Waterloo, 18 giugno 1815: vittoria o sconfitta per la libertà?

Andrieux_-_La_bataille_de_WaterlooOggi si compiono 200 anni da uno dei giorni più importanti della storia contemporanea. Due secoli fa presso la cittadina di Waterloo, nelle campagne belghe, in dieci ore di fuoco venne deciso il futuro d’Europa. Quel giorno si spense definitivamente l’astro dell’uomo che aveva ispirato e incarnato il sogno di un’Europa unita e libera dalla soppressione e dall’oscurantismo, guadagnandosi l’ammirazione e il sostegno di grandi fette della società europea, come anche di giganti della civiltà occidentale come Goethe, Hegel e Jacques-Louis David.

Nonostante ciò, la battaglia di Waterloo e la caduta definitiva di Napoleone dopo la sconfitta subita affrontando l’unione delle truppe britanniche, prussiane, ecc. spesso vengono presentate come la vittoria della libertà europea contro un conquistatore autoritario. In questa visione Napoleone sarebbe un tiranno, che agì spinto da avidità e sete per il potere, mentre la Gran Bretagna rappresenterebbe la democrazia parlamentare e il liberalismo. L’argomento, proprio del liberalismo anglosassone, continua sottolineando che la potenza britannica non ha mai tentato di ottenere l’egemonia in Europa, combattendo invece contro quelli che cercavano di dominarla. La spiegazione di questo atteggiamento andrebbe individuato nella natura della costituzione e dell’ideologia britannica, diversa da quelle tendenti verso l’autoritarismo e la guerra delle grandi potenze continentali.

A questo punto è bene ricordare che, anche se il parlamentarismo e la natura aperta della società e della politica britannica sono indiscutibili, esiste nella storiografia un’interpretazione molto più realistica e fondata delle scelte strategiche della Gran Bretagna: essa era sempre voltata verso il mantenimento dell’equilibrio di potenza in Europa continentale siccome, protetta dal mare che la circonda e dalla sua potentissima flotta, si preoccupava solo di evitare l’avvento di un egemone continentale che, mobilitando le risorse del continente, avrebbe successivamente avuto la forza di minacciarla. Senza questo l’Albione poté continuare ad aumentare la sua ricchezza e potenza, facendo crescere la sua imponente macchina industriale e conquistando luoghi lontani oltremare. Come è stato detto, Napoleone fu un fenomeno spettacolare però la vera potenza in espansione in quel periodo era piuttosto la Gran Bretagna, visto che i trionfi napoleonici molto difficilmente avrebbero potuto risultare in uno status quo europeo consolidato, dominato dalla Francia. In questa lettura storica Bonaparte è piuttosto un eroe tragico, che cercò di contrastare il flusso della storia difendendo gli interessi del suo paese, sfiorando un successo impossibile prima di cadere combattendo.

In realtà Napoleone fu molto di più. Egli rappresentò un incubo per la vecchia Europa monarchica, feudale e teocratica, e il realizzatore di molti degli ideali illuministici. Sotto la sua guida la Francia riuscì a difendere molte delle conquiste della Rivoluzione, rafforzando la costituzione repubblicana e laica, e ridimensionando decisamente l’influenza della religione cristiana sulla società e sulla politica. Costruì e diffuse il Code Napoléon, un diritto civile laico che sarebbe diventato una base per ogni sistema legale democratico, promosse il libero pensiero, la scienza e la creatività artistica laddove nel periodo pre-rivoluzionario le restrizioni erano pesantissime, rinforzò l’affermazione della classe borghese e favorì l’imprenditoria, aumentando anche il benessere popolare. Risultati che continuarono a influenzare l’evoluzione sociale e politica, malgrado la sconfitta militare finale e il tentativo di restaurazione dell’Ancien Régime che la seguì.

