Regionali 2015. Un’analisi per capire ciò che è successo

Partiamo da una premessa. Le elezioni regionali sono ormai considerate (come le europee) una sorta di elezione di midterm, utile per valutare lo stato di salute dei partiti di governo e di opposizione. È del tutto evidente che pur essendoci logiche eminentemente locali che influenzano l’esito del voto (ad esempio la persistenza di subculture politiche di solito impermeabili a grossi mutamenti politici, tipo il Veneto bianco o la Toscana rossa) questo tipo di elezione assume una valenza politica nazionale.

Cerchiamo dunque di enucleare il significato politico del voto di domenica.

Asserire che Renzi è stato sconfitto è sicuramente eccessivo. Il Pd vince in 5 regioni su 7. Una era data per persa in partenza (il Veneto); Liguria e Campania, stando ai sondaggi, erano incerte.

Se però si guarda ai voti (assoluti e percentuali) del suo partito, e non al numero di regioni conquistate, il risultato è abbastanza insoddisfacente.

Secondo l’analisi dell’istituto Cattaneo di Bologna, condotta da Passarelli-Tronconi, il Pd perde 2.143.003 voti rispetto alle europee; passa dal 40,8 al 25,2.

Potrebbe sembrare metodologicamente scorretto comparare le attuali regionali con le europee dell’anno scorso. In teoria il paragone andrebbe fatto con le regionali di 5 anni fa.

In questo tuttavia il confronto sarebbe fuorviante dato che le elezioni del 2010 rappresentavano una stagione politica completamente differente (dominava la destra berlusconiana e la sinistra era afasica, relegata nelle regioni del centro e in Puglia).

L’istituto Cattaneo considera solo i voti al partito ed esclude i voti delle liste civiche in appoggio al candidato (ma è presumibile che chi vota una lista civica poi voti direttamente il partito con cui sono alleate alle elezioni politiche).

Se la guardiamo da questo punto di vista, il Pd perde 1.518.024 voti.

Per fare valutazioni più dettagliate e precise, bisognerà attendere l’analisi dei flussi elettorali, che permettono di quantificare il numero di elettori che passano da un partito all’altro o si astengono.

Nessuno riteneva potesse ripetersi per Renzi il risultato eccezionale delle elezioni europee. Secondo Ilvo Diamanti, sondaggista e politologo, allora il Pd, sfondando soprattutto al centro, conquistò il voto di un numero di nuovi elettori quantificabile in una percentuale del 40%. Tutti elettori estranei al pd e al centrosinistra.

Un modello di partito del tutto nuovo, che Renzi ha chiamato “partito della nazione”: un partito pigliatutto, trasversale, che parla al paese indistintamente, senza una precisa connotazione ideologica, che guarda più al centro che a sinistra (senza disdegnare la destra moderata).

L’idea di affrancarsi dalla componente più massimalista del suo partito e dalla sinistra radicale ha un senso; ma deve essere compensata da un analogo numero di voti al centro che questa volta presumibilmente non c’è stato.

Renzi perde in Liguria per due ragioni: la candidata renziana (Paita), designata attraverso primarie svoltesi con molte irregolarità, era chiaramente inadeguata e invisa a una parte non indifferente del suo partito; la sinistra si presentava divisa mentre la destra era unita.

Il 9,4% di Pastorino in Liguria non significa di per sé che esista uno spazio ampio della sinistra al di fuori del Pd (considerando anche che la Liguria è una regione storicamente di sinistra).

In Veneto il discorso è simile. L’apertura di credito registrata qui alle scorse europee verso il Pd renziano è finita di colpo. Il Pd passa dal 37,5 delle europee (un risultato storico, mai raggiunto prima da una forza di sinistra) al 16, 7% (superato dalla Lega, al 17,8). E anche qui la candidata renziana, Moretti, è molto debole. Ottiene il 22,7% dei voti, contro il 50,1% di Zaia.

In Campania le forti polemiche contro gli “impresentabili” e su una figura controversa come De luca si sono risolte a vantaggio di quest’ultimo. In una regione in cui tradizionalmente il clientelismo è molto sviluppato, sarà interessante capire quanto hanno contato le preferenze raccolte dai candidati nel determinare la vittoria di De Luca (alle scorse elezioni regionali il 90,6% degli elettori ne fece uso).

