Lo stato leviatano contro le migliori innovazioni del XXI secolo. Bloccato il servizio di UberPop in tutta Italia. Cosa ne sarà di BlaBlaCar, Airbnb, Google..?

Pubblichiamo oggi un articolo scritto dal gruppo dei giovani ragazzi italiani facenti parte dell’associazione “European Students For Liberty”. Qui potete trovare il sito dell’associazione e tutte le loro attività.

Lo stato leviatano contro le migliori innovazioni del XXI secolo. Bloccato il servizio di UberPop in tutta Italia. Cosa ne sarà di BlaBlaCar, Airbnb, Google..?

Sono mesi che si sente parlare di Uber. ma cos’è Uber? Altro non è che una società americana che offre un servizio innovativo e intelligente. Chiunque abbia la patente e abbia più di ventuno anni può trasformarsi in autista di Uber. Basta un’auto, uno smartphone con l’app di Uber installata, una fedina penale pulita e una copertura assicurativa per i passeggeri. La tariffa base per i viaggi è di 2€, più 0,20€ al minuto o 0,35€ per chilometro. E per chi offre già un servizio NCC (Noleggio con Conducente) può far parte di Uber . L’utente ha tutta la comodità ad usare Uber: apre l’applicazione sul cellulare, col GPS individua subito l’auto disponibile più vicina e il tempo di percorrenza che questa ha per raggiungerti. Inserisce direttamente la destinazione nell’applicazione sul proprio smartphone, dove viene visualizzato il prezzo in anticipo e si può pagare subito con Paypal o carta di credito. Dopo la corsa, arrivato a destinazione l’utente potrà valutare il trasporto e l’autista attraverso un sistema di feedback immediato. Insomma il servizio è comodo, rapido, efficiente ed economico. 

Uber non offre solo un servizio innovativo per i clienti, ma anche un’opportunità per i giovani di oggi di ottenere un lavoro (anche solo occasionale) come autisti. L’autista è attivo come tale solo nel momento in cui accende l’app sul proprio smartphone. Gli autisti di Uber affermano di aver atteso a lungo l’“autorizzazione” di Uber, dato che – a loro detta – c’è una lunga coda di richieste e bisogna superare controlli meticolosi, anche perché la società americana fissa un numero massimo di autisti per ogni città. Non solo Uber è un ottimo servizio in sé e per sé, ma la presenza stessa di questo sistema concorrenziale ha già portato miglioramenti al servizio offerto da alcuni tassisti, che si sono organizzati per creare delle loro apps che offrono lo stesso servizio come quello di Uber. Che la concorrenza faccia bene al mercato, dopotutto, non è per niente un mistero.

Purtroppo però, in questa Italia di caste e privilegi, le pressioni mosse dai tassisti sono state insostenibili. Il tribunale di Milano, attraverso una sentenza che muove contro la libera concorrenza e imprenditorialità, ha accertato la “concorrenza sleale” del servizio di Uber: questo avrebbe determinato, a detta del giudice, «un vero e proprio salto di qualità nell’incrementare e sviluppare il fenomeno dell’abusivismo» poiché «Prima dell’introduzione di tale app i soggetti privi di licenza avevano un circoscritto perimetro di attività e di possibilità di contatto con gli utenti – sostanzialmente il contatto personale – mentre UberPop consente in tutta evidenza un notevole incremento dei soggetti privi di licenza che si dedicano all’attività analoga a quella di un taxi».
Ma per quale ragione si dovrebbe denunciare un fenomeno di abusivismo? Per quale motivo è necessaria una licenza per l’attività di tassista?

La licenza chiaramente sarebbe giustificata da una garanzia di sicurezza per i passeggeri, ma in realtà si è trasformata più in uno strumento per fare lobby e un ostacolo alla mobilità del lavoro, costituendo una barriera all’entrata di nuovi competitori nel mercato dei tassisti. Generalmente la tariffa tassametrica è fissata arbitrariamente e per questa ragione è malvisto un servizio più efficiente come Uber, che si presenta al pubblico a prezzi più bassi, erodendo i margini di profitto dei tassisti. La scienza economica insegna, però, che quando la concorrenza abbassa i prezzi la società ne beneficia nel suo complesso. Il sistema delle licenze unito alle tariffe fissate dall’autorità amministrativa rappresentano chiaramente un limite alla libera imprenditoria e alla mobilità del lavoro, e soprattutto diventano lo strumento per la creazione di privilegi e per chiudere il mercato. Inoltre la sicurezza dei passeggeri è chiaramente solo un pretesto per giustificare le licenze, dal momento che i passeggeri che fossero davvero preoccupati per la propria sicurezza potrebbero comunque viaggiare sui tradizionali taxi. Se anche fosse vero che c’è un rischio sicurezza, ogni passeggero dovrebbe essere libero di scegliere autonomamente se pagare di più per il servizio “sicuro” tradizionale o optare per il “meno sicuro” e più economico Uber. Va detto in ogni caso che se esistesse questa reale preoccupazione sulla sicurezza, i tassisti non dovrebbero affatto temere per la concorrenza di Uber, dato che avrebbero la certezza di una clientela assicurata. E invece pare che questa certezza i tassisti non l’abbiano affatto.

