Mattarella, i liberali e lo sciopero fiscale – Parte II

Il variegato mondo “lib-qualcosa” italiano ha bisogno come l’aria di una strategia unitaria per il futuro. Molti degli amici che danno vita a questa pagina erano, come il sottoscritto, in Fare per Fermare il Declino, e nel nostro mondo si sente forte la nostalgia di un soggetto politico di riferimento. L’idea che prima o poi se ne possa creare un altro è ben presente in molti di noi; alternativamente si pensa di poter entrare in soggetti politici come Italia Unica o Scelta Civica, con l’intento di “scalarli” e renderli più marcatamente liberali. A mio avviso, non è questa la strada. Per un motivo molto semplice: questo sistema politico è irriformabile dall’interno quindi la strada della politica “partitica” è impercorribile al momento.

L’ingloriosa fine di “Fare” lo dimostra molto bene. Ho visto alcuni dei suoi fondatori accomodarsi su ben pagate poltrone pubbliche in barba a ciò che avevano predicato fino a quel momento e ho visto il mio partito dissolversi, dopo essere stato costretto ad allearsi, nel tentativo di sopravvivere agli scandali, alle divisioni e ai regolamenti elettorali, con i rottami della prima Repubblica. Purtroppo non vedo perché un nuovo partito dovrebbe fare una fine diversa dal momento che non abbiamo soldi, non c’è sulla piazza alcun leader credibile e anche se li trovassimo saremmo prima o poi costretti ad allearci con qualche forza politica sistemica accontentandoci di qualche sottosegretario e perdendo ogni credibilità.

Io non voglio far parte di coloro che propugnano uno statalismo “soft”, io non voglio sostenere chi consiglia a cittadine strozzate dalla tasse di “rateizzare” né chi si prodiga per rintracciare i capitali sfuggiti in Svizzera. No, io con vie alternative allo statalismo non voglio avere nulla a che fare. Io lo statalismo lo voglio distruggere. Voglio vivere in un paese in cui nessuno sia strozzato dalle tasse, dalle regole e dalla burocrazia, voglio vivere in un paese in la cui libertà individuale e le aspirazioni di ognuno di noi non siano compresse da uno Stato debordante, incapace e onnipotente. E voglio continuare a battermi per far capire ai nostri concittadini che lo Stato è il problema, non la soluzione, che delle riforme liberali beneficerebbero i poveri, non i ricchi, che la povertà è creata dallo Stato, non dal mercato e che a noi liberali un mondo in cui i poveri non possano studiare né curarsi fa semplicemente schifo. Il mondo in cui i poveri non possono studiare né curarsi è quello contro il quale ci battiamo.

Vorrei infatti che gli statalisti andassero a decantare le meraviglie della sanità di Stato ai genitori della bambina siciliana morta recentemente perché respinta dai pronto soccorso degli ospedali pubblici della sua regione o che intrattenessero con la retorica sulla scuola di Stato le famiglie dei ragazzi morti sotto i calcinacci welfaristi dei fatiscenti edifici della scuola pubblica italiana.

Negli ultimi tempi, noi “lib-qualcosa” abbiamo posto in essere degli ottimi strumenti che ci consentiranno di combattere questa battaglia, questa pagina che auspico divenga sempre più “immoderata” è uno di quelli, ma ne esistono tanti altri. Penso ad associazioni culturali, blog, pensatoi vari, molti dei quali sono sorti a seguito dello spappolamento di “Fare”, esperienza, che nonostante i suoi limiti, ha il grande merito di avere creato un eccezionale network di legami tra persone che vogliono meno Stato nelle loro vite. È dunque dal punto di vista culturale che ora dobbiamo agire.

Un paese annichilito da 70 anni di propaganda statalista e di apologia del welfarismo e del socialismo non è infatti pronto a ricevere una proposta autenticamente liberale. A costo di sembrare immodesti dobbiamo dunque lavorare per educare l’Italia alla libertà, di questo ha bisogno il nostro paese. Si potrebbe obbiettare che la mia è una proposta velleitaria e che potrebbero volerci altri 70 anni per instillare la voglia di libertà nell’opinione pubblica italiana. Tuttavia questa è solo una parte della proposta. Quando infatti dico che dobbiamo stare fuori dai partiti non significa che non dobbiamo fare politica. È erroneo pensare che la politica si faccia solo dentro ai partiti. Come associazioni, blog, pensatoi, abbiamo il dovere di fare squadra e di promuovere iniziative di libertà. E non penso solo a iniziative culturali ma anche a iniziative politiche come petizioni, iniziative di legge popolari, referendum, iniziative locali; in breve tutto ciò che possa sensibilizzare l’opinione pubblica verso le nostre tematiche di riferimento. Anche questo tuttavia non è sufficiente, richiede troppo tempo, tempo che non abbiamo. Il giorno infatti in cui inseriremo il bancomat nella fessura e non uscirà nulla, non è poi così lontano se non si inverte la marcia forsennata di questo paese verso il baratro del default.

 

“Rifiutarsi di pagare le tasse è uno dei metodi più rapidi per sconfiggere un governo”, diceva Mahatma Gandhi. Gli Indiani lo ascoltarono e mediante la protesta fiscale e altre forme di resistenza pacifica vinsero la loro battaglia di libertà. Se loro piegarono l’Inghilterra imperiale, noi possiamo, ispirandoci a loro, piegare lo Stato ladro italiano. Non penso a una campagna a favore di ogni forma di evasione fiscale, penso a una campagna mirata verso tasse ritenute odiose e ingiustificabili dalla maggior parte dei cittadini e delle aziende. Penso in particolare al canone RAI e all’IRAP. Iniziamo dal canone RAI; troviamo il modo, tutti assieme, di far pervenire il nostro messaggio ai cittadini, invitiamoli a evadere il canone RAI, facciamo chiudere quel baraccone catastrofico e mandiamo un messaggio chiaro allo Stato: noi i disservizi imposti per legge non li vogliamo, vogliamo il libero mercato e vogliamo poter scegliere liberamente tra quello che ci viene proposto, senza che nessuno violi la nostra libertà facendoci pagare il pizzo sotto la minaccia dell’invio di sgherri in divisa da finanzieri.

Se ciò non bastasse a far capire ai ladri di Stato che devono drasticamente ridurre la spesa pubblica per rendere possibile un draconiano taglio alle imposte, allora passeremo al bersaglio grosso, quello dell’IRAP. L’IRAP è una tassa-mostro che è stata introdotta nel 1998, che sostituisce 6 tributi precedentemente esistenti ingigantendone però il peso fiscale. A renderla particolarmente odiosa e assurda è che essa grava sul fatturato, quindi sul reddito lordo. Si tratta di una tassa che uccide la nostra economia e che è invisa a tutti gli imprenditori. Penso che se noi associazioni e pensatoi liberali facessimo fronte unico e ci muovessimo uniti non sarebbe impossibile convincere le imprese a non pagarla.

Io credo che lo sciopero fiscale sia l’extrema ratio, quindi non scrivo quanto sopra a cuor leggero, tuttavia le conseguenze sociali, pur significative, che esso avrebbe, sarebbero meno gravi di quelle create dall’ineluttabile default verso il quale stiamo andando. Lo Stato italiano non ci lascia altra scelta, purtroppo. Le riformicchie di Renzi sono acqua fresca su una ferita mortale: i liberali che credono in questo governo stanno facendo l’ennesimo, colossale errore. È infatti sbagliato usare il cesello quando bisognerebbe usare l’accetta. Smettiamo di credere ai pifferai magici di turno e diamo battaglia allo Stato ladro. Io mi sono limitato a mettere sul tavolo alcune idee abbozzate; c’è bisogno dell’aiuto di tutti per migliorarle e renderle dei piani di azioni concreti. Si può e di deve fare perché in ballo c’è il futuro nostro e delle nuove generazioni.

 

Vedi anche Mattarella, i liberali e lo sciopero fiscale – Parte I

Gabriele Galli

35 anni, bolognese, trasferito in Inghilterra, lavoro come insegnante di italiano. Mi sento immoderato perché penso che un paese in cui il 50% degli abitanti vive alle spalle dell'altro 50%, abbia disperato bisogno di riforme immoderate.

1 risposta

  1. Franco Puglia

    Caro Gabriele, percepisco molta giustificata rabbia in questo tuo articolo e condivido l’opinione in base alla quale sia molto difficile cambiare il paese dall’interno dei partiti conosciuti. Il discorso qui si fa lungo : ciò che produce la ripetizione delle medesime forme di aggregazione improduttiva all’interno dei partiti è, appunto, la FORMA partito, cioè il MODO in cui un partito nasce e si sviluppa, ciò che dipende dalle sue REGOLE.
    All’epoca di FARE fui tra i pochi a combattere una battaglia contro le forme statutarie, cioè le REGOLE, che il partito si era dato, regole poi cambiate, ma non in meglio, regole che sono corresponsabili della sua fine, anche se i motivi sono disparati.
    Purtroppo i tempi non sono maturi per formare una nuova aggregazione nazionale IMPORTANTE basata su regole nuove. La Storia ha i suoi tempi, nostro malgrado. Quindi occorre lavorare con obiettivi diversi, più culturali e più locali. FARE non aveva una vera solida base di partecipazione popolare città per città : senza una base popolare e senza soldi non si va da nessuna parte. Ergo, prima costruire la base, città dopo città, e solo dopo il partito nazionale. Nel frattempo si può lavorare per costruire una proposta politica solida, non un programma elettorale, ma un progetto, roba che richiede una enorme quantità di lavoro ma che, una volta fatto, è pronto per essere usato al momento opportuno.
    Ed occorre creare liste civiche liberali in tutte le città italiani, e farle crescere ; non serve che facciano parte di un medesimo partito : basta un manifesto di valori condivisi e poi, da liberali, che ciascuno faccia il suo meglio.

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