Sicuramente il Grande corso era un pragmatico ambizioso più che un ideologo, però il suo impatto su una serie di questioni etiche e culturali fu enorme. A mio avviso anche le esigenze strategiche spiegate in precedenza, che portarono la Gran Bretagna ad allearsi con le monarchie teocratiche contro la Francia rivoluzionaria, insieme all’esito della guerra, ebbero a loro volta un grande impatto sull’interpretazione della storia e sulla teoria politica. Legato alla strategia britannica il liberalismo anglosassone cerca di far risultare l’atteggiamento della Gran Bretagna come resistenza ad un tiranno, trascurando il fatto che in realtà le guerre napoleoniche videro contrapporsi l’Europa feudale e teocratica, insieme alla Gran Bretagna, e la materializzazione rivoluzionaria delle idee illuministiche liberali e democratiche.

Indubbiamente esiste una differenza tra la concezione liberale anglosassone e quella continentale, dovuta a ragioni storiche e oggettive: per i rivoluzionari francesi la libertà aveva chiare origini greco-romane e avrebbe potuto splendere solo scacciando via le tenebre medievali, mentre per i liberali anglosassoni il volto della libertà è moderato e flemmatico, capace di far convivere l’elemento greco-romano e illuminista con la fede cristiana. Dunque, l’allineamento dei liberali di tradizione anglosassone con le opinioni della leadership britannica sulla questione napoleonica, finisce per diffamare la tradizione rivoluzionaria continentale, la quale in realtà consiste in una versione politica dell’Illuminismo più profonda e radicale di quella britannica e americana.

Non solo il liberalismo anglosassone assunse una posizione avversa a Napoleone, almeno parzialmente contro quelli che sarebbero i suoi principi, ma lo stesso fece anche il comunismo sovietico. Nonostante il netto ed esplicito giudizio favorevole di Karl Marx su Napoleone, i comunisti finirono spesso a pensare all’imperatore francese come ad un tiranno aggressivo, esattamente come i liberali anglosassoni. Ciò accadde perché il regime bolscevico non poteva discostarsi dalle opinioni zariste, grandi-russe e cristiano-ortodosse, che esaltavano fra il popolo russo le imprese del 1812-13, e anzi le cavalcò, sostenendo che la fazione progressista nello scontro era quella russa, essendo la guerra contro Napoleone «antimperialista» e «popolare». Queste interpretazioni dilettantistiche e propagandistiche del comunismo sovietico si trovavano, in ogni caso, in totale e inconciliabile contrasto con le posizioni marxiste. Karl Marx era chiaramente positivo non solo verso la Rivoluzione francese ma anche verso il periodo napoleonico, considerandoli un insieme inseparabile. Marx scriveva della «rivoluzione del 1789-1814» e considerava la Russia come la roccaforte del reazionarismo europeo, il nemico peggiore della libertà e della democrazia.

Secondo me, anche il fatto che a tentare di realizzare l’ideale marxista fu il paese che lo stesso Marx considerava come quello più lontano dalle proprie idee, comportò grandi alienazioni concettuali, che continuano a causare gravi problemi nel dibattito politico ancora oggi. L’atteggiamento anti-marxista della sinistra verso Napoleone è il simbolo ma anche il punto di partenza di questi malintesi, i quali formarono una concezione di sinistra anti-occidentale, snaturando il marxismo che in realtà era un’ideologia puramente occidentale, non solo dal punto di vista culturale ma anche perché in gran parte sosteneva il colonialismo e l’imperialismo delle potenze occidentali.

Queste questioni teoriche-interpretative non sono lontane dalla politica attuale, come ad alcuni potrebbe sembrare. Al contrario hanno una grande importanza pratica, perché formano il senso che viene attribuito a concetti fondamentali, dunque l’interpretazione della realtà stessa. E oggi, mentre i nostalgici dell’Ancien Régime e del totalitarismo nazifascista e sovietico si aggregano intorno alla Russia di Putin, riferendosi esplicitamente alla Santa Alleanza anti-napoleonica, chi aspira ad un’Europa libera non può apoggiarsi solo alla potenza e la visione dei due rispettabili offshore balancers dell’Atlantico, ma deve valorizzare la grande tradizione democratica rivoluzionaria del Continente.

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l’Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

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