Chi ha fatto la rivolta di Hong Kong?

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Ultimamente qualche lacrima di quella che, noi occidentali, riconosciamo come democrazia è sgorgata sulle guance dell’estremo oriente. La rivolta di Hong Kong è giunta fino alle nostre orecchie, dall’altra parte del mondo qualcosa ci scuote. La notizia trova terreno fertile qui, nel vecchio continente, dove ognuno ha il suo interesse nel guardare là, alla costa sud della Cina. Chi sogna di poter vedere consolidati i nostri diritti umani dappertutto, chi spera nello sviluppo di un welfare state ampio e aggressivo in tutta la Cina, perché lo stato sociale costa e si attendono che questo onere rallenti l’economia e la produzione cinese considerate, da loro, troppo “pericolose” per l’Europa, c’è chi sta sempre dalla parte del popolo e c’è anche chi gli Stati a partito unico proprio non li sopporta. Tutti hanno i loro motivi per girarsi verso quelle terre dove sorge il sole. Io, quando iniziò il giorno, mi chiesi: ‘Perché Hong Kong, proprio Hong Kong?’

L’Hong Kong di oggi è conosciuta per l’importanza della sua piazza finanziaria, non più per l’odore d’incenso che profumava il suo porto. Questo grazie alle trame della sua storia. Agli inizi del settecento la compagnia britannica delle Indie Orientali cominciò le sue prime operazioni in Cina, qui lucrò vendendo oppio su oppio ai Cinesi fino al 1839, anno in cui la dinastia Qing si rifiutò di importare questa merce. Così scoppiò la prima guerra dell’oppio ed ecco che l’isola di Hong Kong fu invasa dagli Inglesi nel 1841. L’anno seguente, con il trattato di Nanchino, l’isola fu formalmente ceduta al Regno Unito e gli Inglesi la riconobbero ufficialmente come colonia. Alla fine della seconda guerra dell’oppio, nel 1860, anche la penisola di Kowloon e l’isola di Stonecutter si aggiunsero al dominio britannico grazie alla Convenzione di Pechino. La regione di Hong Kong prende definitivamente la sua forma attuale nel 1898 grazie alla Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong. L’occidente si infiltra, così, in questa regione, anno dopo anno e non solo per l’immigrazione europea, ma soprattutto per l’inserimento di un sistema scolastico basato sul modello inglese. Nel 1941 Hong Kong passò sotto il controllo del Giappone che la invase fino al 1945 quando la colonia tornò sotto il possesso dei britannici, in questo breve periodo non vi furono particolari cambiamenti per quanto riguarda la vita sociale della regione, visto che, sotto la dominazione Giappones,e questo territorio soffri di una struggente carestia che portò ad una vertiginosa caduta demografica. Furono anni terribili, dove nessuna cultura o avanzamento è potuto fiorire. La regione rimpolpò in fretta la sua popolazione grazie alla forte ondata immigratoria proveniente dalla Cina. Questa fu causata dalla guerra civile terminata nel ’49 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. La crescita demografica unita ad almeno altri due fattori, cioè la veloce industrializzazione della regione, soprattutto nel settore manifatturiero e l’ingente volume delle esportazioni tessili, hanno alzato anche il tenore della vita. E’ innegabile che il periodo coloniale britannico migliorò tutti gli aspetti della sua società di HK, compreso l’importantissimo incremento del sistema sanitario e il suo basamento giuridico improntato sul diritto inglese. Hong Kong è diventata, così, un frutto desiderabile. E’ su questo sfondo storico e sociale che si innesterà la rivolta in questione.

