Il delirio ideologico europeo: il panico attuale.

Sono forse l’unico a sentirsi letteralmente spaesato nell’odierno panorama politico europeo? Le nette e ragionevoli distinzioni di Bobbio, ahimè, sembrano non avere più riscontri tangibili in nessun grande partito europeo. Ma perché e, soprattutto, come siamo arrivati a questa situazione?

Fisicamente destra. E spiritualmente?

In fisica si parla di forza centripeta e centrifuga. Dall’etimologia dei due termini si evince facilmente che, mentre la prima forza “spinge” un corpo in rotazione verso il centro, la seconda “bilancia” la prima agendo nel senso opposto − quindi, verso l’esterno. Attenzione però: la cosiddetta forza centrifuga non è una vera e propria forza. Un esaustivo esempio può essere una brusca curva a destra in auto − se ci si trova sul veicolo (sistema non inerziale, ovvero dove non vale il principio d’inerzia), si avverte una forte spinta verso sinistra; se invece si osserva la manovra dal ciglio della strada (sistema inerziale) non si percepisce alcuna forza. Le destre europee paiono essere nello stesso limbo in cui si trovano gli studenti di Fisica appena approcciano questa coppia di forze. In tutta Europa è sempre più visibile una netta divisione tra destra moderata, che sembra risentire sempre più di una forza centripeta, e destra estrema, la quale, al contrario, pare non riuscire − e non volere − fermare la pazza fuga dal centro. Si possono quindi definire “inerziali” o meno alcuni panorami politici continentali? Certamente.

La Germania è sicuramente un paese più che inerziale. Al governo ormai da dieci anni è Angela Merkel, artefice sia di numerosi successi elettorali che della trasformazione del suo movimento, la CDU, in un cosiddetto partito pigliatutto – a discapito però di una nitida ideologia. Per capire meglio questa mia affermazione occorre fare un passo indietro. Anno 2005. I socialdemocratici si trovavano nel bel mezzo di una delle peggiori crisi della loro storia: di questo beneficiava, ovviamente, la CDU, che infatti iniziò la campagna elettorale con un larghissimo vantaggio. A causa dei poco usuali programmi elettorali, essa divenne subito molto combattuta. Mentre la SPD proponeva una lieve inversione di tendenza rispetto alle massicce riforme attuate dal cancelliere Schröder, i democristiani “esagerarono” provando a mettere mano un po’ troppo allo stato sociale: incremento della velocità di deregolamentazione del paese, selvaggio taglio delle tasse e, soprattutto, della spesa pubblica. Per i tedeschi fu eccessivo e il partito dell’attuale cancelliera perse molti consensi, tanto da ridursi il giorno dello scrutinio ad un misero punto percentuale di distacco dagli avversari. Nacque così la seconda grande coalizione della storia tedesca. Ovviamente le riforme pensate in precedenza dai democristiani vennero ammorbidite e la Merkel ebbe l’intuizione − a posteriori geniale − di cambiare immediatamente il suo profilo politico: da pseudo-liberista a strenua paladina del welfare state. Questo, ed il benessere provocato dalle riforme di Schröder, le crearono un’aura di buon governo e stima di cui tutt’ora gode. In questi ultimi anni molti compagni di partito la accusano di essersi spostata troppo al centro e di aver quindi lasciato enormi spazi liberi a destra della CDU. Alcuni politici vicini, infatti, auspicherebbero un avvicinamento al neonato movimento Afd, partito nazionalista e fortemente euroscettico. Il problema è che le posizioni di quest’ultimo sono lontanissime da quelle della Merkel − la cui unica ideologia veramente riconoscibile è quella di mantenersi moderata ed europeista (perché è questo che conviene maggiormente al suo paese). In Germania, però, i nazionalisti stanno assumendo sempre più le sembianze di una meteora, che a breve scomparirà. Questo darebbe ragione alla cancelliera, rafforzando la sua leadership e le sue posizioni centriste.

Oserei definire invece forzatamente inerziali la Gran Bretagna e la Francia. Il motivo? Il sistema elettorale. In entrambi i casi il sistema elettorale maggioritario favorisce un surplus di rappresentazione alle forze politiche storicamente più radicate e moderate, mentre lascia quasi non rappresentati gli altri. Non si può però fare finta di non vedere i risultati elettorali oltre alla ripartizione dei seggi: l’Ukip, al di là della Manica, e il Front National, al di qua, hanno alle spalle ottime prestazioni elettorali e non sembrano affatto essere meteore politiche. Bisogna però anche tenere in conto che le suddette non sono e, a mio parere, non saranno mai, forze politiche di governo: esse però hanno una funzione differente. Trainano i partiti più centristi − nell’ordine i conservatori inglesi e i popolari francesi − verso destra (e verso un aumento di consenso). Portano Cameron a indire a breve un referendum sulla presenza o meno della Gran Bretagna in Europa e Sarkozy, da sempre europeista, a fare dichiarazione sempre più euroscettiche; portano il governo di Londra a rifiutare piani comuni sull’immigrazione e, addirittura, attua comportamenti simili il governo di Parigi palesemente socialista ed, in quanto tale, teoricamente più attento a questo tema. In paesi meno inerziali, quindi, la presenza di due destre muove, e non poco, gli equilibri politici e le ideologie che vi sono dietro.

Sinistra più esclusiva.

In tutti i panorami politici d’Europa la sinistra ora si radicalizza, ora stempera le sue posizioni: ma le due tendenze non avvengono quasi mai insieme − a differenza di ciò che accade a destra.

La Francia, da tre anni governata dai socialisti, vive un vero e proprio terremoto ideologico. Dopo essere stato eletto presidente, François Hollande ha iniziato il suo mandato con una forte virata verso sinistra. Tutti ricordano l’aumento della tassazione al 75% per i redditi alti, l’assunzione di nuovi lavoratori nel comparto pubblico e la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Nel giro di qualche mese la popolarità del presidente è crollata ai minimi storici. Le successive tornate elettorali hanno visto un trionfo di Marine Le Pen alle europee ed un largo vantaggio dell’UMP del rivale Sarkozy alle amministrative. Auspicando probabilmente una rielezione si nota, negli ultimi mesi, una tendenza a moderare le politiche da parte del governo. Qui correre verso il centro potrebbe far guadagnare consensi.

Confusione a sinistra si avverte anche in Gran Bretagna, dove Blair governò quindici anni mutando pesantemente il profilo del partito. Negli ultimi anni la strategia del neosegretario Ed Miliband è stata quella di invertire la rotta e portare di nuovo i laburisti su vecchi temi cari alla sinistra, notoriamente minoritaria in Inghilterra. Si pensava che questo potesse risollevare le sorti del partito, ma così non è stato: le ultime elezioni hanno decretato il totale fallimento di questa linea politica. Ciò ha spinto proprio Blair, all’indomani delle elezioni, a dichiarare che bisogna tornare verso il centro per vincere e governare. Anche qui “moderare i termini” porta successi.

Completamente diverso è il clima politico a latitudini più basse. Sia in Spagna che in Grecia una radicalizzazione del pensiero avvicina i movimenti di sinistra al governo. Da sempre dove la crisi si sente, estremizzare le proprie posizione è vincente. Syriza di Alexis Tsipras ha vinto le ultime elezioni e sta provando, con discutibili risultati, a governare ad Atene. Podemos viaggia sulla cresta dell’onda: pur non essendo risultato maggioritario alle ultime elezioni, ha accresciuto notevolmente il suo elettorato; e sono convinto che, dopo il voto in dicembre, potrebbero anche governare il paese con i socialisti, portando politiche più radicali a Madrid.

Mi piace vedere la destra e la sinistra come due “cassetti”. Da sempre essi cambiano il loro contenuto, rimanendo però quantomeno riconoscibili. Credo che, nell’ultimo periodo, questa riconoscibilità sia andata appannandosi. De Gasperi diceva: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Dietro questa frase si nascondono i problemi dell’oggi. Pare non ci sia più un piano, idee concrete − o meno − per cambiare la situazione. Non c’è più un’ideologia da seguire per innovare e migliorare. Ci sono le elezioni, da vincere o da perdere. E ci sono i sondaggi. E il paese si riforma quindi seguendo questa o quella opinione pubblica, che però forse manca di lungimiranza, manca di strategia. Questa conclusione non vuole essere anti-sistema ed ultra-critica: questa conclusione è, al contrario, piena di speranza. Senza ideologie, visioni a lungo termine e teorie ben congeniate la politica diventerà l’eterna ricerca della miglioria spicciola, del presente sul futuro. Rendendo nuovamente chiara e nitida questa dicotomia e le differenze che da sempre la alimentano, problemi come l’astensione e il disinteresse per la politica potrebbero ridursi. Riusciremo ad invertire questa tendenza che da oltre trent’anni confonde e destabilizza? Spero di sì.

 

Vedi anche Il delirio ideologico europeo: un po’ di storia.

Giulio Tommasini

Diciannovenne. Frequento il primo anno della facoltà di Fisica dell’Università di Bologna. Scout con una grande passione per la chitarra e la politica.

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