Testamento di Giovanni Falcone

In questo Paese l’antimafia è un business, un circo redditizio cui hanno collaborato pagliacci di ogni ruolo. Politici come Di Pietro,  Leoluca Orlando, Sonia Alfano, De Magistris; magistrati politicizzati o megalomani come Ingroia e Di Matteo; giornalisti come Travaglio e replicanti; comici politicanti come Grillo e Sabina Guzzanti. Dietro a loro masse in buona fede, il popolo delle fiaccolate, delle agende rosse, degli striscioni “non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”. Già, se solo le conoscessero le loro idee. Se solo realizzassero come i nomi di Falcone e Borsellino siano stati prostituiti alle ambizioni populistiche di questi personaggi. Il “partigiano della Costituzione” Ingroia che secondo Marco Travaglio (la sua Yoko Ono) sarebbe “unico erede” dei due magistrati. Il tribuno Antonio Di Pietro con tutta l’Italia dei Valori, abilissimo nell’intrupparsi in questi contesti.

Che risate ripensare ai tempi dell’attentato a Falcone, mentre tutti i riflettori erano puntati sul fustigatore di Mani Pulite.  Falcone morì un sabato (23 maggio 1992),  lunedì la Repubblica uscì con un’edizione straordinaria dal titolo “L’ultima telefonata con Di Pietro”. Svolgimento: “Provava un‘affettuosa invidia per Colombo e Di Pietro”, “si è saputo solo ieri che Falcone seguiva l’inchiesta sulle tangenti”, “una tonnellata di tritolo ha spezzato il suo contributo all’indagine milanese“. Ovviamente non stava fornendo nessuna vera collaborazione al Pool di Tangentopoli, e anzi Ilda Boccassini spiegherà come Falcone fosse affranto per la sfiducia dimostrata nei suoi confronti dall’ambiente milanese. Poi, illuminante, una didascalia sulla stessa Repubblica: “Arriva Antonio Di Pietro da Milano, il giudice delle tangenti, il Falcone del Nord… con lui c’è Leoluca Orlando”. O forse era Falcone ad essere il Di Pietro del sud? Mistero. Di sicuro qualche parola possiamo spenderla anche sul braccio destro di Tonino, proprio Leoluca Orlando. Lo stesso che era stato sindaco di Palermo nel 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò l’andreottiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, una calunnia che Falcone fiutò subito.  Orlando cominciò a far intendere che Falcone volesse proteggere Andreotti. Anzi, lo disse chiaramente da Santoro, in una puntata di Samarcanda: il giudice aveva dei documenti sui delitti eccellenti ma li teneva chiusi nei cassetti della Procura di Palermo. Una menzogna che verrà ripetuta a ritornello, dimostrata come falsa anche davanti al Csm. Ma non fu certo l’unica calunnia che Falcone ricevette.

Quando il giudice accettò la proposta del ministro Martelli di dirigere gli Affari penali,  le accuse si fecero ancora più infami. Da parte di tutti, ma soprattutto di quei giornali che anni dopo avrebbero venduto copie grazie alle litanie sulla “Struttura Delta” e la macchina del fango: la Republica e l’Unità, che titolò addirittura “Falcone voleva insabbiare tutto“. Il Giornale di Napoli scrisse: “Dovremo guardarci da due Cosa nostra“.  In quel periodo anche un primo attentato fallito: una bomba ritrovata nella sua casa all’Addaura. Falcone fu seriamemte accusato da più parti di aver inscenato tutto. Insomma, il delirio di un paese buono solo a confondere gli eroi e i cialtroni. Dall’altra parte un Uomo solo, riservato, capace di dedicare la vita al più alto spirito di servizio. Un investigatore dalle qualità eccezionali, ideatore del “metodo Falcone“, riconosciuto in tutto il mondo (ricordarsi il busto che gli ha dedicato l‘F.B.I), odiato e temuto dalla mafia. Dirà Giovanni Brusca (l’uomo che azionò il telecomando che uccise il giudice, la moglie e la scorta): “Era il primo magistrato che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato… Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982… Non tramontò mai il progetto di ucciderlo”.

