I Greci hanno detto no

grecia2I Greci dunque hanno detto no. Assecondando l’invito del loro incantatore Tsipras, hanno detto no alle condizioni poste dalla Troika, UE, BCE e FMI; ma, attenzione, no anche ai prestiti di denaro che a quelle condizioni erano subordinati. Come apertamente dichiarato dallo stesso Tsipras, lo scopo della consultazione popolare era quello di rafforzare la posizione negoziale del governo greco nella richiesta di vincoli più favorevoli per l’ottenimento dell’assistenza finanziaria da parte degli organismi internazionali.

Tuttavia è nostro parere che alla Grecia non debba essere accordato dalla Troika alcuno sconto rispetto a quanto proposto nell’ultimo piano e che anzi i creditori non debbano spostarsi di un millimetro. Innanzitutto perché, come già spiegato, alla Grecia sono già state accordate fin troppe concessioni; ma soprattutto perché l’inaccettabile metodo del muro contro muro adottato da Tsipras, esercitato sin qui con voluto contegno teatrale e culminato nel demagogico referendum di ieri, non può e non deve in alcun modo diventare un precedente.

Ormai la Grecia, col voto di ieri, ha già scelto irrevocabilmente per se medesima la miseria e la morte economica. Ma se passasse il messaggio che basta eleggere l’arruffapopoli di turno, trattare i partner comunitari con strafottenza ed indire referendum in cui si invita il popolo a far saltare il banco delle trattative, per ottenere dall’UE, cioè dai contribuenti degli altri paesi europei, denaro senza condizioni o alle condizioni che più il ricevente gradisce; se passasse questo messaggio sarebbe la fine anche per l’Europa e l’Unione collasserebbe presto sotto il peso degli egoismi incrociati. Sì, perché in politica la solidarietà non è, come purtroppo sembra oggi, parola da sbandierare scriteriatamente al vento cangiante dell’opportunismo e della strumentalità del momento; essa è invece una virtù seria da praticare in rigoroso ossequio ai sacri principi della reciprocità e della lealtà: ebbene a tale solidarietà, nobilmente intesa, il popolo greco, per sua stessa scelta, ha deciso di rinunciare.

Dunque coloro i quali esercitano la leadership in Europa, e qui ci appelliamo in particolar modo alla saggezza di Angela Merkel e alla fermezza di Wolfgang Schäuble, non devono aver paura di staccare la spina ad una Grecia che non ha più un soldo né in banca, né nelle casse dell’erario. Non devono temere le conseguenze di tale gravida azione né sul piano economico, visto che sussidiare il popolo ellenico all’infinito sarebbe più costoso di qualunque shock sui mercati finanziari; né sul piano storico-politico, visto che la classe politica greca col colpo di teatro del referendum si è assunta per intero la responsabilità del naufragio delle trattative; né infine su quello umano e morale, visto che è il popolo ellenico ad aver democraticamente scelto di seguire Tsipras nel suo salto nell’abisso, con tutto quello che ciò comporterà soprattutto per la parte più debole della popolazione.

Perché, sia chiaro, se le istituzioni internazionali interromperanno il flusso artificiale di denaro che irrora le banche e il governo di Atene, la conseguenza sarà una sola: il Grexit. E purtroppo, come preannunciammo mesi fa, pur augurandoci in cuor nostro mille volte di esserci sbagliati, occorre che la Grecia sia sacrificata perché l’Europa si salvi.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

2 Risposte

  1. Sotirios Fotios Drokalos

    Concordo pienamente con gli argomenti dell’articolo, solo che non si tratta di “sacrificio” della Grecia, ma di suicidio della Grecia. Non lasciamo alcun dubbio su di chi è la colpa.

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