Crisi greca, non europea – Parte I

Ultimamente i tassi di credito dei paesi europei, fra cui anche quelli di Spagna, Portogallo e Irlanda, hanno raggiunto numeri molto bassi, perfino sotto i loro minimi storici. Sempre di più la crisi finanziaria e le paure sembrano superate, e possiamo sperare in una nuova era di crescita europea. C’è solo un Paese nell’UE che continua ininterrottamente a trovarsi in grandissima e crescente difficoltà, senza dare segnali di miglioramento, rimanendo nell’impossibilità di far ricorso ai propri bisogni senza aiuto esterno, e rischiando la bancarotta disordinata: la Grecia.

I governi e le opposizioni greci, coadiuvati da commentatori internazionali, continuano ormai da cinque anni a ripetere che la crisi non è soltanto greca, ma europeaQuesto non è vero. La gravissima crisi greca è di natura assolutamente peculiare e distinta dai problemi affrontati dall’UE nel suo complesso, poiché contrariamente a quanto vale per altri paesi europei, essa non consiste in una versione locale della crisi finanziaria internazionale scoppiata negli USA nel 2008, bensì rispecchia la realtà di un’economia improduttiva e priva di crescita reale da decenni. Nel caso della Grecia la crisi internazionale ha soltanto tolto il paravento che copriva la condizione vera dell’economia di un paese già in crisi profonda. Infatti, se per gli altri la deregulation dei mercati ha rappresentato la causa della crisi, per la Grecia ne è stato il fattore che le ha permesso di nascondere a lungo la sua situazione problematica e perfino apparire fiorente.    

E’ opportuno comparare le prestazioni dell’economia greca con quelle delle economie spagnola, irlandese e portoghese, non solo perché si tratta dei membri dell’UE che hanno affrontato più difficoltà, ma anche perché si tratta dei quattro storici cohesion countries, ossia i paesi che la Comunità da molti anni sostiene e aiuta con continui trasferimenti gratuiti di risorse (fondi coesione), prendendo atto che il loro livello di crescita industriale era molto basso rispetto a quello dei paesi più efficienti, e rendeva impossibile per le loro imprese competere senza barriere protettive nel mercato unico. Bisogna dunque esaminare comparativamente queste economie, per capire perché esse hanno risposto in modo completamente diverso alla crisi, mentre sembrava che affrontassero problemi simili, essendo partite da posizioni e presupposti più o meno uguali.

Cominciamo prendendo in considerazione dati per gli anni a partire dal 1981, anno dell’entrata della Grecia nella Comunità europea, e fino al 2007, un anno prima rispetto al fallimento di Lehman Brothers, affinché l’analisi e le conclusioni siano totalmente indipendenti dagli effetti della crisi internazionale, e così venga giudicata l’evoluzione oggettiva di ognuna delle quattro economie.

L’aumento percentuale del Pil greco tra 1981-2007 è stato pari a 81,7%, quando quelli di Spagna, Irlanda e Portogallo sono stati, per lo stesso periodo, rispettivamente pari a 116,4%, 288,6% e 104,2%. Ancora più indicativa è la comparazione delle esportazioni dei quattro paesi, dato che meglio di qualsiasi altro presenta la loro produttività e competitività, quindi la vera potenza delle loro economie. Le esportazioni di beni e servizi tra 1981-2007 hanno conosciuto per ognuno dei quattro paesi i seguenti aumenti percentuali: Grecia 187,2%, Spagna 428,2%, Irlanda 1247,3%, Portogallo 601,4%. L’impressione viene poi decisamente rafforzata se si tiene conto esclusivamente dell’aumento delle esportazioni di beni, vale a dire alla dinamica e capacità produttiva e industriale di ogni paese: Grecia 88,2%, Spagna 559,9%, Irlanda 918,8%, Portogallo 726,1%. La differenza abissale fra la potenza produttiva sviluppata dalla Grecia e gli altri tre paesi nei decenni precedenti spiega come economie le quali apparivano, guardando strettamente al benessere, avanzate più o meno allo stesso grado, hanno affrontato in modo così radicalmente diverso la crisi. Comparando poi l’ammontare delle esportazioni greche con quelle irlandesi e portoghesi, paesi con un numero di abitanti inferiore rispetto alla Grecia, vediamo che nel 1981 esso è superiore a quello di entrambi, per finire nel 1988 terzo, e continuare a crescere sempre meno per tutto il periodo fino al 2007, quando il suo distacco dagli altri due è ormai grandissimo.

Questi dati ci aiutano a capire il punto fondamentale, e cioè che negli altri tre paesi, seppure squilibrata e minore di quella apparente da un certo momento in poi, la crescita c’è veramente stata, mentre nel caso della Grecia non c’è stata sostanziale crescita produttiva ma soltanto un aumento artificiale del consumo. Per gli altri tre paesi che hanno affrontato più difficoltà negli ultimi anni il problema consisteva in un eccessivo indebitamento privato permesso dalla deregulation dei mercati di credito. Il risultato fu una crescita «dopata», la quale, una volta esplosa la bolla, si dimostrò essere parzialmente illusoria. Nel caso della Grecia invece quello che accadde fu un aumento dei consumi basato sui finanziamenti che fluivano dall’estero, effettuato tramite distribuzione di risorse per via del meccanismo statale e in assenza di un potenziamento delle capacità e prestazioni produttive del Paese.

Aggiungendo che in Grecia nel 1980 la produzione interna soddisfaceva l’80% del consumo, mentre nel 2008 solo il 35% (Banca di Grecia), non deve soprendere il fatto che il debito pubblico greco, partendo dal 22,5% del Pil nel 1981 ne aveva superato il 100% all’inizio degli anni 2000, e ha continuato ad aumentare, quando invece quelli di Spagna, Irlanda e Portogallo sono rimasti bassi e in più sono diminuiti durante lo stesso periodo; nel 2007 il debito pubblico spagnolo era pari al 35,5% del Pil, quello irlandese al 24% e quello portoghese al 68,4%.

E se la comparazione dei dati relativi alla Grecia e gli altri tre cohesion countries impressiona, ancora più stupefacente è la comparazione con i tre paesi più grandi e avanzati dell’Eurozona: tra 1981 e 2007 le esportazioni di beni e servizi della Germania sono aumentate di 270,3% (tenendo conto dei dati relativi alla Germania Ovest per il 1981), quelli della Francia di 232,3% e quelli dell’Italia di 201,3%. Per quanto riguarda le esportazioni esclusivamente di beni i tassi sono: Germania 281,1%, Francia 264,3%, Italia 240,1%. Risulta un dato veramente incredibile, e cioè che tutte e tre le economie piu grandi dell’Eurozona, aventi in numeri assoluti esportazioni decine di volte maggiori della Grecia, hanno avuto anche tassi percentuali molto piu alti di quest’ultima fra 1981 e 2007.

I suddetti numeri e percentuali provengono da mie elaborazioni su dati di AMECO (Commissione Europea), sviluppate inizialmente per un breve paper scritto per un corso universitario, e che ho presentato il 15 novembre 2011 presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna. La mia conclusione allora era che la natura della crisi greca fosse tale che renderebbe futile qualsiasi programma di riforma e risanamento dell’economia greca proveniente dall’UE e il FMI, mentre, contrariamente a quanto si diceva, una bancarotta del Paese non avrebbe minacciato seriamente la stabilità europea; dunque la scelta migliore per l’Eurozona sarebbe di liberarsi dalla presenza della Grecia. Tre anni e mezzo dopo ritengo che questa opinione è convalidata, siccome ormai diventa chiaro che il prolungamento del sostegno verso una Grecia che non vuole salvarsi sia più dannoso rispetto a un eventuale scossa temporanea senza effetti gravi che la bancarotta e l’uscita del paese dalla moneta unica potrebbero provocare al resto dell’Europa.

 

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l'Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

1 risposta

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata