Il delirio ideologico europeo: un po’ di storia.

Gerhard SchröderDestra e sinistra. Ci sono ancora delle ideologie dietro questa dicotomia? O sono ormai divenute parole vuote e senza significato?

Da decenni, se non secoli, questa divisione esiste grazie a nette differenze ideologiche; le analizza, a mio parere in maniera più che esaustiva, Norberto Bobbio nel suo saggio “Destra e Sinistra”. Egli vede il panorama politico come dominato da due fondamentali concetti: libertà ed uguaglianza. Tramite essi distingue la destra dalla sinistra e la democrazia dalla dittatura. Secondo questo punto di vista mentre la sinistra porrà più attenzione alla parità di tutti gli individui, la destra sarà perlopiù inegualitaria. Ed i governi democratici saranno, in linea generale, liberali, mentre i regimi dittatoriali verranno contraddistinti per la loro natura del tutto illiberale.

Fino a qualche decennio fa, tutti i movimenti politici rientravano bene o male nella griglia proposta da Bobbio: semplici esempi possono essere, da un lato l’Unione Sovietica, senz’ombra di dubbio illiberale ed a vocazione egualitaria, e dall’altro gli Stati Uniti d’America − forse la nazione più attenta alla libertà individuale al mondo e, soprattutto nei periodi di governo repubblicano, meno sensibile al tema dell’uguaglianza.

E oggi? Ci sono movimenti e partiti con ideologie ancora riconducibili a questo chiaro schema? Prenderei come terreno d’analisi le quattro grandi democrazie europee: Germania, Francia, Regno Unito e, naturalmente, Italia.

La gloriosa rivoluzione.

Verso la fine degli anni ‘70 l’Europa si trovava in un periodo politicamente precario, ma ideologicamente molto stabile. In tutte le grandi nazioni occidentali si veniva da trent’anni di politica keynesiana che aveva risollevato le sorti del continente dopo la guerra: questa teoria economica − prima che ideologica − trovava terreno fertile, grazie alla sua concreta efficacia, sia a destra che a sinistra. I principali partiti, però, rimanevano stabili sulle loro posizioni conservatrici, i primi, e socialiste, i secondi. Ma già alla fine degli anni ’70 questo modello economico aveva raggiunto un punto di saturazione che pareva irreversibile.

Margaret ThatcherChi stravolse il panorama politico dell’epoca? Margaret Thatcher. Sbaragliò il partito conservatore inglese come nessuno prima di lei. In quegli anni i Tories erano uomini inglesi (principalmente nobili) profondamente protezionisti e statalisti: con la sua rivoluzione − qui prima ideologica, che economica − cambiò velocemente la maggior parte delle destre presenti in Europa. Nessun movimento conservatore poteva più fare a meno di parlare d’individualismo, libero mercato e privatizzazioni. Non sbaglia Romano Prodi quando, nella prefazione del libro “L’economia è il mezzo per cambiare l’anima”, afferma che: «In conseguenza della Reaganomics [figlia indiscutibile delle politiche economiche della Thatcher], chiunque ha avuto il coraggio di impostare un discorso equilibrato sul fisco ha perso le elezioni. Chiunque abbia il coraggio di parlare della necessità di un aumento delle imposte per equilibrare la distribuzione del reddito o per fornire anche i più elementari servizi sociali, viene sconfitto dalle urne».

Nella vicina Francia, dove il fervente socialista François Mitterrand aveva appena preso il potere, la rivoluzione thatcheriana venne vista come nemica. Le prime ripercussioni si ebbero in Germania. Dopo più di un decennio di governi socialdemocratici, il democristiano Helmut Kohl prese le redini dell’esecutivo e fu costretto a virare le sue posizioni verso il Tamigi, con le ovvie differenze del caso. Il liberismo, anche se molto edulcorato, entrò nelle politiche di governo, senza però distruggere l’assodata e solida soziale Marktwirtschaft (trad. economia sociale di mercato). La Germania non è l’Inghilterra: lo stato è un bene comune prima che un disturbo per l’individuo; il concetto di società è parte integrante della mentalità della popolazione. A Berlino non si può smantellare lo stato sociale e rivincere le elezioni − a Londra, eccome. Chi iniziò ad erodere questo dogma tedesco da decenni intoccabile ed intoccato?

La seconda (reale) rivoluzione.

Dopo aver governato sedici anni e riunificato il paese, Kohl, colto da uno scandalo di finanziamenti illeciti, perde le elezioni ed una ventata di aria fresca arriva al ReichstagGerhard Schröder. Alla fine degli anni ’90 la Germania sembrava (e lo era) stremata e dissanguata dall’annessione dell’ex repubblica democratica. Il “malanno d’Europa” aveva attraversato il Mare del Nord. Il neocancelliere socialdemocratico, c’è da riconoscerglielo, riuscì a risollevare le sorti della nazione. Ma a che prezzo? Le sorti del partito.

«Io devo fare ciò che va fatto nell’interesse del paese. Per questo sono cancelliere. Ma naturalmente curo anche gli interessi dell’SPD [Partito Socialdemocratico Tedesco] e mi dispiaccio delle sconfitte elettorali. Sono realmente convinto nel profondo che non ci sia una valida alternativa all’ammodernamento dello stato sociale. Ad ogni modo non c’è, se noi vogliamo questo. Ed io voglio questo». Così Schröder giustificava ai suoi elettori la famosa Agenda 2010: tagli al sussidio di disoccupazione, licenziamenti facilitati ed accettazione quasi obbligatoria di un lavoro per chi non lo aveva − temi da sempre cari alla sinistra. Il più antico partito socialista europeo era diventato il cosiddetto Neue Mitte (trad. nuovo centro). I sondaggi davano il movimento al 23%; la media dei consensi dal dopoguerra alle ultime elezioni federali, datate 2002, vedevano i socialdemocratici stabilmente intorno al 38%. Quell’elettorato non è, ad oggi, ancora tornato a casa. Il cancelliere fu innovativo, ma un terremoto ideologico a sinistra già c’era stato in Gran Bretagna, da sempre epicentro di scosse simili − vedi paragrafo precedente.

Tony BlairDopo il più grande periodo di governi conservatori del ventesimo secolo, era salito come segretario di transizione dei laburisti il giovane Tony Blair. Nessuno avrebbe potuto immaginare che avrebbe guidato il paese per altrettanti anni. Ottenne la leadership con il partito ed i sindacati − da sempre finanziatori dei Labour – ridotti in polvere ed ebbe l’intuizione di proseguire ciò che nei decenni precedenti aveva risvegliato il paese: la cura Thatcher. Questa sua deriva viene chiamata New Labour e, proprio perché proveniente da sinistra, fu più divisiva di quella conservatrice. Nel suo saggio “La dittatura del capitalismo”, l’economista Edward Luttwak tuona: «La Thatcher voleva davvero la privatizzazione. A Blair piacciono solo i ricchi. Egli è soltanto il più famoso tra i vari leader formalmente di sinistra che manifestano la loro sufficienza verso i poveri e gli altri perdenti, con il suo evidente desiderio di sedere a tavola con i vincenti della finanza, con il suo disprezzo verso le grandi masse di lavoratori e le loro casette, le loro brutte automobili e i loro pesanti mutui». Anche in questo caso uno dei più proletari e agguerriti movimenti socialisti vedeva il suo profilo cambiare per sempre.

Da allora, come si è evoluta la situazione? Ed al giorno d’oggi siamo tornati a vecchie ideologie o le abbiamo completamente abbandonate a favore di altro? Continua…

Giulio Tommasini

Diciannovenne. Frequento il primo anno della facoltà di Fisica dell’Università di Bologna. Scout con una grande passione per la chitarra e la politica.

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