La cassa integrazione fa schifo

prova-a-prendermiChe sia chiaro, non è un articolo contro le politiche sociali, ma contro alcune “politiche sociali”.

Penso che tutti abbiate sentito della vicenda dei 36 piloti che hanno frodato l’Inps non comunicando la loro nuova assunzione all’estero pur di continuare a percepire in Italia l’assegno di cassa integrazione (straordinaria, e d’ora in poi si farà riferimento a questa, che quella ordinaria è tutt’altra cosa), cassa integrazione concessa per 7 anni, fino a 11 mila euro al mese, per un danno allo stato di circa 7,5 milioni di euro.

Alcune osservazioni sparse, che questo caso palesa veramente l’assurdità della cosa.
Spero sia chiaro: la disoccupazione si risolve con sussidi mirati e soprattutto con servizi al lavoro efficaci. Aver assegnato 7 anni così, solo perché “fa sociale” e suona bene in bocca, è inutile e crea danni. Inutile perché i piloti per il semplice fatto di aver trovato lavoro all’estero dimostrano che per ricollocarli bastavano meno dei 7 anni stabiliti a priori (figuriamoci chi va propagandando la cassa integrazione per tutti o il reddito di cittadinanza facile). Crea danni, oltre che per l’entità dell’importo (fino a 132 mila euro all’anno, teniamo conto che per entrare nel fatidico 1% più ricco in Italia bastano 62 mila euro, alla faccia di chi si bea parlando di giustizia sociale), anche per la durata dello stesso: sussidiare per 7 anni quando magari ne bastava meno di 1 significa sprecare 6 anni di sussidi che potevano essere benissimo rigirati verso individui più bisognosi o in meno tasse.
E poi dov’erano e dove sono i sindacati? Non c’erano loro a trattare? Come diavolo giustificano certe assurdità? Possibile che continuano a riempirsi la bocca di retorica sociale e poi alla prova dei fatti dirottano la gran parte del credito concessogli solo verso alcune categorie e si fottano le altre?

Qui bisogna fissare bene a mente alcuni principi basilari: le risorse per la spesa sociale prima di spenderle bisogna produrle, mai cadere nella tentazione di fare spesa sociale a prescindere dalla reale capacità produttiva della società stessa (a meno di non pensare di ricorrere perennemente al debito, ma non è una buona idea). Quindi la via preferenziale dovrà per forza di cose essere il sussidio mirato al reinserimento, verso impieghi i più produttivi possibili e nel tempo più breve possibile. Per cui, oltre al vincolo alla ricerca del lavoro dovranno essere messi a disposizione servizi adeguati alla ricerca dello stesso e alla formazione professionale. Poi, ma solo poi, ci saranno i casi marginali, ossia chi si trova in reale difficoltà per i più svariati motivi e per i quali il reddito da lavoro o il normale sussidio di disoccupazione non basta. Nulla di male e certo, per questi si potranno disegnare misure specifiche di sostegno al reddito, molto più durevoli nel tempo, ma mai dimenticando che la via preferenziale è quella sopra, e lì bisogna cercare sempre di ricondursi.

Pensare invece, per faciloneria e ricerca del consenso, di ribaltare l’ordine è solo che dannoso. Ossia disegnare sussidi a “scolapaste”, sussidi per tutti a prescindere dal reale bisogno, o che dispensino a priori assegni a go-go preoccupandosi solo poi della capacità di reinserimento del disoccupato, o dell’efficienza/sostenibilità del sistema stesso, o dell’innescarsi di possibili incentivi perversi per cui si inibisce la ricerca attiva del lavoro o della formazione professionale verso impieghi più utili e produttivi (che conviene star fermi e aspettare il sussidio).

Chiudendo: domandarsi quanto la cassa integrazione, o tutte le altre “misure sociali” sbandierate nell’attuale scenario politico, reddito di cittadinanza incluso, rispettino o no questi principi.

Leonardo Padovan

Studente di Matematica, appassionato di Economia. Non v'elenco le altre mie passioni collaterali, che son troppe e aumentano sempre più (e che poi manco vi interessano, quindi...). Ah, aborro la disonestà intellettuale e i salti logici nei ragionamenti, su questo ho una particolare sensibilità.

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