia non ha un soldo, i creditori chiedono proposte concrete e il nuovo ministro dell’economia ellenico pare che si sia presentato nuovamente a mani vuote all’ultimo Eurogruppo. Non male come esordio.

Non è la realtà descritta dai marchettari di professione o di complemento, ellenici o di altra nazionalità? Purtroppo però è la realtà. Potremmo star qui ore a discutere degli errori (che ci sono stati) delle istituzioni europee e del FMI, del comportamento delle banche straniere sul territorio greco e altre note stonate nella gestione del caos greco. Ma si tratta di bazzecole in confronto alle porcate e alle follie imputabili solo e soltanto ad una nazione indifendibile, in cui le vittime sono i primi carnefici e la drammaticità della situazione non può più ammettere ribaltamenti della realtà. Noi almeno, nel nostro piccolo, non siamo più disposti ad ammetterli. L’identificazione del capro espiatorio è un’arte vecchia quanto l’umanità. La difesa dei poveri contro gli affamatori dei popoli scalda i cuori di chi si è goduto i decenni delle ubriacature ideologiche. Le favole sui poteri occulti infiammano l’immaginario delle menti semplici. Tutte cose già viste. Ma in questi giorni si è veramente toccato il fondo dell’ipocrisia e del rincoglionimento. Perché se riportassimo tutto quello che è successo a esempi della vita di tutti i giorni, le appassionate difese e i peana di molti rivolti alle autorità greche si trasformerebbero in anatemi, urlati con la bava alla bocca.

Non c’è nulla di romantico e democratico in quello che sta succedendo in Grecia e non c’è nulla di solidaristico nell’utilizzare frottole per giustificare la tragedia greca. C’è molto di becero e di demagogico e mentire non fa altro che imbruttire questo marasma. Altro che prova di democrazia. Il caso greco ci ha piazzato davanti agli occhi la sorte a cui va incontro un regime democratico quando questo è gestito irresponsabilmente e quando questo comincia a deragliare dai binari della liberal-democrazia, optando per un governo fondato sul plebiscito: il fallimento e la salita al potere di una classe dirigente peronista.

La Grecia di oggi non è diversa da un cane che si morde la coda, che ringhia anche a chi gli fornisce quel poco con cui riesce a mantenersi ancora in piedi e che si giustifica tutto, anche i propri autolesionismi. Se non vogliamo mettere sul banco degli imputati gli elettori greci o un parte di essi, sicuramente i primi affamatori del popolo greco, i veri terroristi, sono i dirigenti, vecchi e nuovi, che essi stessi hanno eletto e che dopo averli portati sull’orlo del baratro strumentalizzano il loro dramma per puro calcolo politico. Politici che li hanno persuasi che i soldi pubblici crescono sugli alberi, che lo Stato e le sue finanze possono sfuggire alle più basilari regole economiche e che ci si possa far beffa degli accordi e delle regole che normano la convivenza all’interno di una stessa comunità, nel caso specifico l’Unione Europea. Si tratta di pure e semplici menzogne ed è ora di dirlo forte e chiaro. Non si può vivere fregandosene delle regole comuni e a debito, perché o i soldi degli altri finiscono o gli altri finiscono di darti i loro soldi. Quindi, se non cambierà radicalmente il vittimismo prepotente e inconcludente delle autorità greche, si spera che l’Europa faccia quel che deve fare, cioè far valere un semplice principio: il principio di responsabilità.

Mo basta.

Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues. Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio e della Direzione Nazionale del partito.
Cinico visionario, critico impenitente, anche di me stesso. Immoderato per vocazione.

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