Toga Party

 

“In Italia negli ultimi anni i giudici hanno goduto di un grado di potere unico nel mondo occidentale”  (Financial Times, 20 giugno 2008)


Abbiamo vinto un concorso. Per questo possiamo decidere della libertà altrui, ma alle nostre condizioni.

Vogliamo la progressione automatica di retribuzione e qualifica, dopo 4, 13, 20 e 28 anni di servizio, di cui godiamo a differenza di ogni altro lavoratore. Ma non azzardatevi a dire che non siamo controllati: dal 2007 c’è un giudizio di professionalità autoesercitato (sapete com’è, l’indipendenza). Risulta positiva nel 97% dei casi: è la prova che siamo bravissimi.

La qualità ha un prezzo. Per questo nei nostri scatti automatici vogliamo continuare a guadagnare 72 mila euro dopo 5 anni, 122 mila dopo 20 anni e 150 mila abbondanti dopo 28 anni. Se invece siamo magistrati amministrativi vogliamo continuare a guadagnare 95.400 euro a 5 anni, per poi salire a 157 mila dopo 20 anni e 172 mila a 28. Ma non ci basta.

Vogliamo continuare a mantenere mesi di ferie (anche grazie al pastrocchio del governo) e lavorare in tutto 260 giorni all’anno, 6 ore di lavoro al giorno. Totale 1560, che diviso per 365 fa una media di 4,2 ore al giorno di lavoro; più o meno 300 ore in meno della media dei nostri colleghi statali. Ma è perché lavoriamo tantissimo a casa, infatti ci portiamo dietro i vostri fascicoli come se fossero temi da correggere.

Il nostro è un lavoro delicato. Per questo incombe su di noi la possibilità dell’azione disciplinare, esercitata dal Consiglio superiore della magistratura, che è composto per due terzi da noi. Ovviamente solo previo controllo della procura generale della Corte di Cassazione: su 5921 notizie di illecito esaminate da quest’ultima fra il 2010 e il 2012, 5500 sono state archiviate, cioè il 92%. Per le altre si vedrà. Altra conferma: siamo bravissimi, i dati parlano chiaro.

Sarà per questo che vogliamo continuare a tenerci la legge sulla responsabilità civile varata dopo il referendum dell’87  (30 milioni di votanti, 80% dei sì); quella che passa per 9 (nove) gradi di giudizio e che in 26 anni ha ammesso solo 34 cause con solo 4 condanne.  Anche qui, questione di numeri: da più di un quarto di secolo rasentiamo la perfezione. E’ per questo che vogliamo avere una responsabilità un po’ strana, perché sia chiaro che poi i risarcimenti comunque li pagate voi, lo Stato, mica noi. Strana anche perché è limitata al solo dolo specifico, peraltro difficilissimo da dimostrare. In pratica, ci basta non averlo fatto apposta. Provate a immaginare: un chirurgo dimentica una pinza in uno stomaco. Ma non l’ha fatto con dolo, quindi non gli succede nulla. Abbiamo vinto un concorso, c’è l’indipendenza della magistratura.

Vogliamo il diritto di lasciare la magistratura e candidarci in politica da un mese all’altro, magari contro le stesse persone che prima abbiamo inquisito da magistrati. Oppure sfruttando la nostra strana responsabilità: l’ex collega Diego Marmo, l’accusatore che ha distrutto la vita di Enzo Tortora è stato eletto quest’estate assessore della legalità a Pompei. Prima anche cittadino onorario di Torre Annunziata. Dopo aver continuato fino ad oggi tranquillamente la sua carriera a scatti automatici. In fondo, come ha detto insediandosi, “sono passati trent’anni. Ho sbagliato ma siamo stati in tanti”. Auguri, buon lavoro.

Vogliamo mantenere le carriere unite, e al diavolo il vostro diritto costituzionale alla terzietà del giudice, la parità delle parti, l’impostazione accusatoria. Pensate che sia solo perché è più comodo essere giudicati da un collega? Teneri. C’è di mezzo la certezza degli scatti di stipendio, che verrebbero ridiscussi.  In più c’è che la struttura intercambiabile permette una larghissima varietà di scelta di funzioni e di sedi, che si amplia con l’anzianità del ruolo (prerogativa sconosciuta agli altri statali). Così il Pm di Venezia se vuole può andare a fare il giudice civile a Roma.  Negli esposti dell’Anm però non ne parliamo mai, ci basta dire che è in ballo l’indipendenza della magistratura.

Vogliamo continuare ad avere l’obbligatorietà dell’azione penale, così da poter aprire e chiudere le inchieste che vogliamo potendo scegliere a piacere fra i migliaia di fascicoli sulla scrivania. Poter indagare nei confronti di tutti senza dover rispondere a nessuno: abbiamo vinto un concorso, magari decenni fa. Vogliamo continuare esattamente così, quindi non azzardatevi a tirar fuori proposte “offensive” (cit. ultimo esposto dell’Anm). Non fatelo: chissenefrega della separazione dei poteri, che oltre a garantire la nostra cara indipendenza, magari dovrebbe garantire anche il libero corso della democrazia. Non vogliamo, non potete, non dovete.

E sapete perché? Perché se no siete berlusconiani.

Nella giustizia c’è un dieci per cento di autentici eroi pronti a sacrificare carriera e vita: ma sono senza voce in un coro di gaglioffi che c’è da ringraziare Dio quando sono mossi soltanto da smania di protagonismo.

 (Indro Montanelli, “Corriere dela Sera”, 24 agosto 1998)

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

2 Risposte

  1. Luca Maria Blasi

    Bravo Stefano, hai reso l’idea dello squilibrio istituzionale esistente. E te lo dico con i miei trent’anni di esperienza nel settore.
    Poi, però, dobbiamo trovare soluzioni condivise. E sono dolori…

    Rispondi
  2. Daniele Ferretti

    Montanelli parlava parecchio tempo fa.quel 10% è scomparso da tempo, se siete una decina in tutto è già tanto.

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata