Mattarella, i liberali e lo sciopero fiscale – Parte I

 

Presidente_Sergio_Mattarella

Molti amici liberali, anche da questa pagina, il mese scorso hanno espresso la loro soddisfazione per l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale e si sono complimentati con Matteo Renzi per l’abilità strategica dimostrata nel pilotare sullo scranno più alto della Repubblica l’ex-notabile democristiano. La loro soddisfazione deriva dal fatto che Mattarella sarebbe una persona integerrima cui nulla si può contestare, in grado per questo di essere un “presidente di garanzia”.Purtroppo io non mi trovo d’accordo con questa visione. A me Mattarella sembra il prodotto tipico dei mali che affliggono il nostro paese: lo statalismo e il familismo.

Sergio Mattarella è figlio di Bernardo, un politico democristiano, più volte ministro negli anni ’50 e ’60. Il fratello Piersanti, con il quale l’attuale presidente aveva condiviso la militanza giovanile nelle fila dell’azione cattolica, fu ucciso in un agguato di Mafia nel 1980. Piersanti, anch’egli democristiano, deputato regionale siciliano dal 1967, nel 1978 era divenuto presidente della sua regione. Vicino per tradizione familiare alla corrente morotea della Democrazia Cristiana, in seguito all’assassinio del fratello, Mattarella aumentò progressivamente il suo impegno politico e lasciò la carriera di professore di diritto all’Università di Palermo nel 1983 quando fu eletto al Parlamento.

Ciriaco de Mita, all’epoca nuovo segretario democristiano, nominò Sergio commissario straordinario per la DC siciliana, travolta da scandali di mafia in quel periodo. Durante il suo incarico, Mattarella si fece promotore della formazione a Palermo di una giunta comunale guidata da Leoluca Orlando. Orlando, che nel frattempo è giunto al quarto mandato come sindaco del capoluogo siciliano, quando ha avuto la notizia dell’elezione di Mattarella al Quirinale, ha comperato (ovviamente con soldi pubblici) la pagina di un giornale locale per felicitarsi con il nuovo Presidente, definito “l’amico di una vita”.

Nella sua lunghissima carriera politica, Sergio Mattarella è stato eletto sette volte deputato ricoprendo più volte ruoli ministeriali: ministro dei Rapporti con il Parlamento tra il 1987 e il 1989 (governi De Mita e Goria), Ministro della Pubblica Istruzione tra il 1989 e il 1990 (governo Andreotti), Vicepresidente del Consiglio dei Ministri tra il 1998 e il 1999 (governo d’Alema I), Ministro della Difesa tra il 1999 e il 2001(governo d’Alema II e Amato II).Nel 2007 fu tra i fondatori del PD e nel 2009 il Parlamento lo elesse giudice costituzionale, carica che ha mantenuto fino all’elezione presidenziale e che gli è valsa circa 300.000 euro l’anno di stipendio.

Sergio Mattarella è stato sposato con Marisa Chiazzese, morta il 1º marzo 2012, figlia dell’ex rettore dell’università di Palermo, e docente di diritto romano, Lauro. Il fratello Piersanti aveva sposato la sorella di lei, Irma. Oltre a Piersanti, ucciso dalla mafia nel 1980, Sergio Mattarella ha una sorella maggiore, la primogenita Marinella, e un altro fratello, Antonino, avvocato dalle dubbie frequentazioni. Ha tre figli: Laura, Francesco e Bernardo Giorgio (nato nel 1968), che è ordinario di diritto amministrativo all’Università di Siena e dal 2014 è posto dal ministro Marianna Madia a capo dell’ufficio legislativo del Dipartimento della funzione pubblica presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Penso si potrebbe continuare, ma non voglio infierire.

Il clan Mattarella fa dunque parte di quella genia di parassiti pubblici che succhia da decine d’anni il sangue degli Italiani. Gente che non ha mai prodotto un grammo di ricchezza e che vive di Stato, di raccomandazioni e di amicizie non proprio di prim’ordine. Ora io sono per natura un garantista ed è ben lungi da me accusare il neo-Presidente di essere un criminale, tuttavia ce n’è più che abbastanza per capire che Mattarella sguazza felice nel vortice forsennato della spesa pubblica parassitaria da quando portava i calzoni corti. Pertanto mi risulta davvero impossibile capire di cosa ci si rallegri nel mondo liberale.

Sono dubbioso anche relativamente alla presunta abilità di Renzi nel pilotare al colle più alto un uomo che ha unito la sua maggioranza di governo. Il presidente del Consiglio ha così regalato il presidente della Repubblica alla minoranza interna del partito, in cambio di una minore intransigenza della stessa sui passaggi parlamentari che gli stanno a cuore. I soliti giochetti di democristiana memoria di cui in futuro potrebbe anche pentirsi visto che per portare al colle un demitiano si è giocato la sponda di Berlusconi che più volte gli aveva permesso di non finire ostaggio di Fassina e soci.

Tuttavia non è questo il punto. Queste presunte abilità equilibristiche dei politici italiani hanno da tempo smesso di entusiasmarmi; esse infatti non hanno niente a che fare con quello che la politica dovrebbe essere. La politica, che Aristotele definiva come “amministrazione delle “polis” alla quale tutti i cittadini partecipavano per il bene dell’intera comunità”, in Italia ha perso il diritto di autodefinirsi tale in quanto essa è divenuta autoreferenziale. La politica in Italia non è al servizio della “polis” ma è al servizio dei partiti e delle consorterie loro affiliate ed è questo il motivo per cui il Paese sta affondando. Le manacce dei politici sono ovunque: essi nominano, controllano e si spartiscono i vertici delle aziende di Stato, della televisione pubblica, delle municipalizzate, delle fondazioni che controllano gli istituti bancari e potrei proseguire per molto ancora. E gli equilibrismi in cui Renzi, nonostante la giovane età, si rivela maestro servono solo a perpetuare questo sistema criminale di gestione del potere.

Con queste considerazioni termina la pars destruens del mio ragionamento; in un articolo che seguirà a brevissimo illustrerò la pars costruens. In parole semplice cercherò di spiegare come, a mio modestissimo modo di vedere, dovrebbero agire i “lib-qualcosa” italiani al fine di evitare che il paese affondi.

 

Gabriele Galli

35 anni, bolognese, trasferito in Inghilterra, lavoro come insegnante di italiano. Mi sento immoderato perché penso che un paese in cui il 50% degli abitanti vive alle spalle dell’altro 50%, abbia disperato bisogno di riforme immoderate.

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