Grecia: perché ha ragione Schäuble e non la Merkel

Seguendo il dibattito sulla trattativa infinita tra il governo greco e le istituzioni internazionali, dal punto di vista europeo possiamo individuare due principali tipologie di opinioni. La prima è quella che considera la bancarotta della Grecia e l’uscita del paese dalla zona euro come una possibilità da evitare, temendo la destabilizzazione che potrebbe provocare. La seconda promuove un atteggiamento fermo e severo, sostenendo che gli effetti di un Grexit non sarebbero tanto gravi per l’UE. Portavoce più rinomato di quest’ultima tesi è il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, mentre d’altra parte la cancelliera Merkel ultimamente appare più consensuale, e sembra preferire un compromesso che darà alla Grecia l’opportunità di sfuggire al pericolo imminente.

Chi pensa che il fallimento della Grecia debba essere evitato parte da due ragionamenti. Il primo sostiene che se la Grecia dovesse fallire le conseguenze sarebbero imprevedibili e possibilmente pericolose per l’Europa, siccome la bancarotta potrebbe produrre un clima pericoloso anche per altri paesi, e inoltre verrebbe a crearsi una grande incertezza politica circa la coesione dell’Unione e le sue prospettive, che potrebbe minare i fondamenti dell’unione monetaria e dell’integrazione europea in genere. Il secondo ragionamento guarda alla scacchiera geopolitica, e pensa che un’uscita della Grecia dall’eurozona, o anche dall’UE, sarebbe un danno perché aumenterebbe l’instabilità e ridurrebbe la presa dell’Occidente al Mediterraneo orientale, in un periodo in cui ci troviamo in una riaccesa rivalità con la Russia a causa della crisi ucraina, e il Medio Oriente scivola verso il caos. Non sembra dunque sorprendente il fatto che anche da parte degli Stati Uniti e l’amministrazione Obama sono spesso arrivati segnali vicini a questi ragionamenti.

Nonostante ciò la tesi non regge. Per quanto riguarda le preoccupazioni economiche, anche se è vero che l’eurozona dovrà affrontare pressioni e scosse dopo il default greco, la realtà è che esso non può provocare problemi seri a lungo termine. I fattori psicologici possono influenzare l’economia fino a un certo punto, ma non hanno la capacità di interferire con i fondamenti e presupposti oggettivi e materiali che determinano la situazione economica. Il famoso «effetto contagio» nel caso in esame potrebbe provocare un calo dell’euro e un aumento dei tassi di credito di alcuni paesi europei, peraltro temporaneo, però non può, e non poteva neanche all’inizio della crisi, danneggiare seriamente l’economia europea. Questo perché il peso dell’economia greca è poco rilevante, essendo il Pil greco pari solo all‘incirca il 2% di quello UE, ma ancora di più perché le basi produttive tedesca, francese e italiana, come quelle degli altri paesi, non saranno affatto colpite da una crisi greca. Infatti, la loro capacità di soddisfare i bisogni interni e le loro esportazioni non dipendono dal ridottissimo e limitato, in analogia con le loro esportazioni totali, consumo greco. Un problema ci sarebbe difatti stato con una bancarotta greca nei primi anni della crisi per le banche e gli altri enti privati esposti al debito greco, ma questo pericolo non esiste più, dal momento che i titoli sono passati in mano agli stati. Inoltre, enti privati hanno già perduto soldi a causa del grande taglio di debito già effettuato. Per gli stati eventuali perdite non avranno ulteriori effetti, visto che si tratta di importi comunque non a disposizione in questo momento – e neanche negli anni a venire, anche nel caso in cui il programma venga rispettato dai greci. 

Per quanto riguarda le preoccupazioni politiche e geopolitiche bisogna tenere conto di due fatti: l’unico argomento attuale della leadership greca è la minaccia verso gli altri 18 paesi dell’eurozona per le presunte conseguenze del fallimento greco; e, soprattutto, la leadership greca agisce come promotore degli interessi russi all’interno dell’Occidente, come ho scritto in altre occasioni con riferimento alle opinioni di esperti autorevoli (qui e qui), cosa che in realtà avviene da almeno due decenni, ma che è finalmente diventata più chiara, in seguito alle aperture verso il Cremlino del governo Syriza-Anel. Di conseguenza temere l’instabilità politica e un indebolimento strategico e geopolitico dell’Europa a causa di un’uscita della Grecia dall’euro o dall’UE, date queste condizioni, è fuori luogo. Il regime greco-ortodosso ha sempre cercato di sfruttare le possibilità offertegli dall’appartenenza all’UE, senza avere la pur minima visione veramente europeista e al contrario accusando proprio l’UE per suoi fallimenti e colpe. La situazione è molto più pericolosa con la Grecia dentro che fuori, siccome sotto la guida russa il regime potrebbe continuare a far fallire i programmi di risanamento dell’economia del paese, in questo modo creando emorragia economica all’UE, e ancora peggio disgregazione, disaccordo e confusione al suo interno, oltre a fomentare fra il popolo greco e gli strati sociali più poveri in Europa l’antipatia e l’odio per le istituzioni occidentali, ritenute erroneamente responsabili delle sventure del paese. Condizioni ideali per l’imperialismo nazionalsocialista russo, per il quale è essenziale che venga ridotta il più possibile la coesione e compattezza dell’Europa, e la fiducia dei popoli nella democrazia e nel liberalismo.

