I perbenisti e i Bava Beccaris da tastiera

Non c’è niente da fare: il popolino perde il pelo, ma non il vizio. Sono passati secoli, eppure questo mix ipocrita fatto di anatemi guerrafondai, toni stentorei e cerchiobottismo di fatto non riusciamo proprio ad abbandonarlo. Nel momento in cui scatta l’indignazione, che si parli degli scontri di Milano durante l’inaugurazione dell’Expo, o del caso dei Marò trattenuti in India, o di altri eventi violenti o situazioni di crisi, scatta un riflesso incondizionato. Il riflesso della folla pronta a scagliarsi contro il poveraccio di turno o a invocare qualche cannonata per sfogare la propria frustrazione.

Un folla che ha conservato quel ghigno da imperialisti da strapazzo, stuzzicati da un Scarfoglio o da un Corradini qualsiasi, e quel desiderio di ordine e disciplina (per gli altri) che un tempo veniva fomentato dal balcone di Palazzo Venezia. Il tutto a discapito della pratica della responsabilità, del rispetto delle regole e di principi con cui molti si riempiono regolarmente la bocca.
Scatta l’indignazione e quindi scatta il manicheismo imbecille. Un manicheismo che, se fosse il sintomo di qualcosa di più solido e profondo, come in passato, ci porterebbe dritti dritti verso una guerra contro qualche potenza nucleare, tipo l’India, o ci garantirebbe qualche danno collaterale aggiuntivo durante le manifestazioni di piazza, tipo quella di Milano.
Per fortuna, se confrontata con le vicende di qualche decennio fa, questa giostra non sembra così preoccupante. Almeno per ora, si tratta del solito webbe che si indigna, del solito turbinio di sparate sui social, alimentato da abili parolai, demagoghi professionisti e tribuni per tutte le stagioni.

Ripeto: per fortuna. Ma fino a un certo punto. Perché questo securitarismo da bar e questo perbenismo reboante, che si traducono in un lassismo imperante, non sono esenti da crimini e violenze. Si tratta di un rotear di spade (di legno) che ha comunque le sue vittime. Come i carcerati, per esempio: uomini e donne le cui condizioni di vita si trovano, da anni, al di fuori di qualsiasi standard legale, civile e umanitario. O gli immigrati: recuperati in mezzo al mare e lasciati marcire in campi di concentramento, gestiti all’italiana. Il perbenismo ipocrita sacrifica regolarmente, nell’omertà o nell’indifferenza, i diritti fondamentali di chi, per condotta o condizione, non rientra nella retorica delle decisioni irrevocabili e nella pratica del “tengo famiglia”. O anche di chi viene additato come capro espiatorio. Tipo il pirla di Milano, la cui unica colpa, fino a prova contraria, è stata quella di fare la parte, appunto, del pirla. Eppure la folla trepidante sotto il patibolo aveva bisogno di un bersaglio, e quindi, il pirla, è stato dileggiato, trasformato nella vittima sacrificale della moltitudine digitale inferocita. Una moltitudine di Bava Beccaris da tastiera e Don Abbondio da battaglia. Gente perbene.

Purtroppo si tratta di un copione che si ripeterà anche in futuro, più e più volte. D’altronde sono secoli che va avanti così e non vi è motivo di pensare che cambierà qualcosa nel prossimo futuro. Un ruolo, quantomeno simbolico, lo potrebbero svolgere quei tanti che non perdono occasione per definirsi liberali, garantisti e via elencando. Persone che, a rigor di logica, dovrebbero aborrire la violenza (politica, prima di tutto) della folla. Se non fosse che, molto spesso, una buona parte di queste persone rimanga affascinata e impigliata al furore cerchiobottista del popolino. Ma d’altronde, ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso da un minuscolo universo nel quale fioccano, da mesi a questa parte, endorsement per Putin o per il suo lacchè lombardo?

Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues. Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio e della Direzione Nazionale del partito.
Cinico visionario, critico impenitente, anche di me stesso. Immoderato per vocazione.

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