Mattarella: un presidente di garanzia

Con 665 voti, il nuovo Presidente della Repubblica, il dodicesimo della storia d’Italia, è Sergio Mattarella.

Il metodo adottato da Renzi è risultato vincente: un’operazione di grande intelligenza politica che rasenta quello che anche osservatori non compiacenti definiscono “un capolavoro politico”.

Non era affatto scontato finisse così, anzi, tutto lasciava presagire sarebbe potuto essere un momento di estrema difficoltà per il premier e segretario del pd.

L’abilità di Renzi è stata quella di non ripetere gli errori di Bersani e di riuscire ad approfittare dell’inettitudine dimostrata dagli avversari.

Ha cercato un nome che potesse ottenere la massima convergenza nel suo partito, per poi imporlo agli altri e superare così il vaglio del parlamento dalla quarta votazione. Se Renzi avesse contrattato il suo candidato con Berlusconi, come fece Bersani nel 2013 con Marini, probabilmente non sarebbe stato in grado di ottenere la fiducia del Pd.

Dopo aver capito che nessuno dei nomi che si prospettavano (Veltroni, Finocchiaro, Fassino, ecc.) avrebbe superato i veti del suo partito, ha puntato inopinatamente su un candidato fuori dai giochi di corrente ma gradito in primis alla sinistra (Mattarella era tra l’altro uno dei candidati che Bersani sottopose a Berlusconi per il Quirinale, nel 2013).

Alfano era riottoso e ha infine ceduto sotto le pressioni di una parte del suo partito, delle minacce di Renzi, che in caso contrario pretendeva le sue dimissioni ventilando anche la possibilità di elezioni anticipate e soprattutto per l’intervento decisivo di Napolitano, che non manca nemmeno nel ruolo di senatore a vita di esercitare indebite intromissioni nella vita politica.

Berlusconi, che sosteneva Amato insieme a una parte consistente del Pd, si è considerato turlupinato da Renzi, ma alla fine ha acconsentito a che i suoi votassero, sapendo che alcuni tra loro avrebbero avallato la scelta di Renzi. Rimane incomprensibile perché Berlusconi non abbia appoggiato per davvero Antonio Martino, indicato all’inizio come proprio candidato. È comunque probabile che la forzatura di Renzi avrà degli strascichi in futuro nel rapporto coi due partiti di destra.

Si conferma inoltre la tendenza da parte dello spregiudicato leader della sinistra a utilizzare maggioranze diverse a seconda degli scopi che si prefigge. Il patto del Nazareno in questo senso ne è la rappresentazione: lo strumento per Renzi di ottenere i voti per le riforme costituzionali, la legge elettorale e altre leggi come la riforma del mercato del lavoro, in cambio di qualche blanda concessione (il ritardo nell’intervenire sulla prescrizione, la norma 19 bis della delega fiscale).

***

Ma chi è Sergio  Mattarella?

Nonostante sia stato ministro per 6 volte e parlamentare per 7 legislature, fino a ieri risultava pressoché sconosciuto alla quasi totalità degli italiani (per dire la scarsa dimestichezza che essi hanno con la politica).

Palermitano, 73 anni, democristiano di sinistra, professore di diritto costituzionale, è fratello di quel Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia assassinato dalla mafia nel 1980.

Decise proprio a seguito di quell’evento tragico di dedicarsi alla politica, entrando nelle fila della Dc (nella corrente morotea di De Mita) e in parlamento nell’83.

Nel 1990, da ministro dell’istruzione del governo Andreotti si dimise contro l’approvazione della Legge Mammì, la prima legge ad personam, che salvaguarda il monopolio di Berlusconi sulle tv private (e consente la nascita delle tre reti Fininvest). Da allora Berlusconi lo detesta apertamente, ricambiato. Un po’ perché come ha scritto Cazullo sul corriere, da sempre considera “gli uomini della sinistra Dc”, quelli che lui chiama cattocomunisti, “i suoi atavici nemici”. Poi perché Mattarella gli ha sempre riservato giudizi non certo lusinghieri. Quando Berlusconi si paragonò a De Gasperi lo definì “un barbaro”; nel 1994, insieme a Rosy Bindi, si oppose con fermezza alla svolta verso destra del partito popolare erede della Dc caldeggiata da Buttiglione: abbandonò il convegno – e il suo solito aplomb – accusando i suoi compagni di partito di essere dei “fascisti” e capeggiando la scissione dell’ala sinistra del partito; in un’occasione definì Berlusconi “inquietante”, simile a Breznev nella sua propaganda e indicò come “un incubo irrazionale” l’ingresso di Forza Italia nel PPE.

Ideatore del Mattarellum, la legge elettorale prevalentemente maggioritaria  – tutt’altro che perfetta, e anzi complicatissima – che inaugura il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, in vigore dal 1994 al 2005.

Fu  vicepresidente del Consiglio nel primo governo D’Alema, negli anni in cui fu ministro della Difesa abolì la leva obbligatoria.

Tra i fondatori dell’Ulivo di Prodi, estensore insieme a Scoppola e ad altri del manifesto fondativo del PD, nel 2008 ha smesso di fare politica attiva e nel 2011 è stato eletto, con un solo voto di scarto, giudice della Corte Costituzionale.

Come personalità politica è agli antipodi di Renzi.

Uomo austero, mite, di grande riserbo, tanto da apparire schivo oppure “grigio e triste” secondo la vulgata dei suoi detrattori (che per ora albergano soprattutto a destra). È connotato da una forte intransigenza morale: fermo e inflessibile nei propri principi e valori, come hanno scritto in tanti sui giornali in questi giorni.

Non sarà il presidente-notaio vagheggiato da Renzi. Perché da Cossiga in poi, i presidenti della Repubblica hanno smesso di esserlo. E perché la Costituzione conferisce al Capo dello Stato poteri e prerogative molto superiori a quelli degli omologhi europei (si pensi al ruolo del presidente della Repubblica in Germania).

Di certo non sarà un Presidente interventista alla Napolitano né c’è il rischio che possa approvare decreti che non presentano caratteri di necessità e urgenza come fece il suo predecessore.

Da garante delle istituzioni e della Costituzione segnerà un ritorno alla normalità costituzionale.

Se Renzi avesse potuto avrebbe optato per una figura di scarso spessore, facilmente controllabile; così non è, per fortuna del paese che necessita di una guida autorevole.

 

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

1 risposta

  1. PaoloS

    Credo che l’articolo, molto ben redatto, colga in pieno gli elementi cardine di questa elezione. Mi piace che venga sottolineato uno dei passaggi che io reputo cruciali ovvero le differenze tra la strategia di Bersani e quella di Renzi. Mi piace che lo colga perchè permette di analizzare i molti errori compiuti nel corso di quella elezione (e da altri in questa) e di apprezzare invece il fatto che il PD ha imparato appieno la lezione.

    Partiamo da un assunto: la politica ha le sue regole e oserei dire che ha una sua “grammatica”. Se devi dire certe cose, non puoi mettere le parole a casaccio e non puoi (non devi) tradire delle banali regole di sintassi. Ugualmente, in politica, ci sono una serie di passaggi che non puoi gestire a casaccio, ma che devi compiere rispettando appieno “le regole di comunicazione”. Sull’elezione del Presidente della Repubblica, la prima e fondamentale regola è che si parte dalla tua area politica per raccogliere consensi e che, se sei il partito che ha la quasi maggioranza dei delegati, devi essere tu a “fare il nome”. Cercherò nel resto del ragionamento di spiegare come queste due regole sono state seguite alla lettera da Matteo Renzi e cercherò di dimostrare come gli errori compiuti in passato ed adesso, discendano dal mancato rispetto di questi principi. Analizzando il passato ovvero l’elezione che ha portato al Bis di Napolitano, il principio secondo cui è il partito più consistente a dover fare il nome fu il motivo per cui morirono le candidature di Marini e Rodotà. In entrambi i casi, a fare i nomi non era il PD. Nel caso di Marini, l’errore fu di Bersani che, offrendo una rosa, ha di fatto lasciato la scelta a Berlusconi. Nel caso di Rodotà, l’errore fu di Grillo che pensò di poter imporre il nominativo sulla spinta della piazza. Poichè entrambi i comportamenti forzavano la mano al partito più consistente , trovarono opposizione piena e quindi furono bruciati. Il terzo nome bruciato, quello di Prodi, invece tradiva il principio secondo cui l’accordo deve partire prima di tutto da coloro che ti stanno vicini. In quel caso, sempre Bersani, si fidò di una unanimità palesata in modo fittizio (le prime file applaudivano e dietro i dalemiani mugugnavano). Non indagò realmente il parere e il presunto consenso dei partiti più prossimi (ad iniziare dal suo). E anche Prodi fu bruciato.

    Questa volta, Renzi, capito l’insegnamento , non ha sbagliato in nessun modo. L’accordo sul nome di Mattarella è innanzitutto nato all’interno del PD. Non c’era nessuno che fosse contrario. Poi, a Berlusconi e agli altri non è stata offerta nessuna rosa pubblica ma semplicemente si è offerto un candidato su cui essi potessero convergere. Ma stavolta il nome è stato fatto dal PD e ciò è apparso in modo palese.

    E veniamo agli errori di questa elezione: questa volta, come dicevo, bisogna cercarli tutti altrove. Iniziamo da Alfano: se la regola è che il capo dello Stato lo si individua innanzitutto tra coloro che ti son vicini, allora la strategia di Alfano di andare a cercare una maggioranza con Berlusconi, abbandonando quella col suo premier, è abbastanza singolare. Alfano ha girovagato per giorni attorno ad una presunta alleanza con Forza Italia, salvo poi doversi pentire e rimediare una figuraccia che avrebbe invece potuto evitare, intestandosi (come area di governo) fin da subito il nome di Mattarella.

    Circa Berlusconi e i suoi, c’è stato un problema di sottovalutazione di Renzi. Ci si attendeva la logica della rosa dei nomi sulla quale poi scegliere oppure si pensava che Renzi avrebbe fatto un nome che si poteva far stemperare nelle prime tre votazioni, salvo poi cambiarlo alla quarta. Ci si aspettava insomma l’ennesimo errore strategico dell’avversario e così facendo non si è costruita nessuna strategia alternativa. Quando Renzi ha proposto di votare Mattarella solo dalla quarta votazione in poi , il Cavaliere è stato tagliato fuori da qualsiasi gioco e lui e il suo partito si sono liquefatti.

    Circa Grillo, Salvini e la Meloni, il discorso si fa ahimè triste. Gli ultimi due hanno scelto di non toccar palla e non l’hanno toccata. Qualcuno si è accorto della presenza dei leghisti giusto perchè alla fine non hanno applaudito il NeoPresidente. Ma per il resto sono stati inesistenti. Niente di male se fossimo di fronte al giudizio della solita Lega, ma qui avremmo dovuto apprezzare le doti del futuro (dice lui) leader del centrodestra. Se queste sono le premesse, il centrodestra è messo malissimo.

    Su Grillo e i suoi, siamo di fronte ad un risultato che è identico nella sostanza a quello appena enunciato ovvero “non hanno toccato palla”. Con la differenza, rispetto a Salvini & co.,che stavolta il M5S avrebbe voluto giocarlo qualche pallone. Lo si capisce dal tentativo di inserire i nomi di Prodi e Bersani e dalla richiesta “Fuori i nomi” inviata a Renzi. Il problema è che il movimento non ha ancora capito cosa vuol fare da grande e i risultati si vedono tutti. Partiti con l’idea di non fare le “quirinarie” per poter avere agilità di movimento, sono rimasti spiazzati dal fatto che Renzi manteneva il punto su una questione enunciata settimane prima : “Il PD farà solo un nome e lo farà il giorno prima dell’inizio delle votazioni”. I grillini non ci hanno creduto, hanno provato a stuzzicare , a provocare, salvo poi perdere loro i nervi e uscirsene con una virata a 180 gradi: “si fanno le quirinarie!!!”. Virata che ha ingarbugliato ancor più la già penosa strategia perchè ha bloccato i delegati CInquestelle sul nome di Imposimato senza che quello di Mattarella sia mai stato posto all’attenzione degli elettori. Il risultato è stato che , non solo il M5S si è dimostrato ininfluente per l’ennesima volta, ma ai più è apparso chiaro che la “democrazia diretta” è solo una finzione nel movimento grillino giacchè l’ipotesi di poter convergere verso il nome proposto dal PD non è mai stata neanche messa tra le opzioni da sottoporre all’elettorato. Se qualcuni è in grado di spiegarmi che democrazia diretta è mai questa, è pregato di contattarmi.

    Chiudo: paragonando l’elezione di due anni fa ad un compito in classe, possiamo dire che non ci furono alunni eccelsi , ma ce ne fu uno che fece veramente schifo ed era il PD. Questa volta, l’alunno PD ha studiato e ha sbaragliato tutti gli altri.

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata