Cancro generazionale

La lettura di un documento con i “numeri” dei così denominati “foreign fighters” stranieri che si arruolano nello Stato Islamico induce ad alcune riflessioni sulle cause profonde di un fenomeno dei giorni nostri, recente, esteso, con una propagazione rapida ed effetti devastanti, ma che forse non si sono ancora manifestati in tutto il loro potenziale distruttivo.

Secondo questo documento i combattenti provengono da nazioni piccole e grandi di tutto il mondo, non solo dall’Europa ma anche da Australia, Canada, Nuova Zelanda, Cina, Cile, perfino Maldive e Trinidad e Tobago… Non si tratta solo di giovani immigrati arabi o musulmani di seconda o terza generazione, perché in aumento sono anche i convertiti all’Islam o giovani attratti da una visione rivoluzionaria della propria missione, dalla ricerca di una identità forte, totalizzante, per cui vivere, combattere, morire.

L’Europa conta 440 combattenti solo dal Belgio. Seguono la Francia, con 1.200 combattenti, la Gran Bretagna con 600 sicuri, ma forse sino a 2000, 30 dall’Irlanda, forse 500..600 dalla Germania, 250..300 dalla Svezia, 200..250 dall’Olanda, 100-150 dalla Danimarca, 50..70 dalla Finlandia, 50..100 dalla Spagna, 80 dall’Italia, 150 dall’Austria, 40 dalla Svizzera, 90 dall’Albania, 70 dalla Serbia, 340 dalla Bosnia Erzegovina e 150 dal Kosovo. Il loro numero nel mondo è aumentato del 71% tra la metà del 2014 e marzo 2015. Oltre ai 25mila combattenti in Siria e Iraq, altri 6.500, in Afghanistan. In “centinaia” tra “Yemen, Libia, Pakistan e Somalia”. Altri ancora, nella fascia sub shariana del “Sahel, in Australia e nelle Filippine”.

La diffusione virale del fenomeno su scala globale è stata favorita dall’uso di Internet e dimostra che, quando un progetto è suscettibile di avere presa su una fascia di persone, ci riesce, ed anche rapidamente.

Si tratta sempre di giovani di età compresa tra 15 e 30 anni: che cosa hanno in comune i giovani combattenti che mettono a repentaglio la loro vita per questo progetto di morte? Certamente la fede islamica, in una sua interpretazione radicalizzata che vede gli “infedeli” come nemici da distruggere. Ma non basta, perché soprattutto in Iraq, Siria e Yemen nel mirino degli assassini dell’IS ci sono altri musulmani: gli sciiti.

L’altra cosa in comune, di tutta evidenza, è la fascia d’età, una generazione di giovani provenienti in prevalenza dalle fasce di immigrazione mediorientale che sono approdate nei paesi occidentali molto tempo fa, evidentemente senza radicarsi autenticamente, oppure radicando quanto basta i genitori ma non i figli, che dimostrano di sentirsi estranei al mondo in cui vivono, tanto da decidere di combatterlo sino alla morte.

In questo processo folle di distruzione e morte si è innestato il conflitto storico tra sunniti e sciiti, entrambi musulmani, ma appartenenti a “correnti” islamiche diverse, conflittuali tra loro, analogamente agli irlandesi cattolici e protestanti dell’Irlanda del Nord, dove il conflitto religioso mascherava un conflitto che era prima ancora sociale e forse anche nazionalistico.

Il fenomeno scoppia in Siria, come trasformazione della ribellione al dittatore Assad, quindi si radica in Iraq, un paese dal tessuto sociale disgregato e popolato da etnie diverse (curdi) oltre che da popolazioni da sempre ostili tra loro (sunniti e sciiti) che si alternano nel dominio degli uni sugli altri.

La mia percezione è che tutto questo rappresenti un fenomeno generazionale (riguarda i più giovani) di ribellione allo status quo di un mondo che non possono comprendere, sia nella sua versione islamista che in quella occidentale, perché in entrambe riconoscono i limiti imposti alla loro percezione di futuro da società sclerotizzate, tanto nell’ambito del mondo sviluppato, di matrice occidentale, come di quello islamico, comunque asservito a modelli occidentali, non tanto sul piano culturale quanto su quello degli strumenti di vita, del potere, del denaro, dell’avere materiale.

Mentre i giovani europei di origini cristiane sono per ora privi di uno sbocco ideologico alle frustrazioni indotte dai limiti del nostro sviluppo sui viari piani dell’esistenza, quelli di origini musulmane trovano nel credo islamico, mai integrato nel modello occidentale, un potenziale rivoluzionario che non è alla portata dei cristiani, sebbene persino dei cristiani oggi si convertano all’Islam ed allo Stato Islamico, in un processo di trasmigrazione dal contesto religioso monoteista d’origine ad un contesto sempre monoteista e di stretta derivazione storica cristiana quale è l’Islam, che però, contrariamente al Cristianesimo, offre ai giovani uno sbocco belligerante, che il Cristianesimo impedisce.

La spada di Maometto rappresenta perciò lo strumento per tentare di attuare una rivoluzione che è connaturata all’essere giovani, che da sfogo alle necessità di violenza incondizionata che sono costruite nel DNA umano, condizionate dalla ragione, dalla cultura, dalle costrizioni sociali, ma pur sempre innate e prepotenti in buona misura nella popolazione giovanile, da sempre, in ogni epoca.

Il fenomeno è per ora limitato ai giovani di cultura islamica, ma potrebbe propagarsi anche al mondo giovanile cristiano, che vive analoghe contraddizioni, nel conflitto tra uno status di individui ricchi di energia e di potenziale creativo inespresso ed una condizione sociale di crescente difficoltà occupazionale, di ristrettezza di risorse economiche proprie, abituata all’uso di strumenti e risorse altrui, percepite come inevitabili, inalienabili, ma forse estranee, perché subite, non costruite, da un mondo che non lascia più spazio ad alcuna fantasia. Quando i giovani non hanno più nulla da sognare, la distruzione del mondo che li ha generati è la sola soluzione concepibile.

Le forme in cui questo potenziale esplosivo potrà esprimersi non sono ancora evidenti : potrebbe esprimersi come reazione conflittuale alla provocazione dello Stato Islamico, quindi come conflitto religioso generazionale, in risposta alle stragi dei cristiani nel mondo, oppure in altre forme che non è ancora dato di immaginare. La pigrizia giovanile, l’apparente assuefazione, la rassegnazione allo stato delle cose in una condizione di sopravvivenza protetta garantita dall’ambiente familiare non deve ingannare. Anche i giovani combattenti musulmani provengono spesso da condizioni sociali protette, eppure gettano i cuore oltre le trincee, esponendolo alle pallottole.

La morte non appare un deterrente, perché questi giovani sono stati educati in un mondo virtuale che rappresenta ogni giorno la violenza, a partire dai videogiochi infantili, togliendo alla percezione della realtà la sua valenza discriminatoria, per cui vita reale e gioco si mescolano indissolubilmente in una condizione di vita esaltante, che libera la potenza distruttiva al posto di quella creativa, e sospinge i giovani verso la catarsi di una realizzazione nella morte anziché nella vita.

C’è chi sostiene che il fenomeno sia comunque marginale, nella misura in cui anche 25mila uomini sono pur sempre una percentuale irrisoria della popolazione giovanile mondiale, anche rapportando i numeri per ogni paese. Io credo che questa sia una sottovalutazione del fenomeno perché il suo potenziale distruttivo, tenuto conto della modalità di espressione, l’azione terroristica, è ben più elevato, con un effetto moltiplicativo difficile da valutare ma certamente a più zeri. Infatti un gruppetto di pochissimi terroristi può produrre danni ingenti sia materiali che di vite umane, usando comuni esplosivi e forse anche, in futuro, armi più sofisticate. La viralità della sua diffusione inoltre lascia intravvedere un potenziale di crescita inarrestabile, e la frammentazione e diffusione capillare nei territori rende difficile qualsiasi strategia di lotta e contenimento, non avendo di fronte un nemico visibile e compatto.

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