1992. Guardatela pure, ma è un romanzo

Da tempo mi  chiedevo quanto ci avrebbe messo la nostra cinematografia a raccontare la stagione di Tangentopoli, il cambiamento più devastante del dopoguerra. Mi aspettavo un film, è arrivata una serie. Sky ha prodotto fino ad oggi le migliori serie televisive italiane; finalmente storie ambientate in Italia ma raccontate “all’americana”. Non i soliti flop della Rai, confezionati di volta in volta per un pubblico di vecchi, di bigotti o di buonisti.  Che si trattasse di Borsellino, Falcone o  Tortora, dal carrozzone pubblico sono uscite banalità vigliacche, se non disastri inguardabili (la recente “fiction” su Oriana Fallaci).

La promozione è stata abnorme; a confronto Piccinini che ricorda l’esclusiva Mediaset sulla Champion’s sembra discreto. Eppure già dai rutilanti trailer si intuiva come gli autori abbiano voluto evitare la sfida vera, si siano smarcati da ogni complessa responsabilità. Sì, perché la serie si basa sulle vicende di Mani Pulite ma non nasce per raccontarla; ricostruisce certi scenari ma allo stesso tempo romanza. Prima di ogni episodio una pagina di 20 righe per dire “ogni eccetera eccetera è puramente casuale” (alias: non querelateci). Hanno rotto l’anima per mesi con la storia del “salto nel ’92“, addirittura dedicandoci un canale tematico e poi però mancano l’unico vero appuntamento: raccontare quella storia, non un’altra; raccontare l’anno che pose fine a una Repubblica, non le vicende di un poliziotto mai esistito (eppure fondamentale per l’indagine della serie). In tutto ciò metteteci il protagonista (Stefano Accorsi, che interpreta il solito personaggio faccia-da-culo): un brillantoide e donnaiolo che prova a sfondare ulteriormente come manager di Publitalia, a fianco di un Dell’Utri poco ingombrante. Ecco: già a Marzo (!), con Mario Chiesa appena arrestato, comincia a pensare che la popolarità di Berlusconi possa essere sfruttata per fini politici. Davvero troppo presto, storicamente irrealistico.

I più attenti hanno notato alcuni errori tecnici (nel ’92 l’Iban non c’era), mentre in generale delude il contrasto fra scene discretamente ricostruite (l’arresto di Chiesa al Pio Albergo Trivulzio, con un microfono nascosto in una penna), quelle verosimili ma inventate (i rapporti fra Miriam Leone e il personaggio inventato dell’imprenditore Mainaghi) e ancora quelle inventate e neanche verosimili (il poliziotto Luca Pastore che va a letto con la figlia di Mainaghi in una sera e riesce a frugare per casa senza farsi scoprire).

C’è di buono che gli imprenditori non sono più rappresentati come dei poveri concussi dai politici (come invece accadeva nella cronaca dei tempi) e vengono invece raccontate le loro gravi responsabilità rispetto alla stessa politica. Apprezzabile l’assenza  (per adesso almeno) della componente moralizzante: non ci sono davvero buoni e cattivi, è un tutti contro tutti dove anche l’azione della giustizia segue percorsi ben poco ortodossi. Ma anche qui: raccontare i metodi di Mani Pulite attraverso la scena del solito Luca Pastore  (il poliziotto inventato) che va a minacciare di notte con una pistola un colluso nel suo ufficio in modo che dia informazioni che senso ha? Solo tralasciare i metodi “spiacevoli”di Tangentopoli per evitare polemiche, sostituendoli con un espediente più “cinematografico” e proprio per questo palesemente finto. Il rischio del paraculismo è concreto.

Altra grave mancanza: dov’è Di Pietro? Ha ragione l’attore che lo interpreta quando ha detto “Con Di Pietro siamo andati per sottrazione: è una figura talmente caratterizzata che a imitarlo si rischiava l’effetto bagaglino”. Ineccepibile: riproporre un’imitazione fatta di “ma che ci azzecca” e movenze da contadino molisano sarebbe stato orribile. Però Di Pietro è una figura dal passato oscuro e ingobrante, dalla personalità irruenta ed esplosiva. Dove sono finiti? Nella serie compare solo un magistrato un po’ zotico che vuole puntare subito a Craxi senza sapere bene quel che sta facendo. Era la sfida più difficile in assoluto, anche questa evitata con una buona scusa. Solo acccennata la conflittualità con Borrelli, ma era difficile pretendere di più: vedremo come svilupperanno i rapporti nel pool nelle prossime puntate.

Non è un’agiografia della magistratura milanese, e già questo è un sospiro di sollievo. Però a ben pensarci non sarebbe stata nemmeno funzionale allo show, perché quella di “1992” alla fine, è fiction: solo un romanzo criminale/giudiziario. E siccome la storia vera quell’anno è stata terribilmente intensa di suo, la scelta di romanzare sembra data dalla paura di prendersi responsabilità cronachistiche più grandi di sé.

Forse il Paese non è ancora maturo per vedere raccontata la cruda verità di quegli anni, per rivivere i propri psicodrammi. Chissà quando lo sarà, ma per adesso meglio inventare.

 

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

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