La rottamazione, cioè il rinnovamento dei vertici apicali del partito a livello nazionale – e di governo – e locale rimane incompiuta; e la nuova classe dirigente renziana è di livello modesto o mediocre. Così che Renzi si è trovato a subire rappresentanti della nomenclatura del partito (che lui si prometteva di archiviare). Se vorrà risolvere questo problema e riappropriarsi del partito anche sul territorio dovrà, per forza di cose, rivedere il funzionamento delle primarie di partito per la selezione dei candidati alle cariche pubbliche; da sempre sono senza regole, aperte a tutti gli elettori e quindi facilmente manipolabili, svolte discrezionalmente.

Ha contato

l’appannamento della sua immagine di leader di governo dopo un anno, lo stallo sulla riforma della scuola, il rimborso parziale delle pensioni che ha generato molto scontento, lo scontro virulento all’interno del partito tra maggioranza e minoranza. La ripresa economica è impercettibile, le riforme implementate creano più divisioni nel partito di maggioranza che non risultati effettivi e apprezzabili.

 

Il Movimento 5 stelle è ancora il secondo partito più votato. Rispetto alle europee subisce un calo di 893.541 voti (e passa dal 21,1% delle europee al 15,6). Anche se va detto che in questo tipo di elezioni politiche (sia regionali che amministrative), risultano svantaggiati rispetto agli altri partiti (che sono quasi sempre alleati di partiti o liste civiche). Il partito di Grillo regge ancora nei consensi permanendo le ragioni fondanti che ne hanno decretato il successo (scollamento tra elites e cittadini, volontà di moralizzazione della classe politica e dei suoi comportamenti, scontro generazionale ecc). Non sembra essere stato penalizzato più di tanto dall’assenza sulla scena politica di Beppe Grillo. Il deputato Luigi Di Maio ha assunto maggiore visibilità rispetto agli altri esponenti del partito durante la campagna elettorale assurgendo al ruolo di leader, cosa non scontata in un partito fortemente verticistico come è il Movimento 5 Stelle.

Il vero vincitore di queste elezioni regionali è sicuramente la Lega Nord di Salvini. Guadagna 256.803 voti rispetto alle Europee (crescita del 50%) e 402.584 voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, quando Salvini era appena diventato segretario del partito (crescita del 109,45%); supera Forza Italia quasi dappertutto tranne che in Puglia (dove consegue il 2,3% dei consensi) e in Campania (dove non si è presentata); e passa dal 5,0% dei voti delle europee al 13,08%; con le liste collegate al partito sarebbe al 14,6, che diventa il 18 se si esclude la Campania.

Clamoroso il risultato in Toscana (dal 2,6 al 16,2) e in Liguria (dal 5,6 al 20,2); in Veneto è come detto il primo partito (17,8%). Il deflusso di voti in questa regione è ascrivibile alla presenza della lista Zaia, che da sole ottiene il 23% (sommati raggiungono il 40%). La lista di Tosi, espulso – o fuoriuscito? – dalla Lega ha sottratto loro solo 43000 voti.

Due elettori su 3 nel centrodestra ora votano Lega Nord, uno su tre Forza Italia. Rispetto alle Europee, quando Forza Italia era al 17%, i rapporti di forza si sono invertiti.

Il successo inarrestabile della Lega Nord è dovuto all’incessante esposizione mediatica del suo leader, onnipresente in tv (6 ore al giorno circa) e alla politicizzazione efficace di temi di grande impatto come la sicurezza e l’immigrazione. Mentre pare aver accantonato, almeno per queste elezioni, i temi legati all’economia (ad eccezione del tema delle pensioni).

Rimangono due incognite: la capacità di Salvini di trasformare un partito da sempre localista in un partito a carattere nazionale, se non nazionalista, cioè il tentativo di riuscire a raccogliere voti non limitati solo al centro-nord: finora non ci è riuscito; poi la capacità di aggregare un fronte ampio per essere competitivo contro il Pd renziano.

Nella gestione di queste elezioni si è rivelato più accorto: ha rinunciato al suo candidato in Liguria in favore di quello berlusconiano in cambio dell’appoggio di Forza Italia a Zaia e in Umbria ha appoggiato un candidato del partito di Alfano.

È vero che alle prossime elezioni politiche mancano ancora 3 anni e tutto è possibile nel frattempo, ma se la Lega dovesse continuare la sua ascesa imponente, sarebbe essa stessa, e non il movimento 5 stelle, ad andare al ballottaggio con il Pd (che quasi sicuramente al 40,1 in un unico turno elettorale non ci arriverà più).

Il problema è che nello spazio politico La Lega è troppo spostata a destra e sarà difficile mettere insieme in unico cartello politico e sotto l’egida del leader leghista le diverse forze politiche del centrodestra perché troppo eterogenee.

La vittoria fortunosa di Toti in Liguria non attenua il declino irreversibile di Forza Italia e del suo leader. Un vero e propri tracollo: 840.148 voti in meno delle europee, quasi 2 milioni rispetto alle politiche del 2013 (dove già avevo smarrito 6 milioni di elettori delle elezioni del 2008).

È presumibile che una parte consistente dei suoi elettori sia confluita nel partito di Salvini o nell’astensione e, in misura minore, in quello di Grillo e Renzi – ma per avere conferma occorrono i dati dei flussi elettorali.

Berlusconi pensa a rilanciare il partito e ad avviare una successione dinastica, affidando il partito-azienda ad uno dei figli. Non si vede quali prospettive possa avere un’operazione di questo genere.

Il paradosso è che la destra come espressione di interessi e valori nella società è ancora maggioritaria nel paese ma frammentata a livello partitico e incapace di trovare un leader, che, come Berlusconi nel 1994 le dia rappresentanza politica. Solitamente una leadership politica nasce e si afferma al termine di ripetute sconfitte politiche. Vedremo quante ne saranno occorse al centrodestra prima che ciò accada.

Queste elezioni hanno registrato un crollo, abbastanza prevedibile, della partecipazione politica. L’astensione si attesta al 52,2%, 10 punti in meno di 5 anni fa.

Anche se bassa, l’astensione non inficia la legittimità democratica degli eletti, come talvolta si sente dire da più parti.

 

Fino agli 80 si sono avuti in Italia livelli di affluenza alla urne superiori alle altre democrazie europee. Ora siamo nella media.

Ad essere preoccupante è che questo trend decrescente è costante, l’astensione cresce e non diminuisce mai.

Accanto a una quota fisiologica di astensionisti cronici che non vanno mai a votare e si disinteressano completamente della vita politica del paese (il 15- 20% di elettori), si accompagna quello che Carlo Carboni  sul Sole 24 ore ha definito “astensionismo d’opinione (che conta il 10% circa di italiani), elettori informati e interessati alla politica, che manifestano così il loro dissenso nei confronti dell’offerta politica oppure un rifiuto verso il sistema politico in generale.

E’ a tutti gli effetti un sintomo della crisi nella democrazia italiana, che si può risolvere solo ampliando gli spazi di partecipazione dei cittadini al processo politico.

 

 

 

 

 

 

 

 

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

4 Risposte

  1. PaoloS

    Analisi formalmente corretta e che mi trova in accordo quasi completamente.
    Credo che sia bene sottolineare (come d’altro canto è stato fatto) la difficoltà di comparare il dato numerico e di conseguenza i flussi elettorali, essendo troppo distante nel tempo il dato delle precedenti regionali e troppo diverso il dato delle Europee. Proprio quest’ultimo raffronto ci deve far riflettere sulla mutazione del PD che, sempre più assomiglia al modello “Forza Italia” , con risultati differenti in presenza di elezioni con forte impegno del leader (nazionali e europee) ed elezioni a carattere locale (affidate alla capacità dei singoli candidati). E , al pari di ciò che è avvenuto in Forza Italia, tocca constatare che a livello locale, il PD oscilla pericolosamente tra vecchi leader (forti ma che poco c’entrano col rinnovamento di Renzi) e nuove facce politicamente inconsistenti (Moretti e Paita).
    Per il PD, sicuramente non siamo di fronte ad una vittoria, ma al più ad un pareggio con segnali però preoccupanti.
    Sugli altri fronti la situazione sono presenti elementi di ottimismo , anche se non mi sento di parlare di grandi vittorie, eccezion fatta per la Lega.
    Il partito di Salvini è l’unico a poter cantar vittoria, non solo per il risultato di Zaia e per aver spinto Toti alla vittoria, ma perchè è oramai l’azionista di maggioranza del cdx, in cui tocca constatare che Forza Italia, oramai è debolissima. Se Forza Italia è in forte difficoltà, però non si può dire lo stesso del centrodestra nel suo complesso, giacchè il PD non sfonda su quell’elettorato che, quindi, rimane a disposizione se quei partiti riusciranno a trovare la necessaria coesione. In tal senso, la riflessione andrebbe fatta ricordando che l’Italicum, oltre a fissare una soglia al 40% per il premio di maggioranza, attribuisce lo stesso non alla coalizione ma al singolo partito. Significa che, stante così le cose, Forza Italia, la Lega, Fratelli d’Italia e NCD, per poter competere e arrivare al ballottaggio (ipotesi abbastanza certa) dovranno confluire in unico schieramento. Non mi pare, allo stato attuale, una situazione percorribile. In tal senso, la legge scardina eventuali soluzioni tipiche dello schieramento ex berlusconiano, rendendo impossibili rapporti a geometrie variabili (al nord con la Lega e al sud con gli altri) e questo, ovviamente aiuta molto Renzi e il PD. In particolare, il dato del Sud ci dice che Salvini ancora non sfonda e quindi, presentarsi con lui come candidato unico , significa consegnare quell’area al PD che vincerebbe a mani basse.
    L’altro fronte di opposizione riguarda il M5S che, pur vittima di emorragia di votanti, conferma di essere un soggetto solido (e non era scontato). In particolare, è bene sottolineare che, stavolta, il risultato è arrivato con un movimento che ha lavorato senza l’apporto di Grillo. E’ il segno di un passo avanti notevole che, pur non portando a nessuna conquista reale, va però tenuto in considerazione. M5S può essere un soggetto in crescita, anche se, poichè rifiuta ruoli concreti (vedasi l’offerta di Emiliano in Puglia ) rimane oggetto misterioso, buono per convogliare voto di opinione o di protesta, ma forse non così solido da attirare il consenso di chi pensa al governo della Nazione.
    Ultimissima riflessione vorrei dedicarla alla cosiddetta area alla sinistra del PD (CIvati, Landini, Cofferati , a volte Fassina, la CGIL ecc. ). Inizio citando una leggenda: pare che all’epoca della prima vittoria di Prodi, una compagna si avvicinò a D’Alema e gli disse “Compagno D’Alema, dopo questa vittoria potremo fare una opposizione fortissima”.
    Ho citato l’aneddoto perchè mi pare che ci sia una certa sinistra che non riesce ad uscire da questa logica e che agisce per condannare se stessa e l’intero centrosinistra a questo ruolo. In Liguria, è successo un casino indecente e sicuramente il PD renziano ha molte colpe. Anche a livello nazionale, Renzi non sta brillando nella gestione dei rapporti con la sua sinistra. Ma, detto ciò, non si può non constatare che il progetto di chi sta alla sinistra del PD , o on c’è oppure, se c’è , serve solo a riconsegnare ad altri la guida della Nazione. Una sinistra che compete col PD per la guida del centrosinistra è una cosa legittima e forse pure benvenuta. Ma una sinistra che si schiera contro il centrosinistra, che osteggia il PD , condanna il centrosinistra e sè stessa all’opposizione. E’ una scelta scellerata che, il caso Liguria, pur con tutte le ragioni del caso, ha evidenziato in modo plastico. Che possano rinsavire i Vendola o i Bertinotti, ci credo poco. Ma mi auguro che almeno i Fassina, i Civati e soprattutto Bersani e i suoi , non vogliano prestarsi a questo ennesimo suicidio.

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  2. Franco Puglia

    L’articolo riassume bene la situazione, che non mi pare abbia riservato delle vere sorprese. L’ascesa della Lega di Salvini era scontata, e come non potrebbe, visto che i media televisivi gli riservano una presenza quasi costante, che non ha precedenti storici, dopo aver messo in soffitta qualsiasi “par condicio”.
    Altrettanto prevedibile la crescita dell’astensionismo, insufficiente a determinare per ora l’implosione del sistema politico, visto che una larga pare degli oppositori di regime convogliano il loro consenso dentro due contenitori politici discutibili come Lega e 5 Stelle.
    Queste elezioni “dovrebbero” preludere a quella definitiva spaccatura del PD che non riesce ancora ad esprimersi, spaccatura indispensabile a ricollocare l’area propriamente di sinistra, quella massimalista storica, ancorata ai vecchi valori marxisti, distinguendola da quella neodemocristiana del PD di Renzi.
    La persistente presenza di Berlusconi continua ad impedire la frantumazione definitiva della destra ed il suo processo di ricomposizione.
    Perciò siamo in un limbo, di cui non si intravvede una fine imminente, ed in un paese corrotto sino al midollo, sottoculturato, in dacadenza economica, morale e civile, da cui è difficile immaginare che possa rinascere qualcosa in chiave positiva. Considerazioni pessimistiche, ma mancano elementi che facciano sperare in una evoluzione positiva. Il successo della Lega, per come si propone, è sintomo evidente di questa decadenza più ancora di quanto non lo siano i 5 stelle.
    Il Paese resta in mano alle fazioni, sempre più radicalizzate, non dialoganti e, peggio ancora, senza una autentica e comprensibile visione politica generale.
    Mi sento molto Cassandra sulle mura di Troia che bruciano.

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  3. Paolo Maria Micheli

    Concordo in buona misura. Personalmente penso che ripetere una performance elettorale come quella del 2013, sia molto difficile. In primo luogo perché da allora sono passate settimane e mesi utili per mettere a Renzi ed al suo Governo di esprimere la propria attività, lasciando il tempo utile per permettere all’opinione pubblica di far sedimentare e cristallizzare le proprie opinioni. Secondo, perché è tipico voltare e cambiare idea dopo aver “osannato” il Rottamatore.
    Sul confronto numerico, penso sia giusto confrontare lo stesso tipo di elezioni, proprio perché gli scenari politici sono diversi.
    Il predominante astensionismo è una componente troppo importante e determinante nella sua gravità (di senso civico degli elettori assenti). Riguarda un bacino di utenza “liquido”, non penso sia rigidamente catalogabile in un fronte politico.
    La vera incognita è il vincitore: Salvini e la Lega. Non penso sia il nuovo leader della destra o centro-destra se non ufficiosamente. Liquido è anche il futuro di Forza Italia o quelle che vorrà essere. La Lega è troppo categorica per essere “digerita” dalla maggioranza dell’elettorato liberale di centro-destra.

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  4. Andrea Banchelli

    Analisi ben articolata che mi trova sostanzialmente d’accordo con un paio di osservazioni per le quali metto subito in piazza la mia attuale osservanza renziana essendo certo che non mi impedisca di scadere nella faziosità.
    Il risultato del PD, nell’articolo definito “abbastanza insoddisfacente”, è a mio avviso da considerare tutto sommato “accettabile”. Intanto perché conserva in termini di risultato il rapporto delle regioni vinte e poi perché come sempre succede in questi casi il partito di governo paga qualcosa in maniera fisiologica nel corso di elezioni intermedie, tanto più che le regionali sono venute al termine di una fase turbolenta, anzi per molti versi lacerante, all’interno della costituency del partito (sicuramente riforme del lavoro, elettorale e costituzionale, ci andrei cauto con la riforma della scuola perché chi la guarda da “cliente” e prova a ragionare sui fatti anziché sulle posizioni ideologiche non è scontento della piega che si sta prendendo). Certo è che se i prossimi mesi dovessero portare qualche significativo consolidamento dei dati economici ed occupazionali, soprattutto in termini di percezione ultima al cittadino, e poco importa se legati a congiunture esterne oltre che a scelte politiche interne, all’elettore quadratico medio poco importerà se il premier abbia dato qualche vigorosa (necessaria, dico io) spallata al sistema pregresso oppure tenuto comportamenti al limite del galateo istituzionale. E allora (ecco l’altra affermazione su cui non concordo pienamente con l’autore) il 40 e rotti percento non sarà per Renzi una chimera irripetibile ma il naturale sbocco di un riassestamento complessivo del sistema politico nazionale, dalle conseguenze imprevedibili ma non necessariamente nefaste.

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