Lunga vita ai Radicali

Su questo sito, almeno per quanto io ricordi, non sono mai stati scritti apprezzamenti palesi per qualche partito o esponente politico in particolare. Ma oggi voglio rompere questa abitudine, assumendomene la responsabilità. E voglio farlo esplicitamente esclamando: viva i Radicali!
Non sono iscritto né al partito, né ad una associazione della cosiddetta “galassia radicale”. Li avrò votati una, due volte, forse, tra elezioni amministrative e regionali. Ma i Radicali rappresentano, a mio parere, il meglio della politica italiana di oggi.

Unico gruppo politico italiano fieramente liberale e laico – e anche liberista, progressista, socialista, ma si tratta per lo più di pannellate – i Radicali hanno quasi sempre rappresentato la Politica. Quella che piace a me.
Quella che non si vergogna di definirsi tale (come una Taverna qualsiasi che di fronte alla folla inferocita delle periferie di Roma rispondeva “Aho! Io non so ‘na politica!”). Alteri rispetto al sistema, non si sono però mai vergognati di arrivare ad accordi anche impopolari, ma alla luce del sole, per perseguire le loro battaglie. Battaglie di principio, ma pregne di conseguenze politiche. Garantisti a tempo pieno, non a chiamata. Legalitari, ma non manettari. Da sempre attenti prima al rispetto della legalità da parte dello Stato, per quanto questa legalità non piaccia loro più di tanto. Sono persone che svolgono i loro incarichi politici professionalmente e a volte da professionisti della politica. Tipo Emma Bonino, un gigante in un’epoca di nani, che la tremenda malattia ha reso ancor più grande. Persone coerenti, ma con i propri ideali e perciò non per forza con lo schieramento. Leali e disciplinati con gli alleati, ma autonomi. Senza peli sulla lingua, ma mai sguaiati – a parte, e stiamo a due, le solite pannellate.

Vengono quasi sempre ricordati per le loro grandi vittorie, aborto e divorzio in primis. Ed è anche un loro vizio: spesso si perdono nella nostalgia. Ma questo non è un requiem. Io penso che tutt’oggi, più singolarmente che in termini di partito, possano vantarsi di qualche vittoria e di aver guadagnato meriti importanti. I Radicali, che siano in questo o quel partito, hanno spesso dimostrato come essi siano dentro, ma fuori dal Palazzo. Ieri, Roberto Giachetti, con il suo discorso alla Direzione Nazionale del Pd, lo ha dimostrato, ridicolizzando Fassina e dintorni, ma senza fare sconti al segretario dei democratici e alla maggioranza del partito. Riccardo Magi, presidente di Radicali Italiani, lo dimostra da quando è stato eletto al comune di Roma con una lista civica per Marino, essendo stato il primo – e per molti mesi l’unico – consigliere di Roma ad aver preso di mira le acque torbide che hanno dato vita poi all’inchiesta Mafia Capitale. Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo lo hanno dimostrato scoperchiando lo scandalo dei Fiorito e soci, durante la giunta di Renata Polverini, ex-governatrice della regione Lazio. E di esempi di questo tipo, anche meno noti, se ne potrebbero fare a bizzeffe.

Sia chiaro: questo non è un requiem, ma neanche un peana. Errori politici ne sono stati commessi, non pochi. Non di rado la coerenza è stata confusa con la posizione di Marco Pannella, un altro gigante, anche se più controverso rispetto alla Bonino. Spesso l’intransigenza, o il radicalismo, di certe battaglie, giocate su più fronti, ha dato l’idea di un gruppo politico più spregiudicato che altro. Magari vittima di quel trasformismo di cui la rete, ipocrita e superficiale per natura, si indigna un giorno sì e l’altro pure. E di trasformisti, tra i Radicali o ex tali, ce ne sono stati  – vedasi Capezzone, pronto a divenire un pasdaran berlusconiano per un tozzo di pane e a mostrarsi molto più cretino di quello che in realtà è. Tuttavia non credo che i Radicali, o buona parte di essi, presi sia come partito, sia guardando a questo o quel radicale “libero”, si possano accusare di trasformismo. Come già detto, hanno sempre tenuto la barra dritta rispetto a se stessi, anche quando questo voleva dire fare una rotta a zig zag nel mare magnum della politica italiana. Una linea incomprensibile – o resa tale – per il pubblico e per il racconto politico dei media italiani. Un fatto, non l’unico, che li ha sempre tenuti in una condizione di marginalità, almeno in termini di peso partitico e appeal elettorale. Ma, dal canto, mio, non ritengo questo necessariamente un difetto: non ho problemi a tifare per scialuppe corsare quando queste si scontrano con i galeoni di flotte Brancaleone, come quelle che hanno occupato per decenni le baie del nostro Paese, per poi sprofondare di fronte ai loro fallimenti.

Cosa ne sarà di questo pezzo della storia politica italiana – sono uno tra i pochi soggetti politici italiani che hanno superato indenni la Prima Repubblica –  è difficile da prevedere. Preda della imponente – ma anche oppressiva – figura di Pannella e delle sue pannellate, sempre sull’orlo della chiusura per problemi finanziari, travagliato da confronti al vetriolo, non credo che ci si possa aspettare sfraceli, almeno nel breve o medio termine, da questa instabile galassia politica. Ma, nonostante tutto, è una fortuna che questa piccola scialuppa sia ancora a galla e che la sua ciurma sia ancora attiva e battagliera. Ne sentirei la mancanza.

E, fidatevi, la sentireste pure voi.

Giuseppe Carteny

Laureato in Scienze di Governo, chitarrista liberale e aspirante politologo rock. O quantomeno blues. Militante di me stesso, per due anni attivista di Fare per Fermare il Declino. Ex membro della Direzione Regionale del Lazio e della Direzione Nazionale del partito. Cinico visionario, critico impenitente, anche di me stesso. Immoderato per vocazione.

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