Le contraddizioni della disoccupazione.

DisoccupazioneSecondo i dati Istat di settembre, il tasso di disoccupazione in Italia è del 12.6%, che corrisponde a circa 3 milioni e 200 mila persone. Di fronte a una cifra del genere, non deve meravigliare che il mondo del lavoro sia al centro del dibattito politico e che l’aumento dell’occupazione sia un chiaro obiettivo del governo. Nonostante ciò, uno studio pubblicato dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, basato su dati del primo trimestre del 2014, rivela una realtà controversa: 35 mila posti di lavoro sono vacanti e dalla parte dell’offerta si fatica a trovare personale specializzato in certi settori. Ovviamente il numero di impieghi disponibili è una cifra quasi irrisoria rispetto al numero di disoccupati, dunque creare nuove possibilità lavorative rimane una priorità per il paese. Ma la presenza di questi posti vacanti rimane un’anomalia che potrebbe nascondere difetti strutturali del mercato del lavoro e che sarebbe interessante analizzare più nel dettaglio.

Secondo lo studio, le figure professionali più difficili da trovare risultano essere gli infermieri, seguiti da pizzaioli ed altri professionisti del settore alimentare quali pasticcieri e gelatai, commessi, parrucchieri ed estetiste, meccanici, elettricisti, informatici, contabili, idraulici e baristi. Appare evidente, quindi, che i posti vacanti si concentrano in settori diversi e richiedono personale con livelli di istruzione che vanno dalla laurea, alla qualifica professionale, a nessuna specializzazione particolare.

Per quel che riguarda i settori in cui è necessaria la laurea, in particolar modo gli infermieri, i dati appaiono controversi. Secondo i dati di AlmaLaurea e Stella riportati da Il Sole 24 Ore, la percentuale di laureati occupati nel settore è andata calando negli ultimi anni fermandosi al 65% nel 2012, con grosse differenze tra nord e sud e tra varie università. La situazione risulta di difficile comprensione in quanto i posti vacanti sono numerosi così come il numero di laureati che non riesce a trovare lavoro, anche se una spiegazione potrebbe essere la lontananza geografica di domanda e offerta. Tralasciando i problemi nell’interpretazione dei dati, è importante notare che i corsi di studio in Infermieristica sono in tutta Italia a numero programmato, ovvero non tutti coloro che fanno domanda di ammissione hanno la possibilità di accedere e chi viene escluso potrebbe potenzialmente andare a colmare i vuoti. Dall’altra parte, non sono a numero programmato corsi dai quali esce una quantità di laureati troppo grande per le ridotte dimensioni del settore in cui si vanno a inserire (le facoltà di Lettere e Filosofia sono il classico esempio), con conseguente disoccupazione e riduzione dei salari per coloro che effettivamente riescono nell’ardua impresa di farsi assumere. A tutto ciò si aggiunge la carenza di personale specializzato in materie informatiche, settore oltretutto in crescita costante. Ma come si può incolpare un ragazzo che in tutta la sua carriera scolastica si è trovato alle prese con un computer un paio di volte sorbendosi lezioni su come si salvano i file Word di non essersi appassionato a sufficienza a materie informatiche? L’impressione è che il sistema scolastico non sia al passo con i tempi e vada rivisto.

Altre professioni richiedono ragionamenti diversi: è innegabile che il mondo del lavoro sia dinamico e che un lavoratore possa avere bisogno di riqualificarsi dopo qualche anno. Andrebbe dunque valutato se i costi della disoccupazione e della carenza di personale in certi settori siano, per lo Stato, superiori rispetto a quelli di eventuali investimenti in centri di formazione e sussidi di disoccupazione che incentivino al reintegro nel mondo del lavoro. Un disoccupato ha un effetto negativo sul PIL, così come un’attività in carenza di personale, mentre, in certi casi, chi perde il lavoro potrebbe essere formato per svolgere un mestiere diverso e reinserito tra gli occupati in pochi mesi. Se poi si considera che attualmente sono numerosi i datori di lavoro che, specialmente nel settore alimentare di cui si parlava in precedenza, devono accontentarsi di personale non specializzato, quando delle competenze di base potrebbero essere acquisite attraverso corsi di breve durata, i costi per queste aziende aumentano, mentre la qualità cala.

Esiste, infine, una categoria di mestieri che non richiede capacità particolari, ma solo volontà. In questi casi, la pigrizia o l’aspirazione a mestieri più gratificanti (dal punto di vista di chi li rifiuta, sia chiaro) fanno sì che l’offerta superi la domanda. Forse in Italia non siamo ancora abbastanza disperati.

Filippo Massari

Studente di Economia presso l’Università di Jönköping, nel sud della Svezia, e collaboratore, in qualità di traduttore, di Mises Italia. Da settembre 2015, blogger presso Austrian Economics Center. Appassionato di libri e musica di vario genere, cinema d’autore, sport e altro ancora.

2 Risposte

  1. LP

    Sarei curioso di leggere un approfondimento su come funziona il “sistema lavoro” negli altri paesi europei, in particolare l’integrazione del reddito per il disoccupato e la sua ricollocazione… non so, come funziona nei paesi nordici per esempio…

    Rispondi
    • Filippo Massari

      Al momento ricordo solo che il libro “The Future of Europe” di Alesina e Giavazzi presenta un paragone tra Italia e Danimarca per quel che riguarda alcuni aspetti del mercato del lavoro. Il libro è comunque datato (credo sia del 2006) e ovviamente certe analisi potrebbero non essere più attuali. Appena ho un po’ di tempo vedo di approfondire il discorso e rispondere in maniera più appropriata.

      Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata