La pulzella è già salita al patibolo

SavhcenkoI vessilli della nazione giacciono incendiati sul campo all’avanzare soverchiante degli invasori. Le milizie lealiste sono allo sbando e il governo arranca. Una giovane donna, ansiosa di contribuire alla salvezza della propria gente, riesce dopo mille resistenze a farsi ammettere dall’esercito, si taglia i capelli, diventa capitano e combatte valorosamente, ma viene catturata dai nemici, imprigionata, accusata di essere una strega e sottoposta a sevizie psicologiche. No, non stiamo parlando della Francia del 1430 e di Giovanna d’Arco. Stiamo parlando purtroppo, ancora, dell’Europa del 2015.

La storia di Nadja Savchenko, la soldatessa ucraina che – a seguito della sua ingiusta incarcerazione da parte delle autorità di Mosca[1] – si sta lasciando perire di fame, reclamando invano il rispetto dei propri diritti nella crudele indifferenza del Cremlino e nel vile scherno dei nazionalisti russi, ci ricorda che in Ucraina non è stato aggredito solo un popolo, ma un intero sistema di valori. Ci ricorda che questa Russia, in cui – mentre a Kiev dilagava l’hashtag #jesuischarlie – gli estremisti ortodossi e molti altri con loro esprimevano simpatia ai terroristi e in cui ora una donna viene messa alla gogna col marchio di “figlia di Satana”, è un califfato cristiano che minaccia di trascinare l’Europa libera e democratica nelle tenebre del dispotismo e dell’incultura, come i califfati islamici stanno affossando l’intero mondo musulmano in nuovo Medio Evo. Ci ricorda che il putinismo, un regime in cui gli imprenditori non collusi col capitalismo di Stato finiscono sistematicamente in carcere, in cui si celebrano processi sfacciatamente politici come quello a Nadja e in cui agli oppositori del governo capita persino di morire assassinati per strada, è la linea più breve che unisce l’Europa alla Corea del Nord.

Del perché il conflitto nel Donbass rappresenti a tutti gli effetti un’aggressione russa all’Ucraina e in nessun modo un atto di libertà della minoranza russofona abbiamo già detto. Ma ora, di fronte al destino di Nadja Savchenko, di fronte ad un tale sfregio, non solo ai diritti umani, ma anche ai più elementari sentimenti di misericordia, vorremmo sapere quali alibi morali trovano a se stessi, per seguitare la propria jihad sotto le insegne del Cremlino, gli pseudo-partigiani dell’antinazismo d’accatto, i quali, mentre affettano scandalo per il Wolfsangel esibito da una dozzina di paramilitari ucraini, tacciono sulla repressione delle minoranze etniche perpetrata dai russi in Crimea; oppure i sedicenti neo-crociati, i quali farneticano di una fantomatica e strumentale alleanza euro-russa contro il fanatismo musulmano, proprio mentre Mosca, già solertissima a censurare Charlie Hebdo, mette in atto nei confronti della chiesa cristiana ucraina una persecuzione degna dello Stato Islamico; e in fine i falsi pacifisti della neutralità complice ed ipocrita, i quali fingono di non avvedersi che avvallare l’aggressione di una potenza nucleare ad un suo vicino denuclarizzatosi volontariamente[2] significa incoraggiare una nuova ondata di conflitti e giustificare una nuova corsa al riarmo.

A costoro chiederemmo, nel caso non siano tutti semplicemente mercenari al soldo del khan, di dichiarare apertamente che essi non si battono certo per l’autodeterminazione dei popoli e per i diritti delle minoranze, né in nome della solidarietà cristiana o della libertà religiosa; né per amore della pace e dell’umanità – tutti ideali questi spudoratamente e sistematicamente calpestati dal Cremlino, come si è visto sopra – ma semplicemente in favore dell’imperialismo russo e dell’espansione ideologica del putinismo in Occidente. Perché essi in realtà hanno ben capito – come ormai dovrebbe aver capito anche il lettore – che a Donetsk e Luhansk si combatte, sia pure su fronti opposti, per noi e per il nostro futuro, ovvero per determinare quale volto avrà l’Europa del XXI Secolo. E perché, citando Matteo Salvini, essi ritengono che la società “laboriosa pura ed ordinata” per cui lottare sia non quella della democrazia, della libertà individuale e della ragione, che invece amiamo noi; bensì quella in cui, come seicento anni fa, si danno alle fiamme i libri non graditi all’autorità e si induce alla morte una donna accusandola di essere figlia di Satana.

[1] Il carattere illegale della detenzione di Nadja Savhcenko è stato riconosciuto da Memorial, associazione per la difesa dei diritti umani fondata dagli epigoni della resistenza antisovietica.

[2] Nel ’91 Kiev, trovandosi in possesso del terzo maggiore arsenale atomico del mondo, vi rinunciò in cambio della garanzia dell’intangibilità dei confini ucraini.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

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