Perché l’FDP non è da biasimare, bensì da comprendere

Articolo di Tiziano Restivo-Pantalone

22 settembre 2013. Bisogna partire da questa data per riuscire a comprendere i motivi che hanno condotto il partito liberale tedesco, l’FDP, all’interruzione delle trattative per la formazione di una nuova squadra di Governo, a seguito delle elezioni del 24 settembre scorso. Trattative che avrebbero portato la Germania coalizione giamaicana, composta da liberali (giallo), democristiani (nero) ed ecologisti (verdi), per la prima volta nella sua storia.

22 settembre 2013, dicevamo. Si tengono le elezioni per il rinnovo del Parlamento. L’Union di Angela Merkel, composta da due partiti democristiani, ovvero CDU e CSU, raggiunge il 41% dei voti; un risultato strabiliante che non può che essere il giusto trionfo della Cancelliera e degli ottimi risultati raggiunti nei quattro anni precedenti.
L’entusiasmo viene però meno quando l’FDP, il partito liberale, alleato storico dell’Union, raggiunge solo il 4,8% dei voti. Due punti percentuali in meno rispetto a quelli necessari per poter entrare nel
Bundestag e un calo del 9,8% rispetto a quattro anni prima, quando al termine di una gloriosa tornata elettorale, l’FDP divenne terzo partito con quasi il 15% dei voti. Un risultato storico, per l’appunto, seguito da una vera e propria débâcle, di portata altrettanto storica.
I motivi dietro a questo fallimento sono molti. Dopo essere diventati i vincitori morali delle elezioni del 2009, i liberali non fanno nulla per approfittare di questa loro forza. Contrattano fin da subito loro entrata nel governo federale con l’Union, ma subito dopo la firma dell’accordo, Angela Merkel rende noto di non avere tutta questa gran voglia di rispettare i patti raggiunti, di fatto delegittimando il potere dell’FDP. Invece di protestare e ritirare i propri ministri, l’FDP accetta questa situazione, non apportando così alcun’influenza liberale al
Bundesregierung. Inevitabilmente è il tradimento, la sensazione che più si fa spazio tra gli elettori. Così facendo, inoltre, culmina anche l’idea che l’opinione pubblica tedesca aveva avuto fin da sempre nei confronti dell’FDP e che quest’ultima non aveva mai tentato di smentire realmente: fin dalla fondazione della Repubblica Federale Tedesca, l’FDP è stata partner di coalizione all’interno del Governo centrale per complessivamente quarantacinque anni, poco sotto la CDU/CSU con i suoi quarantasette anni. Questi quarantacinque anni sono stati il frutto di un’alternanza politica, nel ruolo di stampella, tra Union e SPD. Questo comportamento, col passare degli anni, ha accresciuto sempre di più negli elettori tedeschi che i liberali fossero più interessati a poltrone e ministeri, più che all’apporto di effettivi cambiamenti nella politica del Paese. All’alba delle elezioni del 2013 tuttavia l’FDP non pare essere del tutto conscia di questa situazione e decide quindi di candidare Rainer Brüderle coadiuvato da Philipp Rösler. Due volti che rappresentano al meglio (o al peggio) l’apparato interno e ormai sempre più bistrattato dell’unico vero partito liberale tedesco. Il primo, Brüderle, è dal 2009 al 2013 vice capogruppo al Bundestag, con una breve esperienza come ministro; il secondo, Rösler, è il segretario del partito, Vice-cancelliere uscente, prima Ministro della Salute, per poi passare al Dicastero per l’Economia e la Tecnologia. Entrambi tra i maggiori responsabili del tracollo del partito. Il tutto accompagnato da una disastrosa strategia elettorale.
Tenuto conto di questi tre fattori, risulta facile comprendere il perché lo storico partito liberale tedesco, sempre presente in Parlamento fin dalla sua fondazione, manchi l’ingresso ad esso per la prima volta nella sua storia.

Nonostante le dimissioni di massa nell’apparato dell’FDP, nei mesi successivi la situazione non sembra migliorare, anzi. Uno pressoché sconosciuto Christian Lindner, coordinatore dell’FDP in Nordrhein-Westfalen, viene eletto segretario del partito nel gennaio del 2014 e con le elezioni europee dello stesso anno la crisi iniziata nel 2013 sembra non avere fine. L’FDP prende poco più del 3%, il suo risultato più basso di sempre ad un’elezione non locale. Alcuni istituti statistici iniziano a non menzionarla nemmeno più nei loro sondaggi. L’FDP viene ormai considerato in maniera ufficiale un partito morto, incapace di potersi rialzare, schiacciato dai numerosi errori commessi nei quarant’anni precedenti. La situazione non sembra cambiare negli anni successivi, sebbene nei sondaggi si noti un tiepido miglioramento, oscillante tra il 5 ed il 6%, con sporadiche punte verso il 7%. Quanto basta per avere la certezza quasi matematica di poter tornare a sedere tra le file del Bundestag nella prossima legislatura. A fine 2016 la campagna elettorale per le Politiche incomincia ufficiosamente. Lindner ne approfitta quindi per apparire sempre più spesso in pubblico, facendo numerose apparizioni televisive e lasciandosi intervistare da giornali nazionali e non. Lo scopo è ben chiaro. Dimostrare che l’FDP non è un partito morto, ma anzi, ancora vivo e più agguerrito che mai ad entrare in Parlamento, lasciandosi alle spalle gli errori del passato. Tutto questo però non può avvenire solo attraverso le parole, ma deve dimostrarsi anche da cambiamenti di tipo politico all’interno dell’agenda del partito: politiche economiche sempre liberali, ma dal taglio più tendente all’austerity; importanza di politiche in ambito di modernizzazione e digitalizzazione del Paese; politiche sociali messe in secondo piano; importanza dell’Unione Europea per l’essenza del partito, ridimensionata e anch’essa messa in secondo piano. Tutto ciò porta l’FDP dall’essere un partito di centro ad essere, a tutti gli effetti, un partito di centrodestra. Le conseguenze sono facilmente intuibili. Con questa nuova direzione l’FDP si trasforma in un porto sicuro per tutti quegli elettori dell’Union rimasti delusi dalle politiche della Merkel sui temi economici e d’immigrazione.
Da questo momento in poi l’FDP incomincia una scalata verso il successo dalla rara rapidità. Dopo delle deludenti elezioni regionali in Saarland, il più piccolo
land tedesco, dove l’FDP non riesce ad entrare nel Parlamento Regionale, le successive elezioni regionali in Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen fanno volare il partito rispettivamente all’11,5 e al 12,6%. Risultati che si avvicinano di molto a quelli del suo periodo d’oro del 2009. Da qui in poi i valori nei sondaggi nei confronti dell’FDP incominciano ad aumentare vorticosamente. Da un timido 6%, ci si sposta rapidamente al 9%, fino a raggiungere livelli attorno all’11% nel periodo pre-elettorale. Tutto questo dovuto anche al bisogno, esternato sempre di più dall’opinione pubblica tedesca, di una coalizione tra Union e FDP come prossimo Governo Federale. L’Union viene data come facile vincitrice da tutti gli istituti di statistica, anche se con percentuali leggermente inferiori rispetto al passato, e l’FDP corre per il ruolo di terzo partito del Parlamento, grazie al suo ritrovato vigore.


Il 24 settembre 2017 si svolgono le elezioni federali e il quadro che ne esce è disastroso. L’Union raggiunge uno dei suoi minimi storici, perdendo più di otto punti percentuali rispetto al 41% di quattro anni prima. I socialdemocratici dell’SPD perdono anche loro punti, centrando il loro peggior risultato di sempre. Tutti gli altri partiti e tra questi spiccano l’FDP e i populisti di estrema destra dell’AfD: rispettivamente +5,9% e +7,9% rispetto a quattro anni prima, ovvero 10,6 % e 12,5%. I Verdi e la Linke, sinistra ecologista ed estrema sinistra, raggiungono il 10%.
Questi numeri non si dimostrano necessari per la nascita di un governo di stampo democristiano-liberale. Con l’SPD che si chiama fuori dai giochi, rendendosi non disponibile alla costruzione di un nuovo Governo di coalizione, rimane solo la strada della coalizione giamaicana. Lindner lo dice fin da subito però: lo scopo dell’FDP non è quello di entrare ad ogni costo nel Governo; il suo scopo è quello di poter apportare degli spunti liberali all’agenda politica del Paese per i quattro anni a venire. Si vuole finalmente togliere all’FDP quella fama da poltronificio che l’aveva sempre contraddistinta in passato.
Le trattative tra i quattro partiti CDU, CSU, Verdi e FDP iniziano e fin da subito si rivelano difficili. Il clima che si respira è di tensione tra tutte le forze in gioco, profondamente diverse e distanti le une dalle altre. Tensione e mancanza di fiducia, soprattutto nei temi chiave per il Paese, come l’immigrazione e le politiche famigliari. La formazione di una coalizione giamaicana nel frattempo viene considerata sempre più una farsa dall’opinione pubblica tedesca. Una coalizione destinata a rimanere coesa in maniera instabile, nella quale tutti i partiti coinvolti saranno costretti snaturare loro stessi pur di raggiungere flebili compromessi. Ed è proprio questo che Lindner vuole evitare a tutti i costi. L’ennesimo snaturamento del partito pur di arrivare a dei compromessi che non verranno rispettati, tradendo ancora una volta il proprio elettorale. La paura è quella di mandare all’aria tutto il duro lavoro fatto negli ultimi quattro anni. Rendere vano tutto quanto, solo per avere a tutti i costi un governo probabilmente destinato alla fragilità. Ma Lindner l’aveva detto fin da subito: “Noi non vogliamo governare ad ogni costo”. Ed è così che il 19 novembre l’FDP si tira ufficialmente fuori dalle trattative per la costruzione di un nuovo Governo.
Le reazioni sono molteplici e l’opinione pubblica si spacca in due: chi dice che l’FDP abbia agito da irresponsabile, condannando all’instabilità politica la Germania, e chi invece accoglie con favore questa loro scelta, poiché un governo nero, giallo e verde avrebbe portato solo a riforme incomplete e dannose, alimentando ancora di più i già di per sé preoccupanti populismi dell’AfD.

Comunque la si veda, la decisione di Christian Lindner di abbandonare il tavolo delle trattative è spiegabile con il terrore che quella famigerata data, 22 settembre 2013, suscita ancora nelle sedi dell’FDP di tutto il Paese mitteleuropeo. Sicuramente dietro si nasconde molto di più, ma la paura di tornare ad essere considerato un partito che tradisce i propri elettori solo per ottenere ruoli importanti nei ministeri è grande, ed un pericolo del genere, nella situazione attuale, è dietro l’angolo.
Seguendo questo ragionamento sarebbe possibile tacciare l’FDP di mettere prima di tutto l’interesse del partito davanti a quello del Paese. Chiunque nell’FDP però probabilmente risponderebbe dicendo: “Quale partito con una storia recente simile non cercherebbe precauzioni di questo tipo?” oppure “E l’SPD non ha quindi agito similmente, precludendo ogni possibilità di contatto all’Union? Perché deve essere solo colpa nostra?”. Come sempre in politica, da esterni risulta estremamente complesso dire chi abbia ragione e chi torto, dovendosi affidare a fonti esterne e molto raramente corrispondenti alla realtà. Tuttavia è fondamentale, non tante condividere, ma perlomeno capire il perché l’FDP sia giunta a questo tipo di decisione.

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