In morte di Khaled Fouad Allam

Khaled_FouadMercoledì 10 giugno Khaled Fouad Allam ci ha tragicamente e improvvisamente lasciati, a seguito di un malore in un hotel di Roma. Sociologo algerino, insegnava all’Università degli Studi di Trieste, ed era stato deputato per l’Ulivo nel 2006, durante la XV Legislatura. Ricordo ancora la prima volta che lo vidi: quattro anni fa andai con mio padre alla presentazione a Trieste del suo libro L’Islam spiegato ai leghisti, occasione nella quale ebbi la possibilità di conoscerlo personalmente. A 15 anni ero obiettivamente ancora piccolo per poter capire a fondo le infinite e complesse sfaccettature del discorso che fece, ma nonostante questo, ricordo l’enorme levatura del suo pensiero. Così come ricordo, con un po’ di rammarico, le domande che seguirono la presentazione del nuovo libro: «Perché lo Stato paga per aiutare gli immigrati e non gli Italiani?» oppure «Che senso ha difendere una religione violenta come l’Islam?» furono i maggiori quesiti che alcuni spettatori di quel pomeriggio posero, incalzando il professore in maniera alquanto pressante. Le risposte che arrivarono presero però un punto di vista completamente diverso, più ampio e quindi più articolato, più complesso e dunque, per alcuni tra gli spettatori, insoddisfacente. Ricordo il disappunto di mio padre nel vedere Fouad interpellato come il difensore di un presunto male assoluto, l’Islam, cui si associano spessissimo problematiche sofferte: terrorismo, immigrazione, radicalismo. Eppure, rammento con piacere che, nonostante tutto, Fouad non si scompose minimamente. Quel giorno capii la profondità di un sapere che è anche metodo: la conoscenza non può prescindere dall’onestà, prima di tutto, intellettuale, né può indurre le persone a porsi con superiorità nei confronti degli altri. Fu la prima, grande lezione che appresi conoscendo il professor Fouad Allam.

Quasi due anni dopo, ebbi l’occasione di incontrarlo di nuovo, in maniera assai più singolare. Dovevo scrivere un articolo di giornale per un progetto scolastico; decisi che l’argomento sarebbe stato l’Islam a Trieste. Chiesi a mio padre se fosse possibile organizzare un appuntamento con Fouad, reputandolo una risorsa valida per l’articolo. Alla fine, in un uggioso pomeriggio di dicembre, ci ricevette in casa sua a Trieste. Ci fece entrare e quindi accomodare in una stanza – non saprei dire se un soggiorno o piuttosto uno studio – piena quasi fino a scoppiare di libri, molti dei quali aperti su tavoli, sedie e scrivanie. Bastava questo per capire la sua grande passione per lo studio e la ricerca. Era una persona estremamente cordiale; lo spiccato accento francese rendeva ogni conversazione peculiare. Purtroppo, a causa di stretti impegni, non riuscimmo a trattenerci molto, e nonostante insegnasse a Trieste, non aveva una conoscenza della comunità musulmana locale tale da potermi aiutare con l’articolo. Fu in ogni caso un incontro piacevole: mi fece percepire la semplicità e l’enorme onestà intellettuale di un uomo che, benché fosse riconosciuto come uno dei più competenti sociologi dell’Islam in tutto il mondo accademico, ammise senza problemi  la sua obiettiva ignoranza su un argomento specifico di fronte a uno studente di liceo.

Ma, di quel tardo pomeriggio, una scena più di tutte credo non dimenticherò mai. Ad un certo punto gli squillò il cellulare, e ancora mi ritorna in mente la suoneria: il Preludio n. 1 in Do maggiore di J.S. Bach. Pensai subito alla poca praticità di una suoneria del genere nel caso in cui ci si trovi in una situazione caotica: «Come farà a sentirla?» mi chiesi. Ripensandoci oggi, non mi sorprende che una persona come lui, per quanto poco l’abbia “conosciuto”, utilizzasse quel brano. Per me, quel brano ha compendiato molto: l’onestà intellettuale, la coerenza, la tolleranza verso tutto ciò che è diverso, un metodo per la vita fatto di rispetto, comprensione e apertura. In un mondo in cui pare che solo chi grida più forte abbia ragione, dove all’ascolto si è sostituito l’insulto, nel quale spesso l’ideologia sovrasta la ragione, Khaled Fouad Allam è stato al contrario un esempio di dialogo, di pace, d’integrità intellettuale e morale. Nonostante la tragicità della sua scomparsa, restano le importantissime lezioni che ci ha offerto, non solo attraverso il suo lavoro – l’Università, le conferenze, l’attività politica, i convegni – ma anche e soprattutto attraverso il suo stile, sempre pacato, rispettoso, competente, aperto verso le più alte manifestazioni dell’umanità e critico nei confronti di ogni forma di discriminazione o violenza gratuita. Facciamo tesoro di questo incredibile retaggio che ci è stato lasciato.

Allah Yarhamak Khaled Fouad Allam.

Filippo Benedetti

Triestino di nascita, dopo aver frequentato il Liceo linguistico a Trieste s’iscrive alla facoltà di Scienze politiche e relazioni internazionali alla LUMSA (Roma). Attualmente frequenta il secondo anno.

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