Nel 1984 è stata stesa una dichiarazione congiunta tra la Cina e la Gran Bretagna che aveva come argomento il trasferimento della sovranità della colonia alla Repubblica Popolare Cinese. Qui si sancisce che Hong Kong, dal ’97 in avanti, sarebbe stata governata con la forma di una regione amministrativa speciale salvaguardando le sue leggi e autonomie per cinquant’anni. Quindi HK potrebbe essere descritta come una sorta di “città stato” che, in conformità con la dichiarazione del ’84, mantiene una grossa fetta della sua autonomia, esclusi i settori della difesa e della politica estera. E’ dotata di una sorta di carta costituzionale ispirata alla common law britannica(la Legge Fondamentale di Hong Kong), che traccia anche il suo sistema di governo. Mantiene il suo sistema economico capitalista e può garantire diritti ai suoi cittadini. L’attuazione della Hong Kong Basic Law e l’introduzione del suffragio universale nel 2017 sono state tra le questioni più importanti nel dibattito politico della scena della città stato. Questo porterà a poter individuare due schieramenti ben distinti: i pro-Pechino e i pan-democretici. Sembra che questa terra, dove l’oriente incontra l’occidente, non voglia essere omologata al resto della Cina. Questo è palesato dalle prime proteste, risalenti al 2012 , suscitate dal tentativo del governo Cinese di inserire ‘l’educazione patriottica’ nel sistema scolastico basato sul modello britannico. Per questo la popolazione ha rivisto con occhio critico la figura di Leung Chun-ying(anche se eletto senza violazione nell’iter della propria legge), attualmente il capo del governo locale, considerandolo troppo vicino alla linea dura di Pechino. Gli scandali che colpirono le figure antecedenti a Leung, ovvero Donald Tsang e Henry Tang, fuorono considerati, da alcuni, pretestuosi. Leung cercò di ottenere la fiducia dei cittadini con dichiarazioni e leggi che placassero l’opinione pubblica (ad esempio l’approvazione di quote severissime all’ingresso delle mamme cinesi negli ospedali, recependo le lamentele delle famiglie locali che affermavano di non riuscire a usufruire delle strutture sanitarie efficacemente), ma, d’altra parte, tentò di imporre i programmi scolastici di propaganda(anche se a dir la verità erano già stati pianificati il 30 aprile sotto la precedente amministrazione) di cui si è parlato poco prima e cercò di indebolire i controlli sulle frontiere, che regolano l’accesso dei Cinesi oltre il confine. Proteste portarono alla cancellazione delle due misure sopracitate, inoltre, le elezioni che seguirono a questi eventi, in data 9 settembre 2012, portarono il gruppo pan-democratico alla conquista di 27 seggi su 70 nel parlamento di Hong Kong. Una minoranza sufficientemente sostanziosa da poter bloccare le modifiche costituzionali non gradite, rendendo difficile l’applicazione di una politica troppo filo-regime.

Da qui si arriva al 31 agosto 2014, data in cui chi ha manifestato per la democrazia nella regione amministrativa speciale, prese una bella batosta. Il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo di Pechino decise di adottare una serie di decisioni vincolanti la libertà di scelta nelle future elezioni previste per il 2017, data in cui dovrà essere deciso il nuovo capo del governo locale di Hong Kong. In queste elezioni si sarebbe dovuto applicare il suffragio universale. La Cina si disse pronta a rispettare questa realtà, seguendo i patti, da essa sottoscritti, con la Gran Bretagna, ma i candidati dovranno essere scelti da Pechino(ovvero essere selezionati da un comitato elettorale centrale) e saranno limitati nel loro numero a 2 o 3. Questa presa di posizione è stata percepita dalla popolazione autoctona come un tradimento dei patti suddetti, nonché una grave limitazione alla democrazia di Hong Kong. Questo ha scatenato gli eventi di cui si parla da qualche settimana. L’Umbrella Revolution(nome proveniente dall’unico oggetto che i manifestanti usano per proteggersi dai lacrimogeni e dallo spray al peperoncino, l’ombrello) divampò. Questa rivolta è stata organizzata dal movimento locale Occupy central, tant’è vero che molto spesso questi due nomi (Occupy central/Umbrella Revolution) vengono usati come sinonimo per indicare lo stesso fenomeno. Comunque la si voglia chiamare, la manifestazione è svolta dagli attivisti democratici, in gran parte studenti, che hanno tra gli obbiettivi anche il raggiungimento di alcune svolte economiche. Visto che una grossa quota del valore della borsa dell’isola dipende da imprese cinesi, il capitale cinese ha un ruolo dominante in quel mercato finanziario. I manifestanti sostengono che, proprio per questo, il loro governo sia colluso con il Partito Comunista Cinese. Detta in altri modi, si ha l’impressone che la Cina mantenga i privilegi finanziari, di cui solo Hong Kong usufruisce, per proprio interesse e che faccia anche ben capire che essi esistono fin tanto che la Cina li concede, non sono un carattere intrinseco del luogo. Hong Kong, inoltre, ben cosciente della sua progressiva perdita di importanza come hub finanziaro e punto strategico, teme una esternalizzazione di svariate attività in direzione della Cina continentale. Su questo tema si ricordano gli scioperi degli operai portuali di Hong Kong, che furono sedati grazie alla minaccia cinese di trasferire le attività portuali a Shenzhen. Quindi la rivolta culla nel suo grembo il sogno di staccarsi dall’ingerenza cinese per ottenere anche maggiori diritti economici, oltre che democratici.

