I galli del pollaio

Dicono che in tv facciano molti talk-show perché costano poco. Il guaio è che si vede. Il sistema di infotainment italiano appare sempre più come uno sterile divertissment che però non diverte. Il livello di informazione sta a zero, figurarsi l’approfondimento: sarà anche per questo che siamo un popolo fra i più disinformati del mondo sviluppato.  Così si scopre che per il famoso italiano medio la disoccupazione è al 50% (in realtà è il 12%) e gli immigrati sono il 30% (sarebbero il 7). “Colpa degli italiani, che non si vogliono informare”, dicono i giornalisti. Che è un po’ come se un’azienda che vende poco desse la colpa ai clienti: scuse che sembrano ricordare la vecchia sinistra italiana,  nota per i suoi “gli italiani non hanno capito”. Lungi da noi voler assolvere l’ignoranza, il qualunquismo, il venir meno al proprio dovere di “conoscere per deliberare”. Ma non si può negare che l’offerta di approfondimento giornalistico sia nauseante, e c’è da chiedersi cosa potrebbe ricavarne quello stesso italiano medio rispetto al quale, superbamente, ci riteniamo superiori. Un alternarsi di pollai e teatrini, dove da anni i giornalisti non vengono tanto invitati insieme ai politici, ma al loro posto. Perché può darsi anche che non abbiano nulla da dire, ma sanno come dirlo.

E’ proprio a quest’ultima figura che è affettuosamente dedicato questo articoletto: l’opinionista per tutte le stagioni. In principio erano gli Sgarbi e D’Agostino e Mughini, ma faceva ancora effetto. Un fenomeno diverso e successivo rispetto al primissimo “Costanzo show”. Oggi l’opinionista-di-professione è il vero principe della trasmissione, il gallo del pollaio.

E così capitano tipi come Scanzi, il lady-like del giornalismo italiano: un brillantoide tuttologo che  in vita sua ha dispensato verità sui seguenti temi: tennis, calcio, musica rock/ pop/ leggera, cinema, moda, libri, formaggi, vini, cani,  costume, comicità, comunicazione, televisione, giudiziaria, politica interna/esterna, Pasolini, Gaber. Manca la geologia applicata. A “otto e mezzo” di Lilli Gruber (grande estimatrice del personaggio) possiamo vederlo dibattere con Mario Monti così come Claudio Baglioni. Nella stessa settima è capace di passare da Piazza Pulita di Formigli a Tiki-taka di Pardo, discutendo allo stesso modo con Ministri o ex-veline. Figuratevi cosa può fregarci del suo look: il punto è che costituisce elemento essenziale della sua presenza televisiva, al pari della spocchia ostentata, della parlantina incessante, dell’atteggiamento adolescenziale da bulletto. Ecco, uno così, in Italia, è capace di menarsela per anni per aver scritto “Ve lo do io Beppe Grillo“: un’inchiesta che solo a definirla tale ci viene l’artrite mentre battiamo la tastiera del pc. Un libro scritto bianco su bianco, agiografico, che non porta nessuna notizia. Gli Evgeny Morozov da noi non esistono, ma anche i giornalisti di inchiesta veri, come Marco Cobianchi e Stefano Livadiotti, non hanno la visibilità che meriterebbero. Per il semplice fatto che sono meno funzionali allo show.

 Lo show, appunto. Ce n’è per tutti i gusti: dal sinistroide presuntamente acculturato al simpatico intrattenitore di borghesi, da Freccero a Severgnini, passando per Gramellini. Da chi cominciare? Freccero, ultimamente elogiato dal nostro mondo liberale per essere riuscito a coinvolgere il liberismo pure nell’attentato parigino. Il liberismo, in Francia: uno dei pochi Paesi d’occidente a poter essere considerato persino più statalista di noi. Il liberismo, con degli attentatori: gente addestrata a uccidere nel nome di Allah, a massacrare per delle vignette. Il liberismo. Ma in fondo che importa, lo spettacolo deve continuare: è Freccero e deve dare la lettura “de sinistra”, quindi sarà sempre colpa del liberismo. In tv una cosa basta dirla, meglio se con stile. Sembra la perfetta attuazione di una vecchia battuta di Longanesi: “Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa”. Non essere (davvero) competenti in niente è il miglior trampolino per pontificare su tutto.

Severgnini, dunque. Indro Montanelli gli consigliò di non occuparsi di politica, ma non è bastato.  Oggi Beppe è il giornalista italiano con più follower su Twitter, prima pagina garantita sul Corriere. Ecco, proviamo a capire di cosa si sia occupato in vita sua il Giornalista Severgnini, quali notizie abbia portato, quali inchieste. Facciamo un gioco: guardate questa rassegna dei suoi saggi, visti tutti in fila: inglesi, l’inglese, italiani in viaggio, ancora inglesi, il suo viaggio in America (da italiano), confronti fra gli italiani e gli altri, come diventare italiani, manuale del viaggiatore, Inter, l’uomo sposato, ancora Inter, la testa degli italiani, la lingua italiana, Inter, ancora Inter, “Italians, il giro del mondo in 80 pizze” (ho dovuto mettere il titolo, non saprei come riassumerlo),  manuale del perfetto turista, manuale di lingue, “Eurointerismi”scritto dopo il Triplete, la pancia degli italiani, italiani di domani, manuale dell’uomo di mondo, viaggi. Fine. Questa l’opera prodotta nell’arco di trent’anni, immaginiamo il terrore dei poteri forti all’uscita di ogni… “nuovo” libro. Sinceramente: potete considerare questo enorme stupidario, a detta di molti spiritoso, come qualcosa di anche lontanamente “giornalistico”? Non c’è altro, eppure è bastato per fare di Severgnini un grande saggista da libreria, l’opinionista perfetto da salottino La 7.

Sulla stessa lunghezza d’onda, un po’ meno famoso, Gramellini: inizi al “Corriere dello Sport“, oggi collabora a “Che tempo che fa“, dove si fa intervistare da Fazio anche per presentare i suoi stessi libri. Nel mezzo un matrimonio con Maria Laura Rodotà, che male alla carriera non deve aver fatto. Anche per lui graffianti opere che vanno dal suo tifo granata ai romanzetti soft: altro nientologo che dispensa opinioni su tutto. Con ironia: in effetti il borghese cui punta Gramellini è un po’ più radical-chic rispetto al lettore di Severgnini. Ama l’ironia sottile sulla politica, soprattutto berlusconiana, non si sente intellettuale ma acculturato sì, è ben inserito in società e anche per questo ha tempo da perdere.

E poi? E poi tutto il resto, tutti gli altri: il tutto-nulla-indistinto che nello stesso intervento passa dal diritto di opinione, a quello di critica, a quello di satira. Cronaca non sia mai. Portare una notizia, documentarsi su fatti, verificare fonti: roba da manovali del giornalismo, impiegatucoli dell’Ansa. Loro sono Giornalisti (-e-scrittori). E a guardarli ti verrebbe persino da dire “viva Travaglio, viva Santoro, viva Ferrara”, anche se spesso li odieresti. Partigiani, odiosi, nelle loro trincee di fango gettato: ma per lo meno in trincea. E soprattutto vorresti urlare “viva l’italiano medio, quello che non guarda i talk-show”. Tranne Barbara D’Urso, e lì ti chiudi in silenzio.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

2 Risposte

  1. Luca Maria Blasi

    Conosco bene il caso di Beppe Severgnini, con cui ho polemizzato qualche volta sul suo blorum del Corriere.it, Italians, su cui ha pubblicato diversi miei articoli, anni fa.
    All’inizio mi era simpatico, ma poi si è rivelato un personaggio abbastanza inconsistente.
    Dopo l’arrivo al Corriere evidentemente ha subito una metamorfosi sinistroide, probabilmente per adeguarsi al clima del giornale, più che per convinzione. Almeno sulle prime. Poi è diventato decisamente radical – chic, e quindi insopportabile e banale, per cui non ho inviato più articoli.
    Senza rimpianti.

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  2. Francesco Formaggio

    Fra tutti, quelli che più mi divertono, sono i “sinistroidi presuntamente acculturati”. Ogni loro discorso si conclude con un delizioso scroscio di applausi che si riversa nello studio televisivo. Il pubblico pende dalle loro labbra e si fa inebriare, intontito, dal nulla.

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