Morire per Kiev

Maidan2

“Ehi, tu, lo sai che M. Déat, il politico francese che nel ’39 chiedeva se valesse la pena morire per Danzica, divenne poi ministro di Pétain?”

Assistiamo con sconcerto e amarezza all’indifferenza o perfino al giustificazionismo che si fanno largo in ampi strati dell’opinione pubblica di fronte a quella che possiamo definire senza dubbio un’aggressione russa all’Ucraina: il Donbass é infatti riconosciuto come territorio ucraino dall’intera comunità internazionale, Russia inclusa, e l’esistenza di una longa manus russa sulle azioni belliche dei separatisti è stata ammessa anche da uomini di spicco della politica moscovita. Quindi, tanto per chiarire, è la Russia che ha aggredito l’Ucraina non certo il contrario.

Ai fasulli paladini dell’autodeterminazione dei popoli ricordiamo anzitutto che salvo condizioni estreme la via maestra all’autodeterminazione è l’autonomismo, cioè l’emancipazione delle comunità dall’opprimenza dello stato centralizzato, piuttosto che il separatismo, cioè il vagheggiamento di nuovi stati-nazione analoghi e contrapposti a quelli esistenti. Ove poi si decida di giungere alla secessione, esistono procedure democratiche specifiche, che non prevedono affatto l’invasione da parte di un paese terzo; il metodo dei plebisciti farsa tenuti sotto occupazione militare richiama invece le pagine più buie della storia d’Europa e, lungi dal costituire un atto di libertà, rappresenta invece una gravissima violazione delle regole democratiche.

A quanti rimproverano mire espansionistiche al blocco occidentale obiettiamo che è ingiusto e perfino razzista considerare il popolo ucraino e le altre nazioni dell’Est Europa alla stregua di pedine a disposizione delle potenze straniere, ignorandone il diritto ad essere soggetti politici autonomi portatori di proprie aspirazioni. Ora pare che i popoli che vivono quotidianamente lungo la frontiera dell’Occidente abbiano dell’esistenza beata e incontaminata di cui si gode nel blocco russo una visione un tantino più critica rispetto a quella di certi nostri concittadini, al punto da ritenerle di gran lunga preferibili quelle che qui alcuni chiamano “occupazione militare americana” ed “egemonia economica tedesca”. Nessuno obbligò polacchi, baltici e rumeni ad entrare nella NATO e nell’UE; così nessuno ha costretto gli ucraini a scendere in piazza rischiando la vita; nessuno ha costretto il parlamento di Kiev a deporre Yanukovic col 75% dei voti; nessuno ha costretto gli elettori a votare a schiacciante maggioranza partiti occidentalisti: non siamo noi a voler annettere l’Ucraina, è l’Ucraina che ci implora di accoglierla nella nostra famiglia. I cantori della gloria della Grande Madre Russia riflettano umilmente sui sentimenti di quanti, valutando non sulla base dell’ideologia ma sulla base dell’esperienza diretta la diversa sorte occorsa a Slovacchia e Polonia da un lato e a Ucraina e Bielorussia dall’altro, giudicano l’appartenenza alla comunità euro-atlantica una benedizione e la sottomissione al Cremlino una iattura. Ma, non avendo notizia di migrazioni di massa verso la Russia, sospettiamo che certi peana a Putin più che da ignoranza siano ispirati da semplice ipocrisia.

Incidentalmente ricordiamo ai complottisti che alle sanzioni alla Russia partecipano anche Paesi extra-UE come la Norvegia, neutrali come la Svizzera ed extra-europei come la Nuova Zelanda. Invece riconoscono l’annessione della Crimea solo Armenia, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Nord Corea, Nicaragua, Sudan, Siria, Venezuela e Zimbabwe. Vorremmo chiedere a quanti adottano un sistema dei popoli in cui Norvegia, Svizzera e Nuova Zelanda sono stati canaglia e Nord Corea, Sudan e Zimbabwe alfieri dei diritti umani, se si trovano sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o sono solo intellettualmente disonesti. La stessa Russia, non scordiamolo, è un paese in cui oppositori del governo e piccoli imprenditori che non pagano il pizzo vengono sistematicamente incarcerati.

Ancora più spregevole e superficiale è il cinismo di quanti suggeriscono di abbandonare a se stessi gli ucraini per non turbare le relazioni commerciali con Mosca. Non pensate invece che la reazione più pragmatica di fronte all’aggressione subita da nostri vicini sia quella di unirci con tutta la comunità contro l’aggressore, piuttosto che lavarcene le mani fino a quando non saremo noi a subire un’aggressione e i nostri vicini penseranno di infischiarsene, seguendo il nostro stesso esempio? Sappiate che alla Duma hanno un ideologo che ha espressamente invocato il genocidio in Ucraina e nelle sedicenti Repubbliche Popolari di Donetsk e Lukansk si sono già verificati episodi di antisemitismo. La Storia ha condannato severamente chi ai tempi della II Guerra Mondiale rispose a simili atrocità voltandosi dall’altra parte. E noi, dopo una vita passata ad ostentare indignazione e incomprensione per la disumana indifferenza di certi personaggi ritratti nei libri e nei film sul tema, vorremmo ora comportarci esattamente allo stesso modo?

Non bastasse a farci sentire parte in causa la compassione per un popolo colpevole solo di voler far parte della nostra Unione, non bastassero le pressioni subite perché non uscissimo dalla nostra posizione di ricattabilità sull’importazione dell’energia, segnaliamo con allarme il tentativo russo di influenzare la politica interna europea appoggiando partiti di vari orientamenti, ma tutti accomunati dall’obiettivo di picconare l’UE. Tale dottrina oltre che ad ovvi scopi strategici –divide et impera– rimanda ad un chiaro fine ideologico: la creazione di un movimento paneuropeo, capeggiato dal Cremlino, per la distruzione di alcune delle nostre maggiori conquiste, libertà economiche come il mercato unico e libertà civili come la libera circolazione delle persone. Lo chiameremmo volentieri il Partito Internazionale del Regresso.

Per tutte queste ragioni, ove il governo russo, violando nuovamente i patti, si ostini a non rispettare l’integrità territoriale dell’Ucraina, dobbiamo essere disposti a morire per Kiev. Noi non vogliamo la guerra, sia chiaro, ma non per questo intendiamo perdere la guerra che ci è stata dichiarata.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

6 Risposte

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata