De Bortoli esce di scena. un’analisi della sua ultima stagiona da direttore del Corriere della Sera.

Nel suo ultimo giorno da direttore, accomiatandosi dai lettori, Ferruccio De Bortoli ha scritto un editoriale appassionato e sferzante.

In poche brevi righe attacca gli attuali azionisti di Rcs “troppi e litigiosi” e, pesantemente, Renzi, definito un “maleducato di talento”, che “disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche”, auspicando addirittura che Mattarella respinga per incostituzionalità l’italicum (su quali basi non si capisce).

Rivendica i buoni risultati da lui conseguiti in una fase drammatica per il settore dell’informazione giornalistica. Il Corriere rimane – non si sa per quanto ancora, visto che Il Sole 24 Ore ne insidia il primato – il giornale più diffuso, con una redditività dell’11%.

Ma a un certo punto De Bortoli fa una considerazione degna di nota sul ruolo dei giornali: sostiene infatti che “i giornali devono essere scomodi e temuti per svolgere la loro funzione civile”. Ineccepibile. Per quanto, ripercorrendo l’ultima stagione di De Bortoli al Corriere (2009-2015), non si possa proprio asserire che il giornale in questi 7 anni abbia assolto a questa funzione.

Della direzione di De Bortoli distinguerei due fasi distinte: la prima, attraversa i governi Berlusconi, Monti, Letta, ed è caratterizzata da un orientamento politico smaccatamente filo-governativo (come da tradizione del Corriere, giornale dell’establishment); la seconda, totalmente inedita rispetto a questa tradizione, inizia con l’avvento al governo di Matteo Renzi, ed è contraddistinta da un atteggiamento piuttosto critico e senza troppi riguardi nei confronti del Presidente del Consiglio e del suo governo. Vediamole per sommi capi.

De Bortoli ridiventa direttore nel 2009 dopo che Berlusconi, tornato al governo, ha ottenuto la rimozione di Paolo Mieli, a cui non perdonò l’endorsement a favore di Prodi durante le elezioni politiche del 2006, e di Giulio Anselmi, da la Stampa. Stessa sorte era toccata proprio a De Bortoli nel 2003, durante la sua prima direzione (1997-2003) – non scevra da forti contrasti, soprattutto con D’Alema, che arrivò a querelarlo e a chiederne la rimozione dall’ordine dei giornalisti, e con gli avvocati di Berlusconi Ghedini e Longo. Lui stesso (nel libro di Travaglio e Gomez “Regime” e nel film di Sabina Guzzanti “Viva Zapatero”) avrebbe rivelato come all’origine del suo allontanamento coatto dal Corriere non furono, motivazioni private come lui addusse all’epoca, ma – ancora una volta – le pressioni di Berlusconi sui vertici di Rcs.

Durante gli anni che vanno dal 2009 al 2011, Il Corriere di De Bortoli si dimostrò decisamente più accomodante nei confronti del berlusconismo. Dominano gli editoriali simpatizzanti di Galli della Loggia, Panebianco, Ostellino, Romano, Battista ecc. Le critiche sono rare e timide (quelle più dure al leader della destra provengono da Sartori e Penati).

Alla fine del 2009 si assistette nel mondo del giornalismo a una tendenza di tutti i principali giornali ad accentuare la loro polarizzazione ideologica, schierandosi sempre più esplicitamente a favore o contro il governo, divenendo molto più aggressivi e ricorrendo a vere e proprie campagne di stampa: a sinistra, spiccano quelle de la Repubblica sui rapporti tra Berlusconi e Noemi Letizia (le 10 domande stilate da Giuseppe D’Avanzo), il caso Ruby, la legge sulle intercettazioni; a destra, quelle imbastite da il Giornale di Vittorio Feltri sulla Casa di Montecarlo e il Presidente della camera Fini e il dossier contro Boffo, che conduce alle dimissioni del direttore di Avvenire (da qui quello che verrà battezzato come il metodo Boffo). Giornali come la Stampa e il Corriere rimango spiazzati da un clima politico di contrapposizione politica così esacerbato, avendo entrambi lettori politicamente più eterogenei rispetto ai giornali concorrenti ed essendo meno propensi ad assumere un ruolo diretto nella lotta politica. Il Corsera guarda con diffidenza ad ogni tentativo di destabilizzare il governo in carica (viene giudicata puramente avventuriera l’operazione di Gianfranco Fini che punta col voto di sfiducia a destituire Berlusconi da capo dell’esecutivo).

Nei confronti del successivo governo presieduto da Mario Monti (in precedenza editorialista di punta del Corriere), il sostegno acritico del giornale si fa marcato (anche se poi guarderanno con freddezza alla scelta velleitaria di Monti di fondare un partito per candidarsi alle elezioni politiche).

De Bortoli riconoscerà successivamente che l’eccessivo appiattimento al governo Monti fu un errore.