Come ho cercato di spiegare in articoli precedenti (qui e qui), quella greca non è un risultato della crisi finanziaria internazionale, bensì una crisi molto più profonda, assolutamente interna, dovuta a una decomposizione radicale della base produttiva del paese che è andata avanti per tre decenni, a causa delle politiche combinate dei governi e delle opposizioni. Dopo la bancarotta del maggio 2010, evitata grazie all’intervento dell’UE e del FMI, il mondo politico greco invece di ammettere le sue colpe, spiegare al popolo come e perché si era finiti a quel punto, e presentare delle riforme sostanziali, ha di regola cercato di continuare sulla stessa linea di prima. I memorandum non sono mai stati veramente eseguiti e al contrario, con un’inversione orwelliana della realtà, il regime ha promosso l’idea che colpevole dell’abbassamento dei livelli di vita fossero proprio UE e FMI, fortificando il suo potere.    

Negli ultimi cinque anni l’Europa ha speso molte energie per la crisi greca, quando di fronte abbiamo sfide di rilievo molto più decisivo per il futuro. L’UE è un tentativo grandioso e storico, un’unione volontaria di stati indipendenti. L’unico modo di mantenere e approfondire la sua unità è il rispetto verso le regole e decisioni comuni. La Grecia è ripetutamente inadempiente, e cerca di continuare a esserlo minacciando e cercando di estorcere. Un arretramento da parte dell’UE, e la tolleranza verso questi  comportamenti, farà apparire il quadro istituzionale ed etico europeo esile e inattendibile, cioè minerà i fondamenti dell’Unione. Un paese non può essere salvato per forza. Se il governo greco non dimostra di essere responsabile e perfettamente convinto a effettuare le riforme necessarie, sarà dannoso non solo per l’Europa ma anche per le prospettive future della Grecia stessa, insistere con i programmi di aiuto. Personalmente ero sicuro, almeno dall’estate del 2011, che l’establishment greco non avesse l’intenzione di riformare il paese. E meno che mai la avrà ora, quando al potere si trova una sua componente totalmente contraria alla logica delle riforme necessarie.

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l'Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

3 Risposte

  1. Franco Puglia

    Condivido quasi interamente i contenuti dell’articolo, con una sola osservazione : il dafult greco è già stato in qualche modo scontato dagli Stati europei, sotto il profilo finanziario, ma sino ad un certo punto. Infatti è vero che, comunque vadano le cose, quei debiti, se va bene, verrebbero pagati a babbo morto, come dire mai, ma nella contabilità di bilancio degli Stati come delle aziende una cosa è avere in conto crediti esigibili, che compensano in parte i debiti, altra cosa è avere crediti inesigibili, che si debbono cancellare dal bilancio. Per noi si tratta di uno scoperto da 40 miliardi di € in un paese che fa fatica a rastrellarne un paio senza sforare i suoi conti.
    Equivale a dire che il nostro debito pubblico reale salirebbe di 40 miliardi. Non ho sotto mano il bilancio dello Stato per confrontare debiti e crediti, e non so quindi quanti siano i crediti a fronte di 2200 miliardi di debiti, ma un credito inesigibile di 40 miliardi mi pare suscettibile di far saltare i conti.

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    • Sotirios Fotios Drokalos

      Ha ragione, però il punto è che se continuano i programmi d’aiuto la perdita sarà sempre maggiore. L’ho menzionato nell’articolo quando dico che i programmi continueranno a fallire creando «emorragia economica all’UE». Per quanto riguarda i crediti esigibili, l’Italia e gli altri paesi dell’eurozona possono continuare a considerarli validi nonostante il fallimento del debitore.
      Comunque bisogna ricordare che la tesi di Syriza durante il periodo elettorale era la cancellazione totale del debito, e anche ora che sono al governo continuano a chiedere ulteriore taglio al debito. Cioè a loro non importa niente del danno provocato agli altri paesi.

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