Manifesto immoderato

L’individuo, le sue aspirazioni, i suoi desideri, i suoi diritti sono le stelle polari della nostra visione politica. Dobbiamo recuperare quegli spazi di libertà occupati abusivamente dal potere politico, un potere non di rado arbitrario, talvolta illegale.

Vogliamo combattere l’invadenza della politica non soltanto nei rapporti economici, ma anche tra le mura di casa e accanto al proprio letto di morte. Vorremmo un paese in cui si possa vivere e morire secondo i propri principi, i propri desideri, i propri valori, perseguendo i propri scopi. Il tutto nel rispetto di poche regole chiare e condivise.

Regole che non siano più barriere di privilegi, ma leve per lo sviluppo del valore di ognuno. Regole che scardinino i monopoli e creino concorrenza, che offrano opportunità e diano a tutti la possibilità di costruire il proprio futuro secondo le proprie capacità. La legalità non più come sinonimo di manette e criminali, ma come sinonimo di libertà.

Dobbiamo quindi porre fine al bullismo della macchina del potere, recuperando il valore della legge come limite generale e astratto dell’azione dello Stato e delle autorità, e unica vera garanzia di una società libera e aperta. In cui si affermi progressivamente la tutela della libertà e il valore della responsabilità. Solo a partire da questi principi potremo veramente fermare il declino, non solo economico, di questo paese.

L’Italia ha drammaticamente bisogno di tutto ciò. A dispetto di quanto proclamato dalla Costituzione, infatti, i cittadini italiani non sono realmente “liberi”. Viviamo in un paese che non tiene in alcun conto il merito e le capacità dell’individuo, dove i privilegi si tramandano per discendenza genealogica o appartenenza di casta, in cui lo Stato è un nemico insidioso e infido e non un meccanismo di organizzazione, il più possibile neutrale, della vita associata, come dovrebbe essere in una vera e compiuta liberal­democrazia.

Le libertà personali degli Italiani sono drammaticamente compresse da una serie di leggi liberticide che vedono lo Stato invadere l’economia e la vita privata degli Italiani. Non ci sorprende dunque constatare come l’Italia stia sprofondando in una melma di tasse, spesa, debito pubblico, nazionalizzazioni, burocrazia e corruttele poste in essere da una classe politica incapace, autoreferenziale e sempre più lontana dalla vera realtà del paese. Una presenza così massiccia dello Stato è direttamente proporzionale a tutte queste disfuzioni. E non c’è classe politica onesta che tenga: si tratta di un problema sistemico che va risolto in modo strutturale, senza per questo giustificare l’azione irresponsabile della classe dirigente italiana.

Anche oggi il governo Renzi, nonostante un’azione governativa apparentemente rottamatrice, decisionista e riformista, sta proseguendo le stesse sciagurate politiche di debito e di spesa che ci hanno portato sull’orlo del baratro. E a quanto pare i drammatici dati sulla produzione industriale, sul PIL e sulla disoccupazione, non sembrano distogliere il governo e il premier da lotte politiche dall’alto valore simbolico, ma dagli effetti nulli sulla vita dei cittadini.

Usciremo dal tunnel, si continua a sostenere. Ma purtroppo si tratta di volgari bugie: un paese che spende più di quanto si possa permettere, con un debito pubblico su PIL -134%- in continua crescita, e che , con una pressione fiscale al 63,5% (Gaetano Nanula, Valore Italia, 2014), tartassa le piccole e medie imprese, spina dorsale della propria economia, non uscirà mai dal tunnel.

Tuttavia, prima di proporre soluzioni occorre capire da dove nascono i problemi. A nostro avviso il problema principale del paese è quello di essere governato da almeno 60 anni da un sistema fondato dai partiti e con i partiti entrato progressivamente in crisi e che ancora aggi, annaspando, tenta di mantenere in vita una struttura istituzionale sempre più sclerotica e non più adatta alla realtà italiana.

La “repubblica dei partiti”, soprattutto a partire dagli anni ‘70, si è così fatta sempre più onnipervasiva e opprimente in una società sempre più moderna e frammentata. E questa invadenza è andata aumentando a causa di un progressivo aumento della spesa pubblica come mezzo per comperare il consenso politico. I nostri soldi sono stati il mezzo con cui un regime partitocratico ha puntellato se stesso, a scapito della società italiana.

Oggi questa emorragia è stata in parte frenata da vincoli esterni, soprattutto provenienti dall’Unione Europea, ma l’uso clientelare e scellerato della spesa pubblica da parte dello Stato e delle sue organizzazioni collaterali – pubblica amministrazione, aziende pubbliche o semipubbliche, partecipate o controllate, il continuo favorire i soliti noti distruggendo di fatto una vera concorrenza tra privati – continua.

Bisogna invertire la rotta, battersi per un cambio radicale del sistema istituzionale e politico nel suo complesso. Bisogna tornare a parlare di riforma della Costituzione e di riforma dei partiti, ma in senso radicale e sistemico, non con provvedimenti spot a uso e consumo di un universo, quello dell’informazione, legato a doppio filo con il sistema politico clientelare ad oggi dominante. Solo così, diminuendo al contempo le leve economiche e i poteri discrezionali della classe politica, potremo invertire la rotta.

È arrivato il momento di dire basta e di reagire!