La resistenza pacifica del gruppo Occupy central si espanse come una pandemia in quasi tutti i distretti della città stato e resistette in un continuo braccio di ferro con le forze dell’ordine. Si guadagnò la simpatia del mondo, cosa che sicuramente a Pechino non è stata gradita, visto che raggiunse tutti i consolati dell’ex-colonia con una lettera che intimava al personale di non lasciarsi coinvolgere in nessun modo dal movimento per non violare l’articolo 55 della convenzione di Vienna. Il governatore CY Leung è stato costretto ad usare toni duri contro i manifestanti, forse anche per scoraggiare le eventuali nuove partecipazioni. I leader della rivolta, che hanno chiesto anche le dimissioni di Leung, sono Benny Tai(professore associato di diritto all’università di Hong Kong), Chan Kin-man(sociologo, insegna alla Chinese University di Hong Kong), Chu Yiu-Ming(storico attivista per i diritti civili) e i tre studenti Joshua Wong(fondatore del movimento Scholarism), Alex Chow(segretario generale della Hong Kong Federation of Students), Lester Shum(studente di scienze politiche).

Con l’inizio di Ottobre si ebbe una svolta caotica e violenta. In questo arco di tempo gli studenti decisero di congelare i dialoghi col governo locale. La Federazione degli studenti era stata invitata a parlare con Carrie Lam, importante uomo politico, ma annullò l’incontro. Questo atteggiamento è stato dovuto all’accusa, mossa dagli studenti alla polizia, di non aver difeso i manifestanti dagli assalitori che in quei giorni li stavano attaccando. Infatti la rivolta si era un po’ sgonfiata, il numero di manifestanti era diminuito, soprattutto in alcune zone periferiche come Mongkok. Approfittando dell’attenuazione della forza rivoluzionaria, gruppi di contro contestatori hanno usato violenza contro i manifestanti rimasti. L’origine di questi assalitori rimane, tuttora, coperta da un certo mistero. Si dichiararono cittadini esasperati e sostenitori del governo di Pechino, ma questa tesi sembrò, ai capi della rivolta e ai manifestanti, una menzogna. Martin Lee, fondatore del partito democratico di Hong Kong, difese i manifestanti affermando che questi atti di violenza non sono solo“una tattica comunista” consistente nell’usare la gente contro la gente per eliminare chi non gli è gradito. La polizia, d’altro canto, negò di avere chiuso un occhio, disse di essere intervenuta fermando due persone a Mongkok e creando, in alcune zone, dei cordoni di sicurezza per dividere i manifestanti dagli aggressori. Dopo questi eventi e sotto sollecitazione dei dirigenti del movimento, le orde di manifestanti si nutrirono di nuove teste. Rinforzati i ranghi si riaccese la rivolta.

Anche dopo questo breve soffio sul fuoco, però, la rivolta ritornò a sgonfiarsi e su questa realtà sono state fatte le più varie teorie (ad esempio quella che suppone l’inevitabile risoluzione nel nulla di questa rivolta, visto che non ha ottenuto il favore della comunità finanziaria della città stato), sta di fatto che il 26 novembre di quest’anno sono stati arrestati due tra i leader degli studenti, Joshua Wong e Lester Shum. Sicuramente gran sconforto pervase i manifestanti. Partirono le operazioni di sgombero, che andarono avanti tutta la notte. Il numero degli arrestati salì e si ebbe notizia di alcuni poliziotti feriti. A Mongkok, area che fu resa di nuovo agibile dopo quasi due mesi di occupazione, le operazioni di sgombero furono coadiuvate da persone appartenenti al settore dei trasporti. Questa ultima notizia lasci presupporre che la rivolta stia creando qualche dissapore in alcune ‘classi’ di lavoratori cittadini. A questi eventi però non è seguito ancora un punto. Notizie divergenti, infatti, giungono quasi ogni giorno, da chi prevede la fine, a chi la assicura, a chi il giorno dopo urla a gran voce ‘Si sono riaccesi gli scontri.’ Quindi il dicembre di Hong Kong merita di essere trattato separatamente; non in questa sede.

Però, giunti alle ultime pennellate di questo quadro, sarebbe sicuramente riduttivo, ma non errato, dire che la rivoluzione a Hong Kong l’hanno fatta l’occidentalismo, intrecciato con i suoi diritti dell’uomo e unito al capitalismo(di cui anche il resto della Cina è pervasa) e proprio in questa regione perché qui c’è il dollaro, il dollaro di Hong Kong, non il renminbi(o yuan) cinese. La democrazia si muove ancora con i soldi, non solo, è anche schizzinosa, non accetta tutte le valute.

Francesco Guidorizzi

Laureando in Giurisprudenza, si appassiona agli studi di diritto e filosofia al quale dedica la maggior parte dei suoi sforzi. Scrittore come diletto. Coltiva autonomamente approfondimenti nel campo dell’economia.

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