L’addio di Giuliano Ferrara

Ha stupito un po’ tutti quando ha annunciato, durante il programma di Daria Bignardi, che avrebbe lasciato la direzione del giornale. Stiamo parlando di Giuliano Ferrara, ormai ex direttore de Il Foglio, dal momento che ha affidato la guida del giornale a Claudio Cerasa (sul quale ritorneremo prossimamente).

I motivi dell’abbandono sono ignoti. Possiamo supporre che la scelta sia dovuta a una certa stanchezza del tutto fisiologica per un giornalista-politico che ha fondato e condotto un giornale di grande livello per ben 19 anni (il direttore più longevo insieme a Ezio Mauro, 18 anni finora da direttore di la Repubblica).

Forse c’è anche la consapevolezza che presto o tardi il finanziamento pubblico (diretto) ai giornali terminerà, e senza di esso, dato l’esiguo numero di lettori, Il Foglio scomparirebbe dalle edicole (nell’ultimo anno – 2014 – è stato sovvenzionato con 1,2 milioni di euro, raggiungendo, secondo quanto scrive Claudio Plazzotta di Italia Oggi, 2 milioni di euro di ricavi da vendita, ossia  una diffusione di poco meno di 3000 copie al giorno). Insomma, bisogna attrezzarsi, acquisire nuovi soci, provare ad ampliare il proprio pubblico. Non facile in un periodo di grave crisi dell’editoria.

Prima di inoltrarsi in un’analisi del quotidiano fondato da Ferrara, è bene raccontare chi è l’elefantino (come suole firmarsi, con autoironia, Ferrara).

Giuliano Ferrara è figlio di Maurizio Ferrara, esponente di rilievo del PCI e collaboratore di Togliatti.

Amante delle provocazioni intellettuali e del politicamente scorretto, ha attraversato una vita politica invaghendosi di diversi leader politici (per un breve periodo è stato anche finiano e montiano), mettendosi al loro servizio e promuovendone le cause politiche.

Da giovane fu militante comunista a Torino, insieme a Piero Fassino; nell’85 si avvicinò a Craxi (ricompensato con la carica di europarlamentare); alla sua caduta divenne un fervente berlusconiano (nel primo governo Berlusconi è ministro dei rapporti con il parlamento).

Intellettuale di vivida intelligenza, qualità che tutti gli riconoscono e dotato di un eloquio forbito, di una vasta cultura e di una presenza scenica formidabile, è stato a lungo conduttore e ideatore di programmi televisivi quali Otto e mezzo e Qui Radio Londra; i talk show se lo contendono spesso come ospite per le sue opinioni controcorrente, il carattere puntuto, la vis polemica.

Nel rapporto con Berlusconi è assurto al ruolo di “consigliere del principe” e pur essendo un “indefesso berlusconiano”, come ama definirsi, non gli ha risparmiato critiche e rimbrotti (Il Foglio, è stato sì un giornale intrinsecamente Berlusconiano, ma anche moderatamente frondista).

Ferrara, insieme a Travaglio, Gad Lerner, Scalfari e altri, è in qualche modo il capofila di quella categoria di giornalisti politicizzati, o se preferite di giornalisti militanti, che concepiscono la professione come prosecuzione della lotta politica con altri mezzi. È uno dei peggiori vizi del giornalismo italiano, che troppo spesso, anziché cercare di informare correttamente cittadini e quindi formare l’opinione pubblica, diviene uno strumento al servizio della politica, cioè funzionale al fiancheggiamento di questo o quel gruppo politico.

Venendo al giornale, Il Foglio è stato in questi vent’anni un quotidiano unico nel suo genere: un piccolo giornale di opinione, colto, anticonformista, mai banale, elegante nella forma e nello stile, con una foliazione ridotta e un’analisi e selezione accurata delle principali notizie. È il modello verso cui si indirizzeranno i giornali in futuro: meno fatti, più opinioni e analisi. 

Ha sempre  riservato un’attenzione costante alla politica estera, tema che di solito non è invece adeguatamente trattato dal resto dei quotidiani (se non in corrispondenza di grandi eventi), riservando comunque uno sguardo privilegiato ai fatti di casa nostra.

Un giornale politicamente schierato, militante, eppure libertino: ha potuto permettersi- come dirò più avanti – di appoggiare cause politiche diverse o addirittura antitetiche rispetto alla linea del giornale (in questo ricorda la Repubblica di Scalfari agli esordi). Il Foglio è stato anche una fucina di giovani talenti, dove hanno convissuto con grande efficacia giornalisti di orientamento ideologico diverso: comunisti, radicali, berlusconiani, liberisti, fascisti, integralisti cattolici. Da Pietrangelo Buttafuoco a Massimo Bordin, da Salvatore Merlo a Sofri, da Alessandro Giuli a Ritanna Armeni, fino a Marcenaro e Langone.

Un giornale quindi decisamente liberale quanto al pluralismo delle idee, in grado di ospitare le opinioni più diverse, pur esprimendo una linea politica chiaramente partigiana.

La linea editoriale è sempre stata liberista in economia, fieramente garantista sulle questioni giudiziarie (anche qui un’eccezione rispetto agli altri giornali in circolazione), assai clericale (organica alle posizioni teologiche di Ratzinger e Ruini, molto antipatizzante verso il nuovo Papa Bergoglio), politicamente berlusconiana (e ora vicina a Renzi, sin dal momento della sua ascesa).

Edmondo Berselli in “Venerati Maestri” definiva il liberalismo di Ferrara “braudeliano, una combinazione formidabile di laissez-fair economico e di ortodossia morale, di spregiudicatezza politica e di ossequio alla sapienza di Santa Romana Chiesa”.

Oggi Il quotidiano fondato da Ferrara è infatti il maggior sostenitore dell’intesa politica fra i due, ravvisando in Renzi l’erede politico del Cavaliere e un elemento di modernizzazione per il paese. In passato, il Foglio si è distinto, tra le altre, per la battaglia contro l’aborto (che porterà Ferrara a fondare un movimento politico, esperimento conclusosi in una disfatta clamorosa: 0,37%, 135.578 voti in valore assoluto); la candidatura di D’Alema al Quirinale, nel 2006, decaduta per le divisioni che generò nella sinistra; il sostegno dato a Bush durante la guerra in Iraq e in Afghanistan e le prese di posizione a favore di Israele; la difesa a oltranza di Berlusconi dalle accuse a sfondo sessuale del processo Ruby, culminata in una manifestazione intitolata “siamo tutti puttane” (a riguardo si è detto giustamente che Ferrara seguita a confondere la morale col moralismo).

Tale era il fervore e l’integralismo con cui si immolava per i politici di cui era ammaliato e per certe cause perse in partenza che Giampaolo Pansa lo aveva soprannominato “cicciopotamo socialista islamico”.

Come ha scritto sul Corriere Pierluigi Battista, ex giornalista “fogliante”, Il Foglio è stato  “una trincea di appassionati guerre culturali” e ha portato una ventata di freschezza e originalità in un panorama giornalistico piatto e omologato (salvo rare eccezioni).

Di questo, anche chi non ha mai condiviso nulla delle idee di Ferrara non può che essergli grato.

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

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