Il Bestiario dell’Eurovittimismo italiano – Parte I

Nei bestiari medievali almeno, in mezzo a improbabili animali immaginari, si trovavano anche animali realmente esistenti.

Nei bestiari medievali almeno, in mezzo a improbabili animali immaginari, si trovavano anche animali realmente esistenti.

Ci chiediamo se i posteri, studiando la psicologia collettiva degli italiani del nostro tempo, verranno mai a capo di come abbia potuto formarsi intorno all’Euro quella specie di demonologia affollata da ircocervi e chimere concettuali, in dissidio gli uni con gli altri e soprattutto in conflitto con la realtà, alla cui evoluzione noi abbiamo avuto la (s)fortuna di assistere di persona dal ’99. Sì, perchè l’Euro fu introdotto non nel 2002, anno in cui iniziò a circolare fisicamente, ma il 1 Gennaio 1999, data in cui la gestione della politica monetaria passò alla BCE e i tassi di cambio furono fissati irrevocabilmente. Parrà quindi inspiegabile ai posteri che un popolo intero imputasse la famigerata vampata inflazionistica del 2002 non ad un mercato interno poco concorrenziale, in cui molti operatori approfittarono del cambio di stagione per ritoccare i prezzi nell’indifferenza del governo nazionale allora in carica, bensì ad una fantomatica sottovalutazione del cambio della Lira fissato senza trauma alcuno ben tre anni prima.

Eppure lo stesso esecutivo, mentre per occultare le proprie responsabilità nel pasticcio fabbricava ad arte la leggenda delle 1.500 Lire come “cambio giusto per l’Euro”, inseriva nella propria mitologia ufficiale anche la rappresentazione della moneta unica come fardello per l’export del Bel Paese perchè troppo forte rispetto alla vecchia Lira, confidando che gli italiani si convincessero con un emisfero cerebrale di essere vittime di una sopravvalutazione del cambio mentre con l’altro emisfero rimanevano convinti di essere vittime di una sottovalutazione del cambio medesimo. L’operazione riuscì.

Produzione industriale I e D dopo Euro

Esempio di grafico tendenzioso che cerca di stabilire tra Euro e prestazioni dell’economia italiana una correlazione inesistente, come mostrano le due linee verticali nere.

Così una pletora di sedicenti esperti prese d’assalto il web allegando grafici che mostravano divergenze di alcuni parametri -produzione industriale e bilancia commerciale- tra Germania e Italia dal 2004 in poi [vedi grafico a sinistra]. A nessuno veniva in mente che ciò avesse a che fare con l’imponente ristrutturazione cui l’economia tedesca si era sottoposta in quegli anni, mentre l’Italia era ostaggio dei soliti dibattiti inconcludenti; la colpa doveva essere del cambio fissato ben cinque anni prima. Curioso, penseranno i posteri, che dopo il 2011 proprio il commercio estero fosse l’unico indicatore dell’economia italiana che non segnalasse morte clinica e la quota dell’Italia sul commercio globale dal 2002 al 2012 mostrasse un andamento simile a quello della Germania, superstar mondiale dell’export, e significativamente migliore di quella di Francia e USA. Non ci fu niente da fare: gli italiani rimanevano convinti che l’Euro impedisse loro di esportare nonostante tutte le evidenze in senso contrario.

Il BTP 10-anni nel ’92 rendeva il 14% contro il 7% del picco del 2011. L’inflazione (6% contro 3,5% rispettivamente) non era certo tale da compensare tale divario.

Ciò non toglie che l’ambiente economico italiano ponesse effettivamente sfide improbe alle imprese che intendevano competere sui mercati, ma il Moloch cui gli italiani dovevano tributare i loro sacrifici fiscali assunse nell’immaginario collettivo un solo nome: spread. Non intendiamo certo sminuire la gravità del pericolo corso dal Paese nel 2011; vorremmo solo sottolineare che l’Euro, lungi dall’essere la causa dello spread, aveva anzi, proprio col suo avvento, quasi azzerato tale indicatore per dieci anni e, nonostante il differenziale Bund/BTP tornasse a salire nella fase più acuta della crisi politica, i costi di finanziamento nominali e reali -quindi al netto dello sgravio garantito dall’inflazione della Lira- non giunsero mai ai livelli del ’92-’93 [vedi grafico a destra]. A conti fatti sul fronte degli interessi, l’Euro per l’Italia era stato un affare. Solo che l’impossibilità di espandere il debito pubblico senza limiti invece che essere accettata come universale vincolo delle leggi economiche, fu spacciata per una specie di imposizione dell’Euro e dell’arcigna BCE che – si diceva con linguaggio volutamente improprio – si rifiutava di stampare moneta.

Ora, sappiate che, se per “stampare moneta” si intende creare moneta su commissione delle banche, la BCE lo fa come tutte le altre banche centrali, infatti la quantità complessiva di Euro in circolazione salvo brevissimi periodi è costantemente aumentata; se per “stampare moneta” si intende finanziare direttamente il governo all’emissione delle obbligazioni (monetizzazione del debito pubblico), come non lo fa la BCE, non lo fanno neanche la FED americana, la BOE britannica e neppure la BOJ del paradiso socialista nipponico. Queste banche centrali effettuarono invece acquisti di titoli di stato sul mercato, cosiddetto secondario, cioè acquistarono titoli già emessi e circolanti, come d’altra parte fece -lo vedremo nella seconda parte- anche l’Eurotower. Quindi non esiste alcun eccezionalismo della Banca Centrale Europea che possa spiegare l’infausta sorte dell’economia italiana, come piacerebbe invece alla vulgata nazional-vittimista. Nessuno.

Arrivati a questo punto i molti luoghi comuni che aleggiano intorno all’Euro ci ricordano tanto quelle favolette sinistre che i genitori poco progrediti raccontano ai propri figlioletti per non dover dare troppe spiegazioni. Ma se ora i mostri immaginari vi fanno meno paura, siete pronti a fare ingresso nella BCE, vero tempio maledetto di tutti i complotti anti-italiani, per affrontare faccia a faccia i Draghi che vi dimorano, nella seconda parte dell’articolo.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

2 Risposte

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata