Brexit o non Brexit?

Brexit o non Brexit?

Amleto: “Brexit o non Brexit?”

“Riponete le ansie per la paventata uscita della Grecia dall’Euro: il vero pericolo per i mercati è il <<Brexit>>”, cioè la possibile uscita del Regno Unito dall’UE. Se a lanciare questo allarme è il Financial Times, c’è da credere che la preoccupazione della City, in vista delle elezioni politiche di Maggio e dell’eventuale referendum sull’appartenenza all’UE, abbia raggiunto i livelli di guardia. Londra è pur sempre la capitale europea della finanza e del settore dei servizi e il mercato comunitario apporta all’economia britannica un indotto stimato in £ 400 Md. (il 25% del PIL), ben misurabile a colpo d’occhio nei 2,3 milioni di lavoratori UE impiegati, spesso in posizioni ad alto tasso di professionalità, nella capitale e nel resto del paese. Normale che, a dispetto della grancassa rabbiosamente battuta dagli eurofobici d’oltremanica e dai loro equivalenti di casa nostra, la stessa maggioranza silenziosa britannica cominci a guardare con crescente scetticismo a quella che sarebbe a tutti gli effetti una secessione del Regno dal proprio mercato di sbocco, dal proprio bacino di risorse e in definitiva da se stesso.

Le menti lucide, in effetti, soppesano bene il carattere velleitario delle presunte alternative millantate dallo UKIP, il partito anti-UE. Il piccolo mercato dell’EFTA, l’area economica composta da Svizzera, Norvegia ed Islanda e già a suo tempo abbandonata dai britannici a favore della CEE, rappresenta, viste le sue dimensioni, ancor meno di un bluff: se Londra vorrà continuare ad operare nell’enorme mercato comunitario – che col TTIP potrebbe diventare addirittura un mercato transatlantico – dovrà comunque adeguarsi, ma senza avere più voce in capitolo, alla legislazione UE nei settori di suo interesse, come fa attualmente la stessa Svizzera. Poco realistica è anche l’idea di un rinascimento del Commonwealth e del blocco dei vecchi paesi coloniali: Londra non vende merci, Londra vende servizi e ha bisogno di operare in un frame giuridico compatibile con la propria legislazione e possibilmente senza scomodi intervalli geografici e di fuso orario; o forse qualcuno crede davvero che, in seguito alla stipula di un accordo commerciale con Sua Maestà, qualche grande banca neozelandese deciderebbe di spostare il proprio quartier generale nel Regno Unito? Non è certo un caso se il commercio con i BRIC rappresenta per l’economia britannica solo il 6,6% del totale a fronte del 50% coperto dall’UE. Londra insomma svolge in Europa il ruolo di cui abbiamo detto sopra proprio in virtù di quella sua prossimità geoculturale al continente ottusamente rinnegata della propaganda eurofobica.

PIL pro capite (PPP) del Regno Unito.

PIL pro capite (PPP) del Regno Unito.

Eppure gli interventi preventivi e specifici di Cameron sull’immigrazione dall’UE nell’autunno 2014 intendevano apparentemente assecondare proprio il sogno “neo-vittoriano”, già coltivato dallo UKIP, di un ritorno allo “splendido isolamento” dall’Europa, controbilanciato – almeno nella mitologia della propaganda nazionalista – dalla rivalorizzazione politica del vecchio spazio coloniale. In tale pulsione – di carattere geopolitico piuttosto che economico, come si è visto – si cela forse anche qualcosa di più intimamente antropologico, ovvero l’acredine del cittadino britannico della classe media verso il ricco straniero di Londra. Si dà il caso però che proprio la manodopera immigrata qualificata della City abbia contribuito in modo essenziale allo sviluppo economico del Regno Unito e che la crescita economica britannica, dati alla mano, sia tutta nell’immigrazione e nella demografia, visto che il PIL pro capite, dopo il crollo del 2009-2010 è rimasto stagnante sotto i livelli del 2006 [vedi grafico]. Né è da credere che l’espulsione dei lavoratori stranieri qualificati da Londra libererebbe posti di lavoro per i colleghi britannici, visto che, se questi ultimi possedessero le necessarie competenze linguistiche, culturali e professionali, gli immigrati non avrebbero mai neppure dovuto attraversare la Manica. Possiamo ben dire quindi che il dilemma tra UE e Brexit non è per i sudditi di Sua Maestà altro che un dilemma tra essere e non essere, ovvero che Londra può scegliere solo tra essere europea o non essere affatto.

In definitiva anche la politica britannica, non troppo diversamente da quella italiana, si trova a dover gestire sentimenti in buona misura irrazionali e potenzialmente suicidi, da essa stessa con troppa leggerezza suscitati e poi alimentati in passato, pur nella consapevolezza dell’ineludibilità della scelta europeista. Il proposito, sventolato da Cameron, di ottenere da Bruxelles quanto di utile al Regno Unito in cambio della rinuncia al referendum è solo un goffo tentativo di sfuggire al bivio in cui l’establishment conservatore si trova incastrato, fra la potenziale catastrofe economica del Brexit e quella bancarotta politica e morale che sarebbe l’improvvisa esplicita sconfessione della quarantennale campagna anti-europea.

Fatte le debite proporzioni e distinzioni, questo auto-scacco del Regno Unito ci ricorda non poco la posizione in cui si è incagliata la Grecia. È nostro parere che, se le richieste britanniche avranno come principale scopo quello di evitare a Cameron e al suo partito di pagare il prezzo della verità, rimangiandosi davanti agli elettori il fango gettato per decenni sulla bandiera blu-stellata, esse non debbano ricevere un trattamento migliore di quelle di Tsipras. Non solo perché, come ben sanno oltremanica, le banche americane hanno già predisposto piani per chiudere a Londra e riaprire a Dublino – e quindi deve essere Londra, non l’UE, a temere le conseguenze del Brexit – ma anche, e soprattutto, perché un’Unione che assecondasse sistematicamente ogni richiesta dei singoli membri dietro il ricatto della secessione diverrebbe presto disfunzionale.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

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