Manifesto Garantista

Credo fermamente, senza eccezione alcuna, nella presunzione di innocenza di ogni imputato.

Credo nel processo come strumento di risoluzione di una contesa fra Stato e individuo. Ripudio l’idea del processo come strumento di difesa sociale, di mero appuramento di fatti non connessi alla responsabilità penale di alcuno o addirittura di risoluzione catartica delle tragedie di un Paese.

Credo che il concetto di lotta alla criminalità debba sempre essere calmierato da quello di giurisdizione. Dove non si affrontano guardie e ladri ma accusa e difesa, nel rispetto dei ruoli delle parti.

Rinuncio a credere che la giustizia umana possa debellare ogni male della società, in quanto il caparbio perseguimento di un scopo utopistico sarà sempre più dannoso di un laico approccio alla realtà. Per questo rifiuto il panpenalismo e auspico una pragmatica, attenta depenalizzazione che possa far emergere le fattispecie di vera rilevanza penale.

Combatto la schizofrenia legislativa perché, come scritto da Tacito, “Corruptissima re publica plurimae leges“. Maggiore è la corruzione dello Stato più numerose sono le leggi che la mascherano, in una selva che aiuta i corrotti a nascondersi e intralcia l’iniziativa degli onesti.

Credo che, come straordinariamente intuito 250 anni fa da Cesare Beccaria, siano l’effettività e la certezza della pena, più della sua gravosità, a fungere da deterrente. Considerando come vero obiettivo una giustizia efficiente, non una giustizia draconiana.

Credo che, come scrisse Montesqieu, una giustizia ritardata sia sempre una giustizia negata. Auspico la celerità del processo, da risolversi in condanna esclusivamente qualora la decisione possa considerarsi al di là di ogni ragionevole dubbio. Credo nella necessità di contemplare l’istituto della prescrizione, così che non si possa far scontare a un imputato presunto innocente la penosa lentezza di un sistema inefficiente.

Credo fermamente nel fine rieducativo della pena, e che questa non possa mai coincidere con trattamenti inumani o degradanti, come sancito dall’Art. 27 Cost. Per questo credo nell’utilità del lavoro in carcere e nella necessità di contemplare anche pene alternative a questo.

Credo nella efficacia del processo accusatorio, abbandonando al passato le barocche iniquità dell’impianto inquisitorio. Per questo auspico riforme anche costituzionali che avvicinino definitivamente la nostra giustizia a quella anglosassone, dopo il grande passo avanti compiuto con l’introduzione del Nuovo codice di procedura penale nel 1989.

Ripudio la carcerazione preventiva come anticipazione della pena o come strumento per l’estorsione di confessioni. Accetto la custodia cautelare se utilizzata come extrema ratio, solo qualora sussistano reali segnali di possibile inquinamento probatorio, pericolo di fuga o reiterazione del reato. Ovvero secondo la corretta applicazione dell’attuale codice.

Credo nella separazione delle carriere, come indispensabile baluardo della terzietà del giudice (sancita dall’Art. 111 Cost.), perché credo che il giusto processo passi attraverso la perfetta parità delle parti.

Non credo nella obbligatorietà dell’azione penale che, per quanto concepita come baluardo dell’uguaglianza dei cittadini, consiste ormai in una favola vuota in cui può rifugiarsi l’irresponsabilità del PM.

Credo fermamente che, come stabilito dal codice Vassalli, il processo sia pubblico ma le indagini siano segrete (articoli 114 e 329). Auspico che la violazione del segreto istruttorio sia perseguita realmente e non solo formalmente, applicando le leggi già scritte.

Diffido dall’utilizzo invasivo delle intercettazioni, per quanto esse costituiscano uno strumento indispensabile nel contrasto alle mafie, al terrorismo, alla corruzione. Ripudio la pubblicazione illegale delle intercettazioni e lo sciacallaggio mediatico di queste: perché se è vero che “in tempo di guerra la verità è così preziosa che va protetta da una cortina di bugie”, in tempo di pace la nostra libertà è così preziosa che va protetta da una cortina di silenzio.

Credo fermamente nella indipendenza della magistratura, e che questa debba essere attentamente salvaguardata in ogni sua forma. Ma diffido di chi ne fa una formula retorica sotto la quale celare privilegi.

Credo nella responsabilità civile dei magistrati, seppur nel pieno rispetto della magistratura, qualora essi commettano atti contrari alla legge, così come stabilito dal referendum del 1987, mai applicato e fondamentalmente tradito.

Credo che il magistrato debba non solo essere super partes, ma anche apparirlo, rifiutando con nettezza collocazioni politiche o ideologiche di ogni sorta. Perché, come disse Calamandrei: “Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”.

Credo nella sacralità della persona e della sua libertà, così che è fisiologico che uno Stato non riesca a punire tutti i delinquenti, ma criminale che tolga la libertà e l’onorabilità a un individuo innocente.

Riconosco l’insegnamento della storia secondo cui chiunque abbia perseguito una giustizia completa e perfetta, cercando di realizzare il Paradiso in terra, ha poi sempre costruito un inferno.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

2 Risposte

  1. Leonardo Padovan

    Un dubbio sulla prescrizione.
    In teoria sì, la celerità del processo è importante, e quindi sì, serve un “qualcosa” che impedisca che ti possa venire rovinata la vita con un processo dalla durata decennale o più.
    La prescrizione è uno strumento abbastanza semplice e diretto, che però crea degli incentivi distorti abbastanza complessi. In breve, mi sembra innegabile che in molti casi la presenza stessa di questo istituto sia un buon incentivo per l’imputato per rallentare ulteriormente il processo. E quindi paradossalmente si può instaurare la situazione per cui la lunghezza del processo più che “subita” per colpa della macchina giudiziaria sia “voluta” per astuzia dell’imputato. E quindi in molti casi si potrebbe venire a creare la situazione paradossale per cui l’assenza della prescrizione possa far procedere i processi più celermente e con tempi inferiori a quelli che che l’istituto stesso dovrebbe “garantire”.

    Mi pare d’aver letto che in molti paesi la prescrizione viene sospesa non appena inizia il processo, così da avere la certezza che si giunga alla fine e garantire quindi quella effettività e certezza del diritto che è stata citata anche qui.
    Ora, magari si può ritenere questa soluzione troppo squilibrata contro l’imputato, però una versione un po’ più “garantista” non potrebbe essere possibile?
    Per esempio sospenderla non all’inizio del processo, ma nel caso in cui l’imputato una volta ricevuto il giudizio di primo grado decida di ricorrere in appello. La cosa avrebbe anche un senso logico: la giustizia si impegna a darti il primo giudizio entro i tempi stabiliti, però se a te questo giudizio non va e vuoi rilanciare ok, però sappi che il giochino arriverà al termine. Così da una parte garantire chi rilancia perché convinto della propria innocenza e dall’altra non dare scappatoie a chi invece sapendo di essere colpevole farebbe di tutto per andare fuori tempo massimo.

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    • Stefano Leanza

      Intanto mi scuso per il ritardo nella risposta. La discussione è molto interessante perché tratta uno dei nodi chiave della giustizia: prometto di approfondire il tema più avanti.
      Comincio col dire che il mio accenno alla prescrizione era generale: bisogna che l’ordinamento contempli l’istituto, è un fatto di civiltà. E fin qui mi pare che siamo d’accordo al 100%. Premesso che quale sia la giustizia “giusta” è un argomento sommamente opinabile, cercherei però di stabilire alcuni punti fermi per provare a completare (non contraddire) ciò che hai scritto.
      1) Ogni volta che il processo viene rinviato su richiesta dell’imputato e del suo difensore si sospendono i termini della prescrizione. Questo è un dato molto importante, da tenere in considerazione. Andando a guardare i dati, risulta che la lentezza del processo sia nella stragrande maggioranza colpa del sistema giudiziario. Questo resta comunque un vantaggio per il colpevole.
      2) I tempi della prescrizione italiana secondo me andrebbero un po’ allungati (sono critico verso la ex Cirielli). Tuttavia i numeri dimostrano che la questione più importante è ancora l’organizzazione della macchina: data la nuova regola di calcolo, i magistrati si sono organizzati in maniera più efficiente. Risultato: nonostante l’accorciamento dei termini le prescrizioni si sono addirittura dimezzate. Prima 200mila abbondanti, oggi 100 mila abbondanti. Se allungassimo un po’ i termini, soprattutto per reati connessi alla corruzione, i risultati sarebbero ovviamente ancora migliori.
      3) Ben il 70% abbondante delle prescrizioni cade nelle fasi preliminari, di sola responsabilità dei magistrati. Se si guarda al 30% si vede che non è più di per sé un dato così patologico del nostro sistema, indicativo di cavilli salva-colpevoli, anche perché anche qui buona parte di questo 30% dipende da problemi di sistema (intendiamoci: mica solo che i magistrati sono pigri, sarebbe una visione caricaturale. La lentezza ha molte cause).
      4) Ora, è molto difficile trovare dati sulle prescrizioni negli altri paesi simili al nostro,anche perché è molto difficile fare paragoni sui sistemi di giustizia, però tendono sempre a essere almeno qualche decina di migliaia l’anno. E’ evidente che la prescrizione è un tipo di assoluzione odioso che spesso salva i colpevoli, ma questo è inevitabile: ci basta sapere che sulle prescrizioni che non dipendono solo dai magistrati siamo in linea.
      5) La proposta che fai è molto interessante, è un peccato che non venga quasi mai proposta in questo modo. In genere si dice appunto di sospendere la prescrizione dopo il primo grado. A parte che, come abbiamo visto al punto 3, questa soluzione non risolverebbe l’anomalia italiana delle prescrizioni (quasi 3/4 dei buoi son già scappati) sarebbe francamente poco garantista. Nei paesi common law una volta assolti nel processo l’accusa non può fare ricorso. Da noi i Pm fanno ricorso tanto quanto gli avvocati: quasi sempre. Quindi che si venga condannati in primo grado o che si venga assolti dovremmo comunque sottostare a un processo potenzialmente lunghissimo.
      6) Tu la proponi solo se l’imputato decide di ricorrere, mi pare di capire non se lo chiede l’accusa. Ci può stare, anche se la cosa mi spaventa comunque. Nello stato comatoso in cui versa la nostra giustizia i processi potenzialmente infiniti si tradurrebbero in realtà. Potremmo optare per la soluzione intermedia di allungare sensibilmente i termini qualora sia l’imputato a fare ricorso e lasciarli come sono qualora sia l’accusa. Velocizzando poi l’appello come proposto nel mio 1′ articolo poi risolveremmo ancora un’altra parte del problema.
      Grazie mille x l’attenzione, ciao!!

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