Le elezioni politiche del 2013 producono un sostanziale pareggio tra le tre diverse minoranze partitiche e un quadro politico molto frammentato: Al senato la maggioranza è della coalizione del centrodestra, alla camera, in virtù del premio di maggioranza, di quella di centrosinistra.

Il giornale in quei giorni manifesta apertamente simpatie per il movimento 5 stelle, fino a blandirli e scommettendo su un governo Bersani sostenuto dai deputati grillini (Galli Della Loggia in uno strampalato editoriale dichiara – ma la cosa è francamente di dubbia veridicità – di averli votati). Le cose però vanno diversamente vista l’indisponibilità del Movimento 5 stelle a qualsiasi accordo di governo. Si arriva così alla rielezione di Napolitano  – salutata dal giornale con toni entusiasti – e alla nascita di un governo di coalizione guidato da Letta.

Il Corriere, nonostante le aperture iniziali, finirà poi per criticarne, anche se tutto sommato blandamente, l’eccessiva flemma e inconcludenza.

Il brusco cambio di atteggiamento si verifica come detto col governo Renzi.

Se durante le primarie del 2012 il Corriere si mostrava molto favorevole al sindaco fiorentino e al suo progetto politico, al contrario di Repubblica, che lo osteggiava aspramente appoggiando esplicitamente Bersani, i ruoli si invertono quando Renzi ascende alla carica di presidente del consiglio: con Repubblica che è schierata con lui e il Corriere che invece lo avversa e lo critica spesso.

Il durissimo editoriale di De Bortoli sullo “stantio odore di massoneria” segna la svolta. De Bortoli viene a conoscenza dei tentativi frequenti di Renzi di farlo mandare via dalla direzione perché insofferente alle critiche profuse dal Corriere e reagisce così.

In questi 7 anni il Corriere diretto da De Bortoli è stato anche il giornale in cui una retroscenista del partito democratico, Maria Teresa Meli (secondo molti la prossima direttrice renziana de l’Unità, lunedì si saprà, o del Tg3), ha potuto scrivere indisturbata pezzi tendenziosi o falsi, divenendo in seguito celebre per i suoi imbarazzanti e sdilinquevoli articoli, delle vere e proprie agiografie, su Renzi e la cerchia ristretta di cui il presidente del Consiglio si contorna; così come Francesco Verderami, il giornalista più legato ad Alfano, seguita ad ogni occasione a dare risalto alle gesta del ministro dell’interno e del suo residuale partito.

È stato il giornale in cui, oltre a grandi scrittori – su tutti, Claudio Magris, Pietro Citati, Alessandro Piperno –  hanno avuto ampio spazio anche personaggi come Adriano Celentano (con le sue sgrammaticate e sconclusionate articolesse) o Fabio Volo (nell’inserto domenicale); così come sono state pubblicate, invece di finire direttamente nel cestino, le più inutili e insignificanti lettere di politici di scarsissimo spessore (ma davvero a qualche lettore sano di mente possono interessare le pensose riflessioni di Fassina, Bondi, Gelmini, Fitto, Vendola?); è stato il giornale in cui venivano diffuse, con cadenza annuale e per intere settimane, le anticipazioni dei libri natalizi di Bruno Vespa o quelle del libro di Alan Friedman, spacciate per scoop clamorosi quando in realtà si trattava di notizie trite e ritrite, note a chiunque leggesse i giornali o seguisse l’evolversi della situazione politica.

Anche se poi De Bortoli, specie nell’ultimo periodo, ha apportato grossi miglioramenti al Corriere, avviando anche una revisione grafica notevole, ampliando e svecchiando la platea di editorialisti, contribuendo così a modernizzare il primo giornale italiano. Questo gli va riconosciuto.

Chissà quale sarebbe stato il suo destino se nel 1986 avesse accettato una ricca proposta di Scalfari per portarlo a Repubblica.

Agli amici confida che non tornerà più a dirigere un quotidiano (d’altronde per un anno non potrà scrivere o dirigere, come da accordi con l’azienda).

In molti lo vedono come il prossimo sindaco di Milano (nel 2006 rinunciò a candidarsi con il pd). Oppure come l’ipotetico candidato che possa risollevare le sorti del centrodestra a livello nazionale e contendere a Renzi il governo del paese. Scenari improbabili.

De Bortoli è infatti  tutt’altro che un politico; è invece un giornalista moderato, un democristiano nel vero senso del termine, anche se si dice che in passato militasse a sinistra. Elegante nei modi come nella scrittura, cortese e affabile, un vero galantuomo.

Al suo successore, Luciano Fontana – 11 anni a l’Unita, dal 1997 al Corriere della Sera di cui era condirettore con De Bortoli – spetta un’eredità quanto mai difficile. Iniziando dai 20 milioni di tagli che dovrà operare al Corriere, così come richiesto dall’azienda.

È persona preparata e meticolosa, sicuramente una scelta in continuità con la direzione di De Bortoli. Vedremo quali saranno i risultati.

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata