L’importanza di un mercato più libero ed uno Stato meno oppressivo e potente

Riportiamo questo articolo, tradotto in Italiano, con il consenso di CapX, un sito britannico promosso dal Centre of Policy Studies (un think-tank fondato nel 1974 da Sir. Keith Joseph e Margaret Thatcher). Qui potete trovare il link all’articolo inglese, pubblicato il 12 Maggio 2015, sulla pagina ufficiale di CapX. L’articolo è stato scritto da Mark Littlewood, Direttore Generale dell’Institute of Economic Affairs.

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Confrontandomi con la domanda “liberalismo economico: condannato, screditato o indispensabile?”, la mia opinione è che tutti e tre questi aggettivi sono veri. Il liberalismo economico è stato ingiustamente condannato, a torto screditato e rimane fortemente indispensabile, soprattutto nei paesi in cui è stato a mala pena provato. Parlerò però più avanti delle lezioni imparate all’indomani della crisi finanziaria.

Sembra essere sorto un mito che ci racconta che, nel Regno Unito (ma, più in generale, nell’intero mondo occidentale), viviamo in un’epoca “neo-liberale”, che ci sia, a tutti gli effetti, un’egemonia culturale neo-liberale. Se questo mito fosse vero, potrebbe essere giusto associare il fallimento delle recenti politiche sistemiche all’egemonia neo-liberale e, quindi, organizzare la società basandosi su un modello economico-politico-sociale differente. Questo mito, però, non è vero. Viviamo in un’epoca social-democratica. C’è un’egemonia social-democratica.

Nel corso della mia vita (ho da poco superato i quarantatré anni) la spesa pubblica in Gran Bretagna è aumentata, in termini reali, di un fattore pari a circa tre volte e mezzo. Lo Stato, ad oggi, spende circa 700 miliardi di sterline all’anno (dati 2010). Quando nacqui nel 1972, lo stato spendeva circa 200 miliardi di sterline all’anno. L’aumento della spesa pubblica è stato apparentemente inesorabile – aumentando costantemente sotto governi di ogni “colore” e “carnagione” politica con l’eccezione, però, di questo governo (Governo Cameron) che è riuscito a tagliare le spese di circa il 3% in 5 anni. Nonostante questo notevole ed ammirabile sforzo, il dato del debito pubblico è oggi circa 600 miliardi più alto rispetto a quello osservato nel 2009-2010. Chiaramente questo non è colpa esclusiva di questo governo ma, osservando così i dati economici ufficiali, si potrebbe tranquillamente parlare del più grande stimolo fiscale Keynesiano che il nostro paese abbia conosciuto in tempo di pace.

La spesa per tutte le prestazioni welfare nel Regno Unito – tra cui le disposizioni pensionistiche statati – ammonta oggi a circa 8.000 sterline per nucleo familiare: il doppio di quello che era in termini nominali una decina di anni fa. Se questo è la crudele, selvaggia austerità neo-liberista, non oso nemmeno pensare ed immaginare quanto possa essere grande la generosità social-democratica.

Non credo che i liberali possano essere d’accordo o debbano cercare di concordare l’esatta percentuale di PIL che possa essere spesa dallo Stato. Però, c’è stata una tendenza tra coloro che si auto-identificano come “liberali” in Gran Bretagna a ritenere che, indipendentemente dall’attuale livello di spesa pubblica, sarebbe preferibile se l’importo totale risulti leggermente (anche di pochissimo) un po’ più in alto l’anno successivo. Questo, veramente, non è “liberalismo”. E semplicemente una delle peggiori visioni politiche basate sulla spesa pubblica.

Così, io al contrario credo che – in quasi tutti i casi – qualunque sia il livello di spesa pubblica, sarebbe preferibile che essa fosse bassa. Questa mia visione, oltre al fatto che mi piacerebbe ripristinare rapidamente – in termini reali – un livello di spesa pubblica pari a quello del primo governo Blair, fa in modo che gli altri mi considerino come una sorta di estremista selvaggio. Penso, però, che sia proprio questo mio pensiero che mi renda un vero “liberale”.

Ci sono, infatti, molte buone ragioni liberali per volere uno Stato più piccolo rispetto a quello attuale. Non solo perché c’è una necessità reale di ridurre il deficit, ma soprattutto perché uno Stato che spende circa il 50% del reddito nazionale è uno stato che risulta essere semplicemente troppo grande.

Ci sono, però, anche ragioni pratiche. Le entrate fiscali “raccolte” da tutti i governi succedutisi negli ultimi decenni (indistintamente dai colori politici) sono costantemente state pari al 37% del reddito nazionale. Negli anni di “raccolta” migliori lo Stato è riuscito a raggiungere un livello pari al 38%, mentre negli anni di “raccolta” peggiori, lo Stato ha raccolto intorno al 36%. Le stime annuali rimangono costantemente all’interno di questa banda. Tenendo quindi conto della regola fiscale del 37% (una regola che potrebbe essere definita “di ferro”), avere una spesa pubblica sopra questa base costante significa semplicemente incamminarsi per il sentiero che porta verso la rovina economica.

Certamente, lo Stato può decidere di sforare questa regola fiscale per un paio di anni, ma non può farlo per l’eternità, Parlamento dopo Parlamento. Soprattutto non può permettersi di farlo viste le nostre importanti questioni di eredità del debito, il quale – comprese le passività non finanziate – probabilmente ammonta a circa £ 5/6 trillioni di sterline.

Se il successo economico lo si ottenesse semplicemente con uno Stato che spende grandi quantità di denaro che, però, in realtà non ha, allora la Grecia starebbe salvando finanziariamente la Germania e l’Euro-Zona, non il contrario.

Prendiamo adesso in considerazione il crollo finanziario del 2007-2008. Anche in questa circostanza abbiamo un mito da sfatare. Il mito (raccontato da molti) è che i servizi finanziari del Regno Unito (e di altre nazioni avanzate) fossero una specie di giunga completamente non regolamentata, come il selvaggio west; insomma, un settore praticamente anarco-capitalista. Questa immagine è però selvaggiamente inesatta, ingiusta, e ha pericolosamente portato ad una diminuzione della fede nel liberalismo economico. L’ultima volta che ho guardato il manuale di regolamentazione della “Financial Service Authority”, questa conteneva 10 sezioni.

– La sezione intitolata “Norme prudenziali” è suddivisa in 11 sotto-sezioni.
– La sottosezione ‘Prudential Source Book’ per le banche, società di costruzione e società di investimento è costituito da altre 14 sotto sotto-sezioni.
– La sottosezione ‘Rischio di mercato’ è suddivisa in 11 sotto sotto sotto-sezioni.
– La sotto sotto sotto-sezione dei ‘tassi di interesse’ è costituita da 66 paragrafi.
– Ci sono oltre un milione di paragrafi formati solo da regolamenti all’interno del “libro delle regole”.

Fino alla fine degli anni 1970, la vigilanza bancaria era sotto il controllo della Banca d’Inghilterra, ed i dipendenti erano 30. Quando la Banca d’Inghilterra assunse la responsabilità legale sulla vigilanza bancaria nel 1979, meno di 80 persone erano impegnate nella vigilanza del settore bancario. Da allora il numero di autorità addette alla supervisione finanziaria del Regno Unito è aumentato (drammaticamente) di quasi quaranta volte, raggiungendo un numero pari a circa 1.200.

Nel 1980, c’era un regolatore per ogni 11.000 persone impiegate nel settore finanziario del Regno Unito. Nel 2011, avevamo un regolatore per ogni 300 persone impiegate in quello stesso settore.

Se il numero dei regolatori finanziari ed il numero dei posti di lavoro del settore finanziaro privato continueranno ad aumentare al ritmo degli ultimi 30 anni, il numero di regolatori sorpasserà il numero di finanzieri nel 2070. Tutti coloro che lavoreranno nel settore dei servizi finanziari saranno così in grado di avere il proprio regolatore personale.
Ciò che rende questa statistica ancora più sconvolgente è che i numeri non includono i ruoli di conformità nel settore privato, ruoli che sono letteralmente esplosi dopo la crisi.

Anche i requisiti normativi previsti sono aumentati a dismisura. Nel 1974 i rendimenti avevano circa 150 voci. Oggi, le banche del Regno Unito sono tenute a compilare circa 7.500 celle di dati – un aumento pari a cinquanta volte. La futura legislazione potrebbe vedere questa crescita esponenziale raggiungere circa 30-50,000 celle di dati distribuiti in oltre 60 forme diverse di regolamentazione.

Io non so come tu descriveresti questo quadro giuridico, ma di certo non può essere descritto come un sistema basato sul liberalismo del mercato.

Presso l’Institute of Economic Affairs, ho cercato di ordinare i settori della nostra economia dal più al meno regolamentato. Si tratta, ovviamente, di un’impresa inutile, in quanto richiede tutti i tipi di fattori contestabili da considerare: il numero totale di regole e leggi, quanto queste ultime risultino essere gravose per le aziende, quanti regolatori ci sono, quanto risulti essere rigorosa applicazione delle regole, eccetra…

Una volta effettuata questa inutile analisi, ho raggiunto la conclusione che i servizi finanziari sono il secondo settore più regolamentato della nostra economia. Sono rimasto davvero deluso dal risultato poiché mi aspettavo che il settore finanziario si classificasse al primo posto.

Quello che i veri liberali devono fare è riaffermare l’importanza di mercati ed individui più liberi così come lottare per uno stato meno potente ed oppressivo.

Esiste infatti una significativa relazione negativa nel rapporto tra spesa pubblica (livello di tassazione su PIL) ed il tasso di crescita del PIL pro-capite. Per ogni aumento di 1 punto percentuale di spesa pubblica in rapporto al PIL, vi è una diminuzione degli investimenti su PIL pari a 0,15 punti percentuali e una riduzione cumulativa di 0,74 punti percentuali dopo cinque anni (Alesina et al., American Economic Review, 2002). Studi dell’ OCSE ci segnalano che un taglio del rapporto tasse su PIL pari a circa 10 punti percentuali porta ad un aumento della crescita economica annuale pari allo 0,5-1,0%. In risposta alle condizioni macroeconomiche che hanno caratterizzato gli ultimi decenni del XX secolo, questi studi ci spiegano che “…circa un terzo della decelerazione nella crescita dei paesi OCSE (per tutto il periodo di 1965-1995) si spiegherebbe con un livello di tassazione più alto.

Il liberalismo economico è vitale per la nostra futura prosperità. Esso risulta, infatti, essere indispensabile. Dobbiamo quindi sforzarci il più possibile nel combattere a testa alta tutti coloro che cercano di condannare o screditare il liberalismo economico attraverso falsi ideologici.

Giovanni Caccavello

Studente laureatosi in Economia ed International Business presso la University of Strathclyde, Glasgow, Regno Unito nel Luglio 2015 che attualmente svolge un corso post-laurea in Economia dello Sviluppo presso la University of Glasgow.
Vive nel Regno Unito da oltre 5 anni, attivista del Partito Liberal-Democratico Britannico e dell’ALDE e candidato alle ultime elezioni Parlamentari Scozzesi.
Nel corso della sua breve carriera extra-universitaria nel 2012, ha svolto uno stage a Shanghai presso un’azienda cinese che collabora con business europei nel mercato dell’Import-Export; nel 2013 ha collaborato con il governo italiano per il G8 giovanile tenutosi a Londra, nel 2014 ha svolto una Summer School e ricerche presso la London School of Economics, è un membro del gruppo “European Students for Liberty”, ha svolto uno stage estivo presso l’Istituto Bruno Leoni.

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