Senza la pretesa di far camminare le sue idee sulle nostre gambe, proviamo e ripercorrere alcune sue opinioni su temi fondamentali della giustizia. Scoprirete che sono in totale contrasto col circo che si è appropriato del suo cadavere, spesso dopo aver infangato l’uomo in vita. Riguardano la politicizzazione delle correnti, la separazione delle carriere, l’irresponsabilità dei magistrati, l’obbligatorietà dell’azione penale, l’inesistenza di livelli politici che coordinano la mafia (vero Ingroia e Travaglio?), le criticità del “concorso esterno in associazione mafiosa” (su cui Travaglio ha costruito buona parte della sua carriera iniziale).

Proprio sul concorso esterno Falcone scrisse nel suo Cose di Cosa nostra: “Non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia, anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare, ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta“.

Di seguito una serie di altre frasi utili a illuminare il pensiero di Falcone. Non le troverete su Wikiquote e sui libri dell’antimafia piagnens ma, per chi fosse interessato, possiamo fornire la precisa documentazione per ogni citazione. Sono tratte per lo più da interviste rilasciate alla Stampa e alla Repubblica pochi anni prima di essere assassinato.

<<Il Csm è diventato, anziché organo di autogoverno e garante dell’autonomia della magistratura, una struttura da cui il magistrato si deve guardare, con le correnti trasformate in cinghia di trasmissione della lotta politica“. (…) “Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia?>>.

<<Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del Khomeinismo>>.

<<Dopo tanto tempo e tanti sforzi spesi per far riconoscere i connotati dell’organizzazione mafiosa, si finisce col mescolare nel calderone di Cosa nostra  tutto ciò che può assomigliargli>>.

<<Al di sopra dei vertici organizzativi di Cosa nostra non esistono terzi livelli di alcun genere“. (…) “Attraverso un percorso misterioso, per non so quale rozzezza intellettuale, il terzo livello è diventato ‘il burattinaio’, che, dall’alto della sfera politica, tira le fila della mafia. Non esiste ombra di prova o di indizio che suffraghi le ipotesi di un vertice segreto che si serve della mafia, trasformata in semplice braccio armato di trame politiche>>. (Ma non ditelo alla Guzzanti Ndr).

<<Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del Pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell’obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività>>.

<<Il Pm non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di paragiudice. Chi come me richiede che giudice e Pm siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e e nella carriera, viene bollato come nemico dell’independenza della magistratura, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo>>.

Un dubbio. Ma se queste frasi fossero state pronunciate da un qualsiasi Ministro della Giustizia come avrebbe reagito l’Anm? E il “partigiano della Costituzione” Ingroia (tenete presente che le proposte di Falcone dovrebbero passare attraverso riforme costituzionali, apriti cielo)? E come avrebbe commentato Marco Travaglio nei suoi spettacoli sulla Trattativa Stato-Mafia? Non lo sappiamo: però conosciamo almeno la pesante bocciatura che il giudice Falcone ricevette da parte del Csm, proprio in virtù delle sue posizioni. L’accusa mossa al giudice, ovviamente, era quella di voler minare l’indipendenza della magistratura; la nota fu firmata da Alessandro Pizzorusso.

Fortuna che alla Storia passano sempre i Grandi. A noi però spetta almeno di tenere a mente i miserabili

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

3 Risposte

    • Stefano Leanza

      Grazie molte Franco. Per quanto riguarda le interviste di Falcone mi sono basato su un lavoro sconosciuto dello storico Giancarlo Lehner, un libretto molto piccolo ma efficace sulla magistratura italiana. Per quanto riguarda la parte su Repubblica sono state decisive alcune biografie su Di Pietro. A presto.

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