Fenomenologia di Salvini – seconda parte

Oggi la lega di Salvini è attestata nei sondaggi elettorali tra l’11 e il 15% e secondo quasi tutti gli istituti demoscopici ha ormai superato stabilmente il partito di Berlusconi.

Questo cambiamento nei rapporti di forza a destra segna una svolta epocale: fino al 1994 il partito Berlusconiano, nelle sue varie declinazioni, è sempre stato egemone nei confronti dei vari alleati di centrodestra.

Berlusconi, ormai in declino inarrestabile, al momento è stretto tra la subalternità a Renzi, che considera il suo vero “erede politico”, e l’impossibilità di fare un’opposizione riconoscibile e aggressiva per via della condanna per frode fiscale che limita di molto la sua capacità di azione.

Salvini è riuscito in poco tempo a occupare quello spazio a destra lasciato sguarnito da Berlusconi; e se l’opposizione di Forza Italia risulta – fanno eccezione Brunetta e pochi altri irriducibili – timida e sterile, quella di Salvini è frontale, virulenta, senza sconti.

Come abbiamo visto, il suo programma elettorale è fatto soprattutto di proposte demagogiche e irrealizzabili; il che, unito ai toni estremisti e populisti e a una classe dirigente inadeguata (si pensi ad Alan Fabbri, candidato in Emilia Romagna: di una mediocrità desolante), configura il suo come un partito di lotta, ma non di governo.

Stare all’opposizione, contendendo i voti al movimento 5 stelle puntando a quelli in libera uscita dal partito Berlusconiano, per Salvini risulta molto redditizio. Quasi un’esigenza vitale. Per due ordini di ragioni: innanzitutto perché fare opposizione è sempre più semplice, proficuo dal punto di vista elettorale del dover governare; poi perché Salvini semplicemente non è in grado di assumersi responsabilità di governo.

È il limite più vistoso di questo nuovo progetto politico e, dato il quadro politico attuale, pone un serio problema per la democrazia italiana, che rischia di rimanere bloccata, senza un vero ricambio al potere rispetto al partito unico renziano.

Quello dell’incapacità di rappresentare un’alternativa credibile al governo insieme all’alleanza con la destra più oltranzista di Casa Pound e Forza Nuova (forze che si richiamano esplicitamente al fascismo), produrrà una sorta di nuova conventio ad excludendum nel nostro sistema politico: la destra italiana confinata perennemente all’opposizione e la Sinistra di Renzi inamovibile al potere.

Il tentativo di abbandonare la classica fisionomia nordista della vecchia Lega per abbracciare un’impostazione nazionale (e quindi concorrere al Sud dove viene stimata al 7%) appare ad oggi una prospettiva velleitaria.

La Lega delle origini nasce come risposta all’antimeridionalismo radicato al nord, inizialmente latente, poi esplicito nel momento in cui trova proprio nella Lega di Bossi un soggetto politico che ne rappresenti le istanze. Nell’Italia meridionale la Lega è ancora vista con diffidenza/ostilità per queste ragioni storiche e culturali.

Sul fronte delle alleanze, lo schema ipotizzato per il futuro, a destra, prevede le primarie nazionali per designare leader e programma di una colazione alquanto eterogenea.

Su questo le obiezioni sono molteplici.

È infatti difficile capire come possano coalizzarsi forze politiche che hanno poco o nulla in comune: vanno dalla destra sociale (di Salvini e Meloni) a quella centrista (di Alfano e Casini) a ciò che rimane del partito di Berlusconi, quella più moderata e liberale di Tosi e Passera, fino alla destra di ispirazione fascista (casa Pound e Forza Nuova), .

In secondo luogo le primarie per la scelta del candidato dello schieramento a destra sono un incognita (non sono mai state utilizzate prima).

E inoltre: copiare la modalità di selezione prediletto (ancora per quanto?) dalla sinistra non appare il modo migliore per elaborare un modello di leadership peculiare e alternativo.

La leadership di Salvini non è inclusiva. Fa mostra di disprezzare Alfano, ricambiato, ma ci governa in due regioni.

Snobba Berlusconi, ma verosimilmente ci si dovrà alleare al momento delle elezioni.

Infine punta ad allearsi con i partiti neofascisti di Casa Pound e Forza nuova.

Salvini non è un fascista, è disinteressato alle dispute ideologiche sull’antifascismo tanto care alla sinistra, ma qui si pone un serio problema di compatibilità democratica di questi partiti (e il leader leghista non può sottovalutarlo).

Quella di Salvini vorrebbe essere un’operazione di sdoganamento (secondo la celebre definizione usata allora da Eugenio Scalfari) simile a quello che operò Berlusconi coi neofascisti del Movimento Sociale Italiano. Ma in quel caso fu la storia a legittimare gli epigoni di Almirante, quando Fini giunse al ballottaggio nelle elezioni comunali di Roma contro Rutelli, non l’alleanza di governo con Berlusconi. Si tratta di un’idea improponibile.

All’interno della Lega il suo principale rivale è Flavio Tosi, che ha rimandato l’ascesa nel partito confidando nel rispetto di un patto non scritto che prevedeva Salvini alla guida del partito e lui candidato del centrodestra. In politica il tempismo è determinante, Tosi ha sprecato quell’occasione e oggi si trova spiazzato dal dinamismo di Salvini.

Il programma di Tosi è su multi punti qualificanti opposto a quello di Salvini, certamente meno popolare.

Ma Tosi coglie un punto dirimente nella strategia da adottare per rifondare il centrodestra: che la destra senza la componente centrista non ha possibilità di vincere.

L’assunto su cui si basa la nuova sinistra plasmata da Renzi è che le elezioni “si vincono al centro”. Da qui il tentativo di costituire un partito centrista che, per parafrasare De Gasperi, guarda a sinistra (o a destra, a seconda del momento).

Una destra che accentua così eccessivamente i suoi connotati ideologici non ha serie speranze di vincere e porterà inevitabilmente, prima o poi, all’emersione di una destra liberaldemocratica (che possa diventare maggioranza, visto l’orientamento dell’opinione pubblica di destra, è tutt’altro discorso).

In questo senso, quella di Salvini rappresenta una fase temporanea di riassestamento negli equilibri politici a destra.

C’è dunque un vuoto politico che, tramontata la disastrosa stagione berlusconiana, inizia a essere colmato.

Per la democrazia italiana, il sistema politico e la sinistra stessa è una necessità ineludibile che nasca presto e si affermi una destra europeista, liberale, legalitaria.

 

 

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

1 risposta

  1. Vercingetorige

    La tua analisi é interessante, ma non riesci ad uscire dalla logica politica anglosassone, d’altronde ti definisci tu stesso liberale, quindi anglosassone. Salvini tenta, maldestramente, di incarnare quella che é la destra italiana, quella frangia che tu definisci destra sociale, o neofascista, o populista. La dicotomia tra conservatori e progressisti che incarna l’alternanza elettorale inglese o americana (finta) tra destra e sinistra non é propria dell’Italia, che nella destra ha piuttosto il baluardo del nazionalismo e nella sinistra quello dell’internazionalismo proletario. Se Salvini riuscirà o meno a risvegliare certo istinti irrazionalistici ormai sopiti o meno ce lo dirà la storia, che Renzi rappresenti gli interessi d’oltralpe e atlantici é certezza.

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