Schettino, Lubitz e la diatriba Italia-Germania

La tragedia dell’Airbus della settimana scorsa non ha fatto mancare polemiche, in particolare dall’Italia. Le varie opinioni sulla vicenda possono essere catalogate a seconda della variabile considerata come punto di partenza dell’analisi. Come si sarebbe potuto prevedere, la nazionalità del co-pilota ad oggi ritenuto il responsabile della strage, si è confermata una delle variabili più discusse, portando materiale fresco e rilevante per proseguire l’eterna diatriba tra tedeschi e italiani.

Questa diatriba  che assomiglia ad una sorta di guerra di trincea, vede affrontarsi due schieramenti fissi, prestabiliti e stereotipati. Da una parte i tedeschi, operosi, efficienti e prevedibili, che dall’alto del loro vivere civile e nel rispetto delle regole impartiscono ordini ed etichettano gli altri come barbari; dall’altra parte gli italiani, anarchici ma umani, sensibili alle sfortune altrui ma allo stesso tempo disordinati, inefficienti, ritardatari e inaffidabili, capaci però di colpi di scena e di imprese inaspettate. L’appartenenza ad uno dei due gruppi è data dal luogo di nascita ed è immutabile, sicché risulta impossibile incontrare un italiano efficiente oppure un tedesco capace di rapportarsi con uno straniero da pari.

Ma tornando alla vicenda in questione, credo che le parole più indicative a confermare questa tendenza siano quelle espresse nell’editoriale di Sallusti apparso su Il Giornale. La polemica cominciò nei giorni successivi al disastro della Costa Concordia, quando il settimanale tedesco Der Spiegel pubblicò un articolo discutibile che si apriva con una caratterizzazione degli italiani e un’affermazione molto superficiale e offensiva nei nostri confronti. A rigor del vero, già dal paragrafo successivo, l’autore prese le distanze da tali ragionamenti, ma per un’analisi dell’articolo vi rimando a Giornalettismo, il quale spiega come le parole del giornalista tedesco siano state mal interpretate e strumentalizzate dalla stampa italiana, pur trattandosi di un articolo ambiguo. Ad ogni modo, è lecito pensare che, visto l’inizio dell’articolo di Der Spiegel che sarebbe altrimenti totalmente infondato, una parte di Germania ha una visione stereotipata dell’Italia e, allo stesso tempo, le reazioni ingiustificate della stampa italiana dimostrano come anche una parte degli italiani sia propensa a generalizzare e a etichettare i tedeschi utilizzando luoghi comuni.

Già all’epoca la presa di posizione di Sallusti fu netta. Il titolo “A noi Schettino, a voi Auschwitz” da solo rende l’idea del pensiero del direttore de Il Giornale. Anche nel suo recente editoriale a cui si faceva riferimento in precedenza, egli non perde occasione di ricordare l’episodio della Concordia e riduce l’analisi della tragedia ad una mera contrapposizione tra culture, una specie di gara a chi è il migliore. Dover recuperare tale discussione fa capire come per Sallusti sia importante non tanto cercare di annullare la componente nazionalista quando si tratta di certi avvenimenti, ma far capire ai tedeschi che non sono migliori di noi, casomai peggiori.

Quella frase “In effetti tra i comandanti Schettino e Lubitz c’è una bella differenza: il primo è un pirla (detto con rispetto, per evitare querele) pericoloso, il secondo è un freddo e lucido assassino. Cosa dovremmo dire oggi: «Vi sorprende che fosse un tedesco?»”, seguita da “A differenza dello Spiegel , noi non lo pensiamo. Perché come quella sera della Concordia c’era un italiano che gridava a Schettino in fuga «Torni a bordo, cazzo», così fuori dalla porta della cabina chiusa dell’Airbus che andava a schiantarsi c’era un tedesco che urlava a Lubitz «Apri la porta, cazzo»” sa di provocazione tanto quanto il paragone Concordia-Auschwitz. Si noti come in entrambe le risposte a Der Spiegel  le colpe dei tedeschi siano quelle più gravi. Sta proprio qui l’astuzia di Sallusti, il quale afferma di non pensare affatto che i misfatti di ciascun individuo abbiano qualche nesso con la loro nazionalità, ma intanto mette sullo stesso piano tragedie diverse in cui le colpe tedesche appaiono di gran lunga superiori a quelle italiane, intendendo implicitamente che non è lui a giudicare i tedeschi peggiori degli italiani, ma sono i fatti. Le invettive sallustiane dunque portano ad alimentare la polemica e il pregiudizio. Se questo non è lo scopo preciso, di certo ne è l’effetto.