Uber non è l’unica delle grandi innovazioni degli ultimi anni che è al centro di grandi controversie. Difficile dire quale sarà il destino di BlaBlaCar, che permette di trovare un passaggio in automobile per pochi euro, trasportati da chi sta andando nella stessa direzione o destinazione. I trasporti non sono l’unico settore in evoluzione. Ci chiediamo se dovranno essere chiusi o regolamentati altri siti come Airbnb, che permette a chiunque di affittare una camera, un letto, un divano-letto che si ha a disposizione nella propria casa, se non l’intera casa stessa; oppure Nightswapping, che permette di “acquistare” una notte di pernottamento ovunque nel mondo, in casa di qualcuno, in cambio di una notte affittata a un’altra persona in casa propria. Questi siti possono essere visti come una minaccia per realtà come alberghi e bed&breakfast. In realtà questi servizi online rappresentano non una minaccia per le attività esistenti, bensì il futuro: un mercato diverso, differenziato, libero. Chi non riuscirà a reggere la concorrenza, non sarà più adatto al mondo che evolve e si innova. Proprio come nessuno oggi vende più una Fiat degli anni ’70 (se non per un mercato ristrettissimo), oggi tassisti (e magari alberghi e b&b) devono fare i conti con prodotti innovativi. Il fatto che lo Stato o un giudice impedisca a questi prodotti innovativi di entrare nel mercato è come se impedisse alle case automobilistiche di fare concorrenza alle Fiat anni ’70. Così l’Italia rimane un paese retrogrado e si priva d’innovazioni che possono portare dinamicità, ricchezza, lavoro e benessere.

Aprendo una breve parentesi per i siti e le apps che permettono di affittare camere, va menzionata la diatriba riguardante Airbnb, sito al centro di critiche in Italia come in tutto il mondo. Per affittare una camera in base alla legge italiana è necessario avere la licenza di affittacamere (ovvero diventare un vero bad&breakfast), ma ovviamente migliaia di utenti che oggi sono presenti sul sito non hanno alcuna licenza. Ottenere la licenza da affittacamere non è affatto semplice, i regolamenti variano da Regione a Regione, con alcuni elementi sempre ricorrenti. Spesso si deve fare i conti con restrizioni assurde: puoi ottenere la licenza solo se in ogni camera affittata è presente un tavolo e una sedia per persona, mentre nei servizi igienici deve comparire il bidè. Si può comprendere che il cliente di un bed&breakfast – riconosciuto come tale dallo Stato che ha concesso una licenza – si aspetti di trovare almeno una sedia e un bidè, oltre al letto.

Ma perché renderne obbligatoria la presenza, vietando l’esercizio a chi non ha tali requisiti? La licenza deve essere davvero obbligatoria? Non sarebbe più differenziato il mercato, più concorrenziale e competitivo e, soprattutto, più alla portata di tutti i portafogli, se tale licenza fosse solo facoltativa? Chi ne ha intenzione, potrà registrarsi presso lo Stato e fare uso della licenza come garanzia di qualità e sicurezza, mentre gli altri esercitano legalmente l’attività senza un riconoscimento ufficiale. Questi ultimi certamente dovranno adeguarsi almeno alle norme di sicurezza, ma la responsabilità per il mancato adeguamento dovrà essere verificata ex-post dall’amministrazione e non si dovrà aspettare mesi prima di ottenere il permesso per esercitare (con il rischio di saltare un’intera stagione d’introiti, magari dopo aver fatto consistenti investimenti). Qualcuno potrà dire che in questo modo è a rischio la sicurezza del cliente, ma se quest’ultimo intende davvero avere ogni garanzia (a scapito di un esborso probabilmente maggiore), potrà comunque pernottare presso chi ha la licenza. Insomma, la licenza sarebbe più un servizio che lo Stato offre, cioè un riconoscimento che renda l’esercente una scelta più appetibile per il cliente, piuttosto che un’imposizione. Dopotutto, lo Stato non dovrebbe far altro che offrire servizi ai cittadini, non vessarli con complicate imposizioni. Questo dovrebbe valere sia per il mestiere di affittacamere quanto per il tassista.

Uber, come Airbnb, BlaBlaCar o Google e tanti altri, sono ormai dei perseguitati. In Spagna Google News – che non guadagna soldi poiché non dà spazio ad alcuna pubblicità – ha dovuto chiudere i battenti, poiché per questo servizio è stata inspiegabilmente imposta una tassa a Google sui diritti d’autore. Va detto che Google News raccoglie solo ed esclusivamente fonti di quotidiani, pubblicazioni e blog degli editori che acconsentono a fare apparire lì i propri articoli. Insomma non fa altro che pubblicizzare quegli editori che volontariamente aderiscono al sito, al contempo offrendo un servizio ai lettori. Tutto questo senza ricevere alcun introito. Così si arriva al paradosso in cui aziende che offrono servizi innovativi e intelligenti, talvolta anche gratuiti, si vedono costrette a chiudere i battenti.
Abbiamo davvero bisogno di uno stato paternalista che decida per noi? Non è forse ora che ogni singolo individuo abbia la Libertà di scegliere ciò che preferisce? In definitiva, forse è il caso di tornare a ripetere un vecchio slogan che non perde mai d’attualità: meno Stato, più mercato!

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