La forca ai tempi di Travaglio

Odi et Odi

Un giornalista coi capelli bianchi diceva che l’opinionista non è colui che dice la propria opinione ma colui che fa opinione. E da anni in Italia quando si parla di giustizia nessuna firma riesce a “fare opinione” come quella di Marco Travaglio. Il “travaglismo” è una sorta di costante dimostrazione per assurdo della bontà delle tesi garantiste, un movimento che ha preceduto e nutrito il grillismo politico, finendo oggi nella stessa rumorosa irrilevanza. È stato il principale fenomeno del giornalismo anni duemila, direi successivamente a Vittorio Feltri, che col suo Indipendente fu un crash nell’editoria anni ’90. Ma Travaglio è stato qualcosa di più: la prima, vera e unica rockstar del giornalismo in Italia, un divo adorato dalle masse di un amore fideistico, come nessun altro mai.

Non credo ci sarà un altro come lui, nella stessa misura in cui non credo ci sarà un nuovo Berlusconi; ed era inevitabile che ne avrebbe subito in parte il declino. La sua immagine è indubbiamente cambiata (in peggio): da più importante alfiere dell’antiberlusconismo a direttore del quotidiano grillino. Non è un caso che “il Fatto” abbia perso quasi la metà dei suoi lettori in pochi anni e si tenga a cifre inferiori anche rispetto a Libero. Nei suoi anni migliori è stato abile nel cavalcare (anche dopo la sua sbornia grillina) la sinistra moralista che nel frattempo ha sottovalutato lo sfascismo del M5S, fino alla porta sbattuta in faccia a Bersani. Quella sinistra che ha visto nella rabbia grilloide un’arma tagliente contro Berlusconi ma che è comodamente rimasta seduta dalla parte della ragione, come sempre, anche dopo la fine del berlusconismo. E a primeggiare, piaccia o no, nel mondo intellettuale italiano sarà sempre la sinistra perbenista, che probabilmente tiene ancora qualche vecchio libro di Travaglio in salotto ma che oggi non può che vederlo come un nemico. Dalle manifestazioni del Popolo Viola, tutti assieme rabbiosamente, al quotidiano circo fra democratici e pentastellati che vediamo oggigiorno in Parlamento; dal Travaglio firma di punta de “L’Unità” al direttore del quotidiano più  antirenziano.

Travaglio da anni ormai siede dalla parte del torto, quella dei cattivi del giornalismo italiano. È un pasdar dei suoi estremismi, basta a se stesso: la sua unica alleanza incrollabile, negli anni, è stata quella col suo pubblico, sempre più caratterizzato e fondamentalista, sempre più indigeribile rispetto a tutti gli altri. Persino l’alleato principale, Michele Santoro, lo ha in qualche modo abbandonato ad un ruolo diverso. Anche qui l’alleanza con un totem della sinistra moralista, cementificata dall’antiberlusconismo, anche qui le forti divergenze rispetto all’ayatollah genovese, fu comico.

1TravaglioNon è andata sempre così. Il fenomeno Travaglio scoppia durante una famosa puntata di Satyricon, programma condotto da un altro comico politicamente schierato, Daniele Luttazzi. Era il 14 Marzo 2001, in piena campagna elettorale, e l’ospite fu invitato per presentare il suo libro-rivelazione “L’odore dei soldi” scritto con Elio Veltri. Ventisei minuti di monologo spalleggiato in cui l’astro nascente riassunse tutte le carte più o meno siciliane che avevano accusato Berlusconi e Dell’Utri di ogni cosa: si partiva dai capitali originari della Fininvest, adombrati come mafiosi, e si giungeva a una nebulosa in cui la nascita di Forza Italia veniva chiaramente messa nell’orbita delle bombe del 1992. Materiale derivante per lo più dalle dichiarazioni di loquaci pentiti, finito in nulla. La Procura di Caltanissetta fece richiesta di archiviazione per l’accusa di essere “mandanti esterni” della strage di Capaci un mese prima della trasmissione. La Procura di Firenze archivierà la posizione di B e Dell’Utri per accuse analoghe. I sospetti riguardanti la dubbia origine dei capitali Fininvest, riportati in alcuni documenti redatti dall’ispettore della Banca d’Italia Francesco Giuffrida, sono stati poi smentiti dal medesimo in sede giudiziaria.

Luttazzi chiosò dicendo che era una fortuna ci fossero ancora persone come Travaglio “in quest’Italia di merda”. Ora, lungi da noi qualsiasi apologia di Editto bulgaro, ma, ecco, forse non fu fatto del servizio pubblico (Rai 2) un utilizzo propriamente adeguato nel pieno di una campagna elettorale. In un programma di satira, per giunta. Nacquero polemiche furibonde. lo ricorderete, e dove non arriva la memoria può facilmente aiutare l’immaginazione. Il fenomeno ormai era partito: Travaglio cominciò con una presentazione quasi timida (“sono un liberale montanelliano, di destra”) e ne uscì da uomo del momento. Chi odiava Berlusconi (ed erano, e sono in tanti) trovò in lui la figura dell’antiberlusconiano perfetto: il liberale di destra che per coerenza e dignità si “parcheggiava” (come lui stesso amava dire) a sinistra. Prova ultima che chi a destra stava col Cavaliere poteva essere solo servile o disinformato. Di sicuro disonesto, spesso non solo intellettualmente.

Effettivamente di destra lo fu davvero Travaglio. Liberale no, per cortesia, almeno non quanto Giovanardi. Giustizialista da tempi non sospetti, collaboratore del forcaiolissimo Indipendente, del fascista Borghese, della Padania con lo pseudonimo di Calandrino, mosse i primi passi in quell’area culturale di destra giacobina che coi liberali aveva in comune solo l’anticomunismo. Curioso poi come in una trasmissione di Mentana sia arrossito mentendo per due volte davanti a Renzi asserendo di non aver “mai scritto sulla Padania”: una menzogna sfacciata. Strano, non è da lui.

Uno degli aspetti più indigeribili della sua carriera (almeno da parte di un liberale sincero) è stato l’utilizzo che ha fatto della figura di Montanelli. Di fatto si è autonominato suo erede, avendo anche stavolta solo una cosa in comune con Indro: l’antiberlusconismo. È direttore di un giornale che nell’editoriale di debutto (firmato Padellaro) disse “staremo solo dalla parte della Costituzione“. E molti ricorderanno che opinione aveva Montanelli della nostra carta costituzionale. Molti ricorderanno le opinioni di Indro sulla magistratura, in particolare quella malata di protagonismo, amante dei riflettori, quella politicizzata. Alle ultime elezioni il suo ex collaboratore ha votato Ingroia. Montanelliani per Ingroia, roba che i simpaticissimi “Marxisti per Tabacci” avranno pensato di chiudere la loro pagina Facebook.

2travaglioGià, Ingroia. Uno dei tanti personaggi imbarazzanti spalleggiati apertamente dal giornalista torinese, che nel frattempo ha passato anni a fare l’avvocato delle procure. Disonestamente puntiglioso come un Capezzone, incrollabilmente fedele come una Yoko Ono. Un rapporto intimo quello coi magistrati, tanto da essere stato immortalato mentre prende il sole fianco a fianco con Ingroia, sotto lo stesso ombrellone. Pensare che Travaglio è lo stesso capace di citare Indro, quando diceva (metaforicamente) che un giornalista non dovrebbe andare neanche a pranzo col politico, col banchiere, col magistrato. In effetti Indro parlava di ristoranti, forse il picnic in spiaggia si può fare.

Prima di Ingroia fu Di Pietro, altro amico da aiutare quando occorreva. Con Tonino è finita, ma con affetto, quando è finita la carriera del molisano, quando ormai negare l’evidenza era divenuto impossibile. La Gabanelli tirò fuori alcune cosucce che altri giornalisti (in particolare, va citato, Filippo Facci) avevano scritto e documentato anni prima. Ma ormai abbiamo capito che i giustizialisti non brillano per coerenza, e il suo antiberlusconismo manettaro mise Tonino nelle grazie della stampa politicamente vicina per molti anni. Travaglio per difendere il suo amico non si è certo limitato ai silenzi. Fu quasi imbarazzante quando alla fine del 2008 scoppiò il caso Cristiano Di Pietro, messo a fare il consigliere in Molise dal padre. Indagini giudiziarie, rapporti scandalosi con tale Mautone: arrivarono le dimissioni da capogruppo dell’Italia dei Valori. Subito dopo anche il commento dell’implacabile Travaglio, il 30 Dicembre, sull’Unità: “È giunta notizia delle dimissioni di Di Pietro junior, un gesto di grande dignità“. Come no: si era dimesso dall’Italia dei Valori, passando al gruppo Misto; si tenne poltrona e stipendio. Nel frattempo era anche consigliere comunale a Montenero di Bisaccia, ma Marco forse non lo sapeva. Il 15 gennaio 2009 lo stesso Robespierre solitamente assetato di giustizia fu intervistato sulla stessa vicenda: Cristiano non avrebbe dovuto dimettersi? “Non c’è niente di penalmente rilevante”. Macchè, era solo indagato per corruzione e abuso d’ufficio e turbativa d’asta. Anche Tonino fu interrogato per tre ore a Napoli. Una settimana dopo, il 22 gennaio, altro soccorso, ad Annozero: “È bastato che Di Pietro toccasse il 15% in Abruzzo e collezionasse un milione di firme contro la legge Alfano perché il Giornale scatenasse una campagna forsennata”. Il complotto, le campagne diffamatorie, l’invidia e l’odio. Mancavano solo le toghe rosse. Anche perché anche in questo caso le intercettazioni imbarazzanti fioccavano: ma Marco non è certo uno che guarda quella robaccia giudiziaria. Non con gli amici.

Il 23 Marzo 2009 una data fondamentale per la sua carriera. Prima uscita del Fatto quotidiano, di cui fu fondatore e vicedirettore unico. Sarebbe meglio dire semplicemente “Star“. Una gran bella invenzione editoriale, l’unica di successo negli ultimi anni. Sprezzante, moralista, leggero (Padellaro immaginava inizialmente una foliazione sulle 12 pagine e un bilancio in pareggio a ottomila copie vendute), soprattutto antiberlusconiano. Ma in fondo anticasta, forcaiolo: in una parola sola grillino, anche prima dei 5 stelle. Travaglio spadroneggiava nei suoi editoriali quotidiani; nel frattempo aveva cambiato stile. Non più la colta corrosività dell’Unità, non più la vicinanza a sinistra di Repubblica. Non che prima mancassero le critiche alla sinistra, basti ricordare la rubrica “Uliwood party“, sempre velenosa. Ma era comunque chiaro si rivolgesse a una sinistra più colta. Anzi, rispetto a oggi diremmo proprio “a una sinistra”. Dal 2009 ha un nuovo stile sempre più vicino alla satira, spesso sui difetti fisici. Proprio lui che non avrebbe il fisico da play boy (un giornalista scrisse una volta “fisico da verme solitario”). Minzolini “Minzolingua”, Ferrara “Platinette barbuto”, Galli della Loggia “Polli del Balcone”, Belpietro “Via col mento” e poi ancora “Umilio Fido”, “Al Tappone”, “Cainano”… E’ stato il primo e ancora oggi è il principale protagonista del giornalismo da fight club. In qualche modo ha cambiato lo stile della carta stampata, se in meglio o in peggio starà al lettore giudicare.

Da direttore, oggi, il suo Fatto vende 50mila copie al giorno. Ha passato momenti di difficoltà, come tutti, ma ne è uscito bene. Non ha più avuto un ruolo così privilegiato come la presenza fissa su Rai 2, non ha più avuto un berlusconismo su cui fare vendite facilissime e godersi il posto dalla parte dei buoni. Il tavolo è drammaticamente cambiato: dalla parte della ragione c’è il capo del Governo. Fortuna che i posti dall’altra parte non sono occupati quasi da nessuno, o comunque da nessuno che abbia il suo seguito nel giornalismo. Nessuno che abbia il suo talento.

Nel frattempo di tutto e di più: le mille lite, i mille insulti, la poltrona pulita da Silvio. Una generazione di aspiranti giornalisti che sogna di fare il suo stesso lavoro. Replicanti che ce l’hanno fatta come Andrea Scanzi. I DVD, gli spettacoli teatrali, i gadget, le sezioni a lui dedicate sugli scaffali delle librerie. La vicinanza politica e umana a Beppe Grillo, che tanti fan gli ha consolidato e che tanti lettori gli ha fatto perdere. Il litigio con Santoro e la prossima fine del loro sodalizio. Colleghi che hanno dedicato a lui centinaia di articoli: Filippo Facci su Libero, Francesco Costa col suo “Debunking Travaglio“, Enrico Tagliaferro sul suo blog.  Non solo un Savonarola, anche un fenomeno.

Un giornalista moralista e mascalzone. A confermare quel teorema di Indro.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

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