Non dovrebbe esserci bisogno, a mio avviso, di ricordare come che la follia e le negligenze non hanno nazionalità e che certi comportamenti sono frutto di scelte individuali che poco hanno a che vedere col luogo di nascita e le differenze culturali. Non devono dunque essere solo i tedeschi ad imparare la lezione, ma tali episodi dovrebbero essere motivo di riflessione per chiunque, dal momento che l’evento avrebbe potuto verificarsi in un qualsiasi altro paese.

La gravità della questione sta però nel fatto che i giornali dovrebbero essere veicolo di cultura, non di becere polemiche superficiali quando non totalmente infondate. È evidente come in Europa giornalisti e politici si accaniscano contro intere popolazioni in seguito ad avvenimenti che coinvolgono un numero ristretto di persone, non è la prima e non sarà l’ultima volta.

Un grosso limite è facilmente percepibile anche dalle parole finali dell’editoriale di Sallusti, in cui, con tutte le buone intenzioni, afferma che “ogni popolo deve fare i conti con le proprie vergogne e i propri eroi”. La mia opinione è che la parola “popolo” sia di troppo e che debba essere l’umanità nella sua totalità a dover fare i conti con le proprie vergogne e i propri eroi, ma pare che al momento i confini nazionali siano un ostacolo insormontabile per il pensiero e finché non saranno i membri più in vista della società ad abbatterli, stereotipi e luoghi comuni regneranno incontrastati.

Filippo Massari

Studente di Economia presso l'Università di Jönköping, nel sud della Svezia, e collaboratore, in qualità di traduttore, di Mises Italia. Da settembre 2015, blogger presso Austrian Economics Center. Appassionato di libri e musica di vario genere, cinema d'autore, sport e altro ancora.

2 Risposte

  1. stefano

    filippo, molto più semplicemente credo che sia in germania che in italia, come nel resto del mondo, ci siano giornali il cui obbiettivo non è essere veicolo di cultura ma piuttosto veicolo di vendite (sia del giornale in se ma soprattutto della pubblicità) e, se possibile, profitti. questi usano i mezzi più semplici per attirare l’attenzione di un pubblico target e, …. “vendere”. in italia lo sono libero, il giornale, il fatto, panorama, l’espresso etc ed in germania di certo la bild e forse ultimamente anche lo spiegel. sallusti sarà stato anche sincero ma credo che la senzazione, l’uso di certi termini e paragoni, la contrapposizione forzata etc abbia come primo scopo le vendite.

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    • Filippo Massari

      Questo è innegabile, ma credo che l’essere veicolo di cultura non sia inconciliabile con l’aspetto commerciale. Inoltre, osservazioni semplicistiche come quelle di Sallusti possono essere trovate dovunque su internet; o i giornalisti da carta stampata mostrano un certo spessore, oppure sono destinati ad essere rimpiazzati da blogger che offrono i loro articoli gratuitamente. Poco tempo fa avevamo parlato della crisi dell’editoria in Italia in un articolo che allego qui in fondo. Credo che la strategia commerciale dei vari Sallusti non potrà durare a lungo e che prima o poi solo chi sarà in grado di proporre un giornalismo di un livello superiore rispetto a quello che si può trovare su internet sarà in grado di vendere il proprio prodotto.
      http://www.immoderati.it/2015/03/06/quanto-vendono-giornali-analisi-e-